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La libera circolazione delle merci non è poi così libera, di Filippo Ronco

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La libera circolazione delle merci non è poi così libera

di Filippo Ronco

La libera circolazione delle merci - cito dalla Treccani - "è una delle libertà fondamentali garantite dall’ordinamento giuridico dell’Unione Europea (UE) e comporta, per gli Stati membri, il divieto di dazi doganali all’importazione e all’esportazione e di qualsiasi tassa di effetto equivalente, con la creazione di un’unione doganale e l’adozione di una tariffa doganale comune negli scambi con i Paesi terzi (art. 28 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea)."

e ancora:

"I divieti derivanti dalla libera circolazione delle merci includono ogni misura che, ancorché non qualificabile come dazio, abbia comunque un effetto di tipo discriminatorio o restrittivo degli scambi intracomunitari. La disciplina si estende altresì al divieto di restrizioni quantitative alle importazioni e alle esportazioni e di qualunque misura di effetto equivalente, intesa come misura che può ostacolare, direttamente o indirettamente, in atto o in potenza, gli scambi intracomunitari. (...omissis...) Tali divieti sono derogabili, ma solo per motivi di moralità pubblica, ordine pubblico, pubblica sicurezza, tutela della vita delle persone, protezione del patrimonio artistico, storico e archeologico, tutela della proprietà industriale o commerciale; le eccezioni non devono comunque costituire una discriminazione o restrizione dissimulata e devono rispettare i principi di proporzionalità e di idoneità al raggiungimento dello scopo."


Il sogno che avevamo tutti noi che studiavamo diritto comunitario nel bel mezzo del passaggio dalla lira all'euro, era quello di un'Europa unita non solo dal punto di vista economico e monetario ma anche dal punto di vista delle politiche, dell'integrazione e della contaminazione positiva dei popoli, delle lingue, delle culture. Forse non si respirava la stessa eccitazione sessantottina ma garantisco che nelle aule della facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Genova, in Via Balbi, la percezione del cambiamento e l'entusiasmo che permeava questa storica rivoluzione era palpabile. 

Molte cose sono state fatte in positivo anche se banche, centri di potere economico-finanziario, grandi industrie hanno inciso in difetto su quello che sarebbe potuta diventare l'Europa se negli ultimi 20 anni si fosse lavorato diversamente, con maggior visione. Spesso ci perdiamo in un'infinità di regolamenti, direttive da recepire e convertire in legge che se da un lato avranno sicuramente le loro solide ragioni d'esistenza, dall'altro si aggiungono al già insostenibile carico burocratico si ogni stato nazionale. Certo in questo passaggio i virtuosismi dei singoli stati hanno potuto fare la differenza in alcuni casi anche se poi, guardando al quadro macro della situazione europea mi pare che stiamo patendo tutti quanti l'eccessiva concentrazione sugli aspetti economico finanziari piuttosto che sui valori, sugli aspetti umanistici, sul progresso culturale e sociale dei popoli d'Europa.

Che fine ha fatto quell'anelito rivoluzionario, quella visione di futuro?

Uno degli esempi più eclatanti della distanza che ormai anche a livello europeo (non solo nazionale) si frappone tra le stanze dei bottoni e la realtà della gente che vive vite normali lo si trova nella normativa che disciplina il soggetto d'imposta, i metodi di riscossione e le figure della catena di controllo e garanzia in materia di accise per gli scambi intracomunitari (e sottolineo intra, che paradossalmente stanno divenendo più complesse che spedire fuori dall'europa) di merci ad esse soggetti. Mi riferisco al vino ovviamente ma anche alle birre ad alle altre bevande alcoliche disciplinate in un unico grande calderone insieme all'industria del petrolio, dell'energia elettrica - per esempio - o dei tabacchi.

Un'ottima sintesi della situazione dal punto di vista pragmatico, ci viene da un vecchio (ma attualissimo) post dell'amico Giuseppe Carlucci comparso proprio qui su Vinix tempo fa e dal quale estraggo questo fondamentale passaggio:

"Secondo l'art.11 del testo unico sulle accise che gestisce le vendite a soggetti privati all’interno della comunità europea, fermo restando i limiti di 90 litri di vino di cui max 60 di vino spumante… non si è soggetti ad obbligo alcuno a patto che il trasporto venga effettuato dall’acquirente."

provo a esplicitare:

- se sei un francese, prendi la macchina, vieni in Italia, entri in una cantina e ti carichi 90 litri di vino (60 se spumante) nel portabagagli e te ne torni a casa, nessuno ti può dire niente, non servono documenti particolari e siamo tutti a posto così. La cantina ha venduto della merce e potrà fare investimenti grazie al maggior introito, il cliente si porta a casa del buon vino che si berrà allegramente con parenti e amici

- se lo stesso francese però anziché venirselo a prendere, mi chiedesse di mandarglielo a casa allora no, tutto si complica, entra in gioco la normativa sulle accise e la spedizione diretta al privato diventa di fatto impossibile dovendo per forza passare per un deposito fiscale o un rappresentante fiscale o altro soggetto non registrato che abbia i requisiti, nello stato in cui voglio spedire, per poter adempiere agli obblighi (in massima parte cartolari) previsti da leggi e regolamenti.


Già se ci fermassimo qui, parrebbe evidente non tanto una semplice anomalia logica (se te lo vieni a prendere è ok se te lo spedisco no) ma proprio di una lacuna normativa (potremmo dire laguna considerata l'estensione e la gravità del problema) laddove le vendite online che anticamente sarebbero potute rientrare nell'arcaico concetto di "vendita a distanza" sono passate da concetto ipotetico a prassi ormai normale e consolidata nei rapporti tra persone del mondo digitale, civilizzato e globalizzato.

Ma questo è solo un assaggio di quanto tocca sopportare.
Diciamo che siamo in gamba, volenterosi e con il desiderio di fare le cose per bene e ci informiamo per procedere nei modi previsti dalla legge alla spedizione al nostro amico francese, gli adempimenti per una singola spedizione proveniente da un singolo soggetto che la mente malata di un apparato burocratico inadeguato e incompetente ad affrontare le sfide del mondo globalizzato prevede, sono le seguenti:

a) individuare, e stabilire con i soggetti che fungeranno da “debitori dell’accisa” nei Paesi destinatari un preventivo accordo commerciale (“Rappresentanti fiscali già registrati secondo le procedure stabilite da ciascun Stato membro”, stabiliti fisicamente cioè in ognuno dei Paesi comunitari con i quali vorrei avere a che fare commercialmente);

b) prestare la cauzione a garanzia del pagamento dell’accisa nel Paese comunitario di destinazione;

c) tenere un’apposita contabilità delle partite che verranno trasferite in ambito comunitario;

d) presentare, anteriormente ad ogni singola spedizione, una dichiarazione ai fini del rimborso della nostra accisa nazionale con l’onere, a carico di chi spedisce, di dimostrarne l’avvenuto assolvimento “a monte”;

e) di volta in volta, distruggere i contrassegni sulle bottiglie di liquore, previa specifica autorizzazione dell'Ufficio delle dogane competente che a tal fine può inviare funzionari ad assistere e verbalizzare, con spese a carico sempre di chi spedisce;

f) avere un magazzino fiscale, acquistare il software per poter emettere il DAA telematico, oppure e-Ad (sempre sperando che funzioni) per stamparlo per il trasportatore

g) appurare il buon esito della spedizione mediante la "Nota di ricevimento" anche questo fatto telematicamente dal destinatario

h) se la "nota di ricevimento" non viene inoltrata dal destinatario entro 2 mesi il mittente può essere sanzionato anche di 3000 euro! 


Fatto tutto questo la merce sarebbe ancora presso il nostro rappresentante fiscale all'estero o presso il deposito fiscale scelto e dovrebbe ancora essere inviato a destino al nostro amico francese che nel frattempo inizierà a domandarsi se non sia il caso di reperire il prodotto in altro modo mentre il produttore / venditore, dal canto suo, penserà che forse rinunciare alla vendita potrebbe allungargli la vita di qualche anno.

Appare logico, in un quadro di questo tipo, che pensare all'espansione libera e senza vincoli - così come cristallinamente ipotizzata dagli estensori delle basi della libera circolazione delle merci - delle nuove forme di commercio elettronico per prodotti soggetti ad accisa, appare lunare, specialmente sul fronte della disintermediazione che ad avviso di chi scrive sarebbe lo sbocco fisiologico delle dinamiche di rete. In altre parole, dove i prcessi di scambio e di vendita potrebbero funzionare meglio e dove potrebbero creare un volano di commercializzazione di proporzioni ragguardevoli per tutti i paesi membri, si mettono paletti burocratico amministrativi che vanno nella direzione diametralmente opposta.

E' prezioso, a questo proposito, precisare che a differenza dell’iva e dei dazi doganali, le accise sono di esclusiva competenza degli erari nazionali, difficile dare la colpa solo all'Europa quindi per questo disastro burocratico se non per un peccato di accondiscendenza (piò o meno interessata) per motivi che purtroppo vanno ben al di là delle mie competenze. Quel che è certo è che "attualmente, in Italia, le accise forniscono all’Erario un gettito molto rilevante che ne fanno il secondo gruppo di imposte indirette come ammontare dopo l’Imposta sul Valore Aggiunto" e questo mi pare venga prima di qualsiasi considerazione relativa alla tutela psicofisica dei soggetti destinatari dei prodotti contenenti alcool o di tipo ambientale (per petroli e servizi elettrici per es.) che parrebbe essere uno dei motivi per i quali questa farraginosa normativa coinvolge anche i nostri amati vini, birre e distillati di qualità. Tuttavia gli introiti derivanti da accise su "spiriti e birra", complessivamente, non incidono più dello 0,50% del totale (petroli, metano, energia elettrica, tabacchi portano nelle casse dello stato infinitamente di più), per cui sarebbero anche facilmente rinunciabili o sostituibili considerato l'impressionante aumento del gettito fiscale che gli stati avrebbero come riflesso se lasciassero maggior libertà di manovra in questo genere di scambi.

E' evidente quindi la necessità di fare fronte comune a partire dai produttori con le loro principali associazioni di categoria (penso alla FIVI per il vino, ad Assodistil per i distillati e all'Unionbirrai per la birra), ai principali siti e-commerce italiani del mondo del vino e dell'enogastronomia, alle associazioni dei consumatori, agli enti e alle istituzioni preposti allo sviluppo e alla promozione del commercio estero e naturalmente ai nostri rappresentanti politici, sia in sede nazionale che comunitaria. Fronte comune per la richiesta di un cambiamento che non sia volto necessariamente all'abolizione dei costi doganali (ultimo dei problemi) quanto ad una radicale semplificazione della procedura amministrativa sottesa a questo genere di scambi.

Per questo motivo invito tutti coloro che possano sentirsi interessati in qualche modo al problema a mettere una firma (ed eventuale commento) nei commenti e a rilanciare il più possibile questo mio scritto per stimolare opinione pubblica e mass media sul tema nella speranza di smuovere qualcosa a livello legislativo.

Qui la versione originale del post
Qui la versione inglese del post


Fonti:


Erica Varese, Francesco Caruso, Commercio internazionale e dogane. Le dogane negli scambi
internazionali, Giappichelli, Torino, 2011, p. 129. 

Marzia Cavallini, Tesi di Laurea 2004-2005 all'Università degli studi di Padova

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Laureato alla Facoltà di Giurisprudenza di Genova nel 2003, ho fatto pratica legale in uno studio per circa 2 anni ma non ho mai provato a dare...

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