Un lettore del blog, nonché caro amico, Mike Tommasi, ha così commentato di recente :
"Fil, perché tanto casino per i trucioli quando ci sono tanti altri modi di fare vino-frode? E le barrique supertostate, vabbe' costano di più, ma anche quelle denaturano il vino, mi pare, o almeno lo aromatizzano pesantemente."
Una domanda necessaria quella di Mike. Un quesito che mi da il la per approfondire la questione dal punto di vista di chi fa - o meglio, prova a fare - comunicazione del vino.
Sono perfettamente d'accordo, ci sono moltissimi altri modi di taroccare il vino (non parlerei di frode anche se nel momento in cui non lo si specifica in etichetta, di fatto un po' di frode c'è, se non altro morale, nei confronti del consumatore meno esperto) e l'utilizzo di trucioli non è altro che uno dei tanti, probabilmente nemmeno il peggiore.
Perché allora tutto questo parlare di trucioli ?
Io credo che le ragioni siano molteplici. Da un lato da qualcosa si doveva ben partire, dall'altro occorre che questo qualcosa, perché la questione - molto tecnica - possa essere avvicinata da chiunque, debba per forza rappresentare una pratica di facile comprensione per tutti. Se ci mettiamo a parlare di aggiunte di tannino, di acido tartarico, di gomma arabica o di altri più oscuri trattamenti avremmo comunque a che fare con aspetti talmente tecnici ed impalpabili che sarebbe molto più complesso poter creare una discussione ed un interesse nella massa dei lettori. Ricordiamoci che il blog, così come TigullioVino.it, si rivolgono a tutti, non solo agli esperti.
Il truciolo è una delle poche "pratiche enologiche" che permette a chiunque, anche al meno esperto, di poter avere immediatamente un'idea - se non altro visiva - del tipo di procedimento che in concreto comporta. Il vino nel legno o il legno nel vino ? Credo sia una domanda a cui anche un bambino potrebbe rispondere. Tutti sanno cosa sono i trucioli o, per lo meno, se ne possono prefigurare l'idea. E' quindi più semplice instaurare un dialogo sul più ampio argomento "pratiche enologiche", passando attraverso il truciolo.
C'è poi un altro aspetto. Molte delle sostanze utilizzate in enologia - perfettamente legali come i trucioli di vino, ci mancherebbe - sono utilizzate da tempo immemorabile, mi riferisco per esempio alla SO2 che tranne rari ed eccezionali casi, rappresenta un "momento" della fase del produzione del vino, più o meno consolidato ed accettato. Certo, sarebbe bello poter leggere in etichetta quanta ne viene usata dato che bere un vino sottoposto a 20 o 50 mg/l è un conto e berne uno a 150 - 200 un altro, non solo per il cerchio alla testa, ma resta pur sempre un tipo di trattamento verso il quale, a torto o a ragione, si è sviluppata una certa assuefazione e tolleranza.
Ma il punto è un altro. Perché nessun particolare clamore per l'aggiunta di gomma arabica, tannino, o di altre mille sostanze normalmente impiegate durante la produzione di vino ? Ci avete mai pensato ? Al di là del fatto che probabilmente né i trucioli, né molte altre sostanze utilizzate in enologia comportano alcuna conseguenza sulla salute, il truciolo è venuto alla ribalta per una ragione che lo distingue completamente da quelle che sottostanno ad altre pratiche enologiche : mi riferisco all'incidenza economica che una pratica di questo tipo può rappresentare per l'azienda, al risparmio che un produttore che la adotti può trarre sostituendolo completamente, in fase di produzione / affinamento, alla vecchia botte di legno. Soldi signori, soldi !
Ora, nulla di male che un produttore voglia risparmiare ma che non lo faccia nell'ombra ! Ho già avuto modo di dire la mia - per quel che vale - sull'idea che l'utilizzo dei trucioli possa consentire di competere sui mercati internazionali. Come detto, è una filosofia che può andar bene nel breve periodo ma che può andar meno bene nel lungo, anzi, penso che possa creare più danni che benefici. Se non altro all'immagine del vino italiano nel suo complesso.
Ma mentre su questo possiamo continuare a discutere all'infinito, una cosa sulla quale non possiamo continuare a discutere è che anche per il vino ci vorrebbe una bella etichetta trasparente. Da qui nasce il progetto Chips Free a cui noi aderiamo volentieri. Un punto di partenza e non di arrivo. Non si tratta di fare i moralisti quindi, ma solo di pretendere una trasparenza che è data per cosa normale ed acquisita per decine di migliaia di altri prodotti alimentari.