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Appennini, alpi e... traghetti (Parte seconda)

La strada da Pistoia a Trieste ricorda il "Fil Rouge" di Giochi senza Frontiere. Il fatto di dover pagare il pedaggio autostradale anzichè ricevere un encomio per il coraggio è uno dei segnali più inconfondibili dell'imbarbarimento della "civiltà" occidentale.

In ogni caso, potreste pensare, arrivando a Pistoia da Milano, che la Cisa rappresenti il peggio che la viabilità sugli Appennini possa rappresentare.
Illusi...

... la Firenze-Bologna è una sintesi di ciò che non dovrebbe essere un'autostrada: cantieri, restringimenti di carreggiata, cambi di corsia, incidenti, incolonnamenti, cambi di carreggiata, ancora lavori, insomma, una specie di incubo, per di più aumentato da un nubifragio che mi ha cortesemente seguito sino in Veneto, che capirete che è finito (l'incubo, non il nubifragio...) solo quando, in un'area di servizio, prenderete atto che la "c" aspirata è stata sostituita dalla "z" a zeppola.
Siete a Bologna, il posto dalla parlata più simpatica del mondo.

Non ho, però, tempo per passare in studio e tiro diritto per Padova e poi per Trieste, via Venezia.
Più facile a dirsi che a farsi: passare la tangenziale di Mestre, infatti, è impresa per stomaci forti. Chi c'è stato non se la dimentica facilmente. Tre corsie delle quali una è sempre, storicamente, inutilizzabile. Un'altra corsia nella quale viaggiano camion e mezzi pesanti ed una terza sulla quale, se non si è in coda, se non c'è nebbia, se non c'è nessuno che fa il cretino e va a sbattere da qualche parte bloccando tutto, si viaggia tra i 50 ed i 70 chilometri orari.
Stavolta sono fortunato e si viaggia decentemente. In pratica, alle 17 circa sono quasi a Trieste. Passate le rocce carsiche (o almeno credo siano loro, da quanto mi ha detto un amico geologo), si arriva al punto che, da solo, vale il viaggio: dopo chilometri di paesaggio, se va bene, brullo, si curva e... tuffo al cuore, ci si trova quasi a strapiombo sul mare, sulla meravigliosa costa triestina.
Non so quante decine di volte sono passato di là, ma ogni volta è un'emozione.

L'appuntamento è alle 17.30, in piazza Ponterosso. Ho avuto fortuna: la mia controparte è F., un collega col quale, negli anni, è nata una sincera amicizia (ammesso che un'amicizia possa non esserlo). Appena ho saputo che il legale col quale avrei avuto a che fare era lui, ho tirato un sospiro di sollievo: è molto, molto competente, ma è ancor più onesto intellettualmente.

Ci vediamo e l'approccio non è quello che i clienti si aspetterebbero: un abbraccio tra legali avversari non capita tutti i giorni.
F. non si offende se gli do del pazzo, sa che per me è un complimento, che lui ricambia. Abbiamo storie simili, lui ed io, ma lui è molto più estremo e non rinuncia alla sua follia. Una parete della reception del suo studio è una piantina del mondo, con le zone in cui lui è stato più scure del resto della mappa. Le zone chiare, ormai, cominciano ad essere poche.
Prima di iniziare a discutere del nostro contratto, F. racconta che domani partirà per il Kosovo... solo lui poteva trovare clenti in quella parte del mondo.

Facciamo la nostra riunione: il contratto va tranquillamente verso la firma, magari fosse sempre così. Io ed F. stiamo un pò con i clienti, ma ci siamo già dati appuntamento a dopo, in un'enoteca dove spesso, in passato, siamo andati a fare notte.
La mia dieta forzata non me lo permetterebbe, ma un pò di vino lo assaggio e, scambiandoci opinioni sul deserto della Namibia, dal quale F. è tornato da poco, arriva il momento di ordinare il vino. Lui ha le sue idee, io gli chiedo se gli va bene assaggiare il Radikon.
Gli va bene ma, quando arriva, la sua aria cambia.
La sua parlata, con la cadenza tipica triestina, si fa seria in quell'ambiente da tipica osteria, luci basse su tavoli di legno e, vicino a noi, M., un sommellier tanto atipico quanto preparato. E' magro, F., pochi capelli rossi, viso lungo, lentigginoso e non segnato dagli anni, barbetta incolta. Si tocca la barba con quattro dita aperte della mano sinistra (solo il mignolo, chissà perchè, non è appoggiato sulla barba), il bicchiere in controluce nell'altra mano e... "vedi, JF, per voi tutto questo vuol dire poco, qui la guerra , molti di noi, la sentono ancora vicina... sai perchè da noi si dice che il Radikon è un vino buono? Perchè è coltivato a uomini... "
Gli chiedo in che senso: era ciò che aspettava...
"da quelle parti, sotto terra, senza che lo sappia nessuno o ci pensi più, ci sono sepolti tanti di noi, quella terra è fatta dai nostri uomini, da gente che perchè ci fosse l'Italia ha dato la vita... ora ci danno il vino, non ci vogliono lasciare, ecco cosa dice la gente di qui. Puoi capirlo, JF?"
Non so se posso capirlo, ma un brivido io ce l'ho avuto e, quando penso a Radikon, l'associazione ormai è automatica.

Finiamo di cenare. Lasciamo perdere i deserti della Namibia, le grandi dune paraboliche e tutto il resto, è ora di tornare. Salutiamo M., che è stato con noi una parte del tempo e torno verso la macchina, sul lungo mare.
C'è un vento tanto gentile quanto profumato e piacevole ed il lungo mare di Trieste è, come sempre, meraviglioso.
Vediamo un vagabondo che grida chissà cosa, proprio mentre arriviamo alla macchina. F. mi dice: "vedi? Lui ha fatto il salto quantico, qui a Trieste, col vento, è più facile, dicono che ti faccia impazzire. Ma chissà che anche noi due, un giorno..."

Mi fiondo, letteralmente, a Padova: un collaboratore mi aspetta in studio per preparare una cosa per domattina, ma arrivo troppo tardi, lo libero e gli do apuntamento per domattina. Arrivo in studio a mezzanotte e mezza. Sistemo qualcosa e vado in albergo. Domani, dopo la prima riunione in albergo, abbiamo un'altra giornata complessa, con riunioni a Belluno e Portogruaro, sempre a confermare che sono un grande pianificatore...

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