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Parole e volti intorno a un calice

Intervista a Ottavio Rube

di Alessandro Maurilli

MappaArticolo georeferenziato

Arrivare alla Cooperativa Valli Unite non è per niente facile. Neanche un buon navigatore satellitare ti può aiutare molto ad arrampicarti per le colline che portano alla fattoria. Meglio! Di sicuro sarebbe un inquinante tecnologico pronto a rubare alla vista le meravigliose curve da percorrere fino all'arrivo alle Valli. Insieme agli amici e colleghi Cesare Berutti ed Enrico Boveri (proprietari di altre aziende agricole limitrofe) Ottavio Rube, uno dei precursori del progetto Valli Unite, nel 1977 decise di mettere a sistema il motto "l'unione fa la forza". Ed ecco la cooperativa. Oggi a Valli Unite lavorano più di 20 persone. Il settore vitivinicolo è quello che ha avuto gli sviluppi maggiori, ma non sono trascurate le altre colture. Oltre al sistema cooperativo, la grande novità (per la fine degli anni '70 era davvero una rivoluzione) della scelta del biologico.
Ed ecco allora il motivo di questa visita al nostro amico di marzo 2008. Ottavio Rube ci parla dei motivi e della filosofia che lo hanno spinto a credere in questo progetto ricordando che si può fare ancora un vino "di un tempo". Il calice è pieno del vino dei "vecchi", il Bardigà dell'azienda.


D. "Tre cuori e una stalla" ed ecco che nasce la Cooperativa Valli Unite. Da dove nasce il progetto?

R. Si proprio una stalla e tre… forse pazzi a quel tempo. Era il 1976 circa quando insieme a due amici, Enrico e Cesare, ci viene in mente di recuperare gli strumenti dei nostri nonni in una terra, la nostra che in quegli anni non prometteva nulla di grandioso. Così ecco qua la cooperativa che nasce al convoglio di numerose valli inglobando un sostrato culturale e sociale di grande rilievo.


D. Incoscienza va bene, ma qual era il progetto che avevate?

R. In realtà la nostra idea era quella di recuperare un mestiere che avevamo sempre visto fare da bambini ai nostri nonni e ai nostri padri. In particolare recuperare un po' la semplicità del farlo e nello stesso tempo la naturalezza di allevare i prodotti nei campi in un momento in cui l'agricoltura si basava sull'avanzamento della chimica e delle caratteristiche industriali.


D. La vostra azienda ricorda molto le vecchie fattorie di una volta dove non si prendeva nulla o quasi dall'esterno.

R. Proprio così, la nostra idea si basava proprio sul ciclo chiuso tipico delle fattorie dei nostri nonni. Dai cereali e foraggio per il nutrimento fino all'allevamento degli animali che concimavano le nostre terre. Insomma un ritorno al passato.


D. Tutto da subito è stato concepito nel totale rispetto dell'ambiente. Questo aspetto si ritrova anche nella vostra scelta di produrre col sistema biologico. E' questa la vostra filosofia?

R. Non la chiamerei proprio filosofia per non passare per quello che fa le cose per farsi sentire o per moda. Certo noi dall''81 abbiamo il riconoscimento di azienda biologica. All'inizio è stato quasi per caso, ma poi ci siamo accorti che se i nostri animali fossero stati nutriti con foraggio addizionato forse la qualità dell'ecosistema ne avrebbe risentito. Ecco allora la nostra scelta.


D. E il vino?

R. Più o meno tutti già facevamo vino, per uso casalingo più o meno. All'inizio del nostro progetto non abbiamo pensato che il vino sarebbe diventato il nostro prodotto principale perché abbiamo subito dato spazio ai prodotti della stalla e al ciclo chiuso. Quando abbiamo visto che rispetto al gran lavoro il reddito degli allevamenti era poco soddisfacente siamo arrivati a mettere insieme i vigneti e a pensare di produrre vino anche per gli altri.


D. Biologico anche il vino?

R. Ovviamente sennò che filosofia sarebbe la nostra. A parte gli scherzi, il vino più che gli altri prodotti riesce a sopravvivere alla natura se curato e controllato. Tutt'oggi noi usiamo solo rame e zolfo in quantità limitata solo per evitare le malattie della vite. Non usiamo disinfestanti chimici, ma solo quelli naturali… falci bene affilate… La concimazione dei filari avviene utilizzando letame. Abbiamo cominciato a usare piccoli mezzi meccanici solo da qualche anno perché prima la zappa e il badile erano pane quotidiano per noi.


D. La cantina?

R. Semplice, con poca tecnologia, quella che serve a "sopravvivere" al clima pazzo. Utilizziamo vasche di cemento per la fermentazione dei rossi che poi vanno in botte. Per i bianchi acciaio. Insomma abbiamo cercato di rimanere fedeli ai sistemi di una volta.


D. Con il rischio però che il consumatore non sia più abituato ai gusti di una volta "viziato" da vostri concorrenti che non la pensano come voi.

R. Beh si, ma ognuno è libero di scegliere il prodotto che vuole. Non costringiamo nessuno a bere il nostro vino. Però producendo vini storici come Barbera, Cortese e altri vitigni che abbiamo recuperato, non potevamo pensare di creare dei figli illegittimi solo per vendere qualche bottiglia in più.


D. Che tipi di vino producete?

R. La nostra scelta non poteva che rimanere sui prodotti del territorio. Barbera, Cortese, Dolcetto e da qualche anno abbiamo recuperato altri vitigni come detto. Per esempio il Timorasso, che in questi colli è di casa e rappresenta uno scorcio di vita sociale d'altri tempi.


D. Vino biologico sinonimo di?

R. Oggi forse sinonimo di meno buono per certi consumatori. E in effetti rispetto ai vini costruiti in cantina e già in vigna ha delle caratteristiche variabili di qualità più elevate. Però ci sono anche i consumatori che apprezzano i motivi che spingono a produrre così e sono alla fine quelli che cercano i nostri prodotti direttamente da noi.


D. Con i vostri vini tra l'altro avete contribuito a numerosi progetti a sfondo sociale.

R. Abbiamo abbinato un nostro prodotto, la Barbera DOC dei Colli Tortonesi, a un gruppo musicale da cui il vino stesso prende il nome, Brisca. Così vino e musica insieme danno sempre buonumore e voglia di sorridere e far sorridere chi non ne ha molti motivi per varie cause. Ecco allora l'idea di devolvere il 33% del ricavo di questo vino a vari progetti che negli anni abbiamo intrapreso. Il primo è stato dedicato alle donne del Burkina Faso che hanno potuto con i nostri fondi mandare le proprie figlie (almeno una a scuola) e incentivare la propria attività artigianale. Siamo arrivati da lì a mettere in piedi cinque progetti.


D. Un vino proprio per tutti allora è il caso di dire. Il vostro rapporto con il mercato?

R. Alla fine si vende, ma con un po' di sforzo perché dobbiamo praticamente fare tutto da noi. Devo dire che un po' tramite i progetti che hanno portato a far conoscere la nostra filosofia, un po' con il passaparola, alla fine riusciamo a piazzare i nostri prodotti.


D. Cosa bolle nel tino della Cooperativa Valli Unite?

R. Mi piace ricordare il progetto del Consorzio Trimillii che riunisce molti viticoltori "amici". E' un progetto nato nel 1995, durante un Vinitaly. Il nome deriva dal primo viticoltore italiano riconosciuto dalla storia, tale Tremelius. Ecco così questa sorta di gruppo di "propaganda" che attualmente riunisce produttori piemontesi e toscani, ma che è aperto a nuovi contributi. L'obiettivo è quello di trovare, attraverso il confronto, una via comune per rendere anche questo settore dell'agricoltura sempre più sostenibile.

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Alessandro Maurilli

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Alessandro Maurilli è nato nel 1980 in un piccolo paese della provincia di Arezzo, nel cuore della Valdichiana. Dopo aver frequentato gli studi...

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