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L'esperanto del vino

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C'è un post un po' datato ma di estrema attualità che ha scritto qualche tempo fa Luigi Odello del Centro Studi Assaggiatori, con cui abbiamo una collaborazione editoriale attraverso la rubrica su TigullioVino.it curata dalla brava Manuela Violoni, proprio sull'analisi sensoriale.
Bene, Luigi si chiede se forse non siamo tutti un po' vittime di quella subcultura enoica che siamo andati creando, volenti o nolenti, attraverso un linguaggio del vino chiaro a pochi ed ostico a molti, in cui spesso ci crogioliamo, persuasi di sapere e pigri verso lo sforzo di trovare forme nuove e migliori.

Molto di quel che Odello scrive è ben vero: la scrittura del vino è spesso autocelebrativa e "di nicchia", poco aperta al non addetto ai lavori, il vocabolario di base è piuttosto ristretto ed è facile descrivere più vini semplicemente cambiano l'ordine con cui vengono utilizzate le medesime parole. Va detto che non è affatto semplice scrivere di vino, tanto meno farlo cercando di rendersi comprensibili ai più. Le ragioni sono molteplici ma la principale credo sia la difficoltà di trasposizione di emozioni e sensazioni derivanti dall'assaggio e la necessità nel contempo, per farlo, di essere vincolati ad un vocabolario piuttosto rigido.

Penso si possano distinguere più aspetti : l'aspetto tecnico, l'aspetto emozionale e la variabile personale.
Ciascuno di questi tre aspetti contribuisce a dar vita alla descrizione di un vino e molto del peso che ciascuno di questi aspetti assume nell'arco di ogni singola degustazione - sia essa scritta o parlata - cambia radicalmente il risultato. Anche le variabili sono molte, prima delle quali il soggetto che degusta.

Se l'aspetto emozionale, se non adeguatamente dosato, può arricchire la descrizione di aggettivi spesso ridondanti e quello personale di iperboli e castronerie (nei casi peggiori), è anche vero che l'aspetto tecnico, quando ci siamo messi d'accordo su cosa vuol dire questo e su cosa vuol dire quello, risulta in effetti poco eludibile. Dire che un vino è acido non può essere canzonato se ci si intende sul fatto che un vino può ben essere acido. Dire che un vino è astringente o alcolico, idem. Sono valutazioni corrette se ci fermiamo alla sintassi. Potremmo discutere invece, sull'uso degli omologhi fresco, tannico, astringente, ecc. che sono di meno immediata comprensione per l'uomo comune.

Anche se molti termini fino a ieri sconosciuti o di certo poco utilizzati per descrivere un vino dall'uomo della strada, oggi sono stati sdoganati da trasmissioni televisive e riviste, non sarebbe male riuscire a trovare un esperanto del vino in grado di mettere d'accordo tutti sul cosa e sul come un certo "senso" vada trasmesso con la parola. Una lingua universale, quella del gusto, in grado di essere compresa da tutti.

Commenti

Ringrazio Filippo per l'apprezzamento. In effetti la comunicazione del vino in generale si è in qualche modo sclerotizzata su caratteri arcaici che di fatto nuociono al prodotto, e questo non solo sul versante sensoriale.
In certi casi anche i valori comunicati sono poco leggibili dal consumatore, in altri addirittura fuorvianti. Un esempio? I ceppi a ettaro presenti in una vigna: è stato talmente enfatizzato il concetto che più l'impianto è fitto e più il vino è buono che in certi casi biosgnerebbe avere viti bonsai per farcene stare così tante da stupire. In realtà la cosa non rappresenta alcun vantaggio per il consumatore, perché non è direttamente correlata con la qualità. Il sesto di impianto (distanze tra i filari e tra le viti sul filare) deve essere funzione della caratteristiche del terreno, del clima, dell'esposizione e del vitigno. E se un determinato sito con un certo vitigno può dare tanta uva per fare un buon vino, vorrà dire che al consumatore il vino costerà meno e quindi ben venga.

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