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Colonne sonore

Li chiamavano film "muti", ma in realtà non sono mai stati tali.
La musica accompagna e commenta le immagini, molto spesso, meglio della parola che, anzi, più di una volta le rovina.

Ieri ho accompagnato una persona in un posto, dalle parti di piazza Corvetto (sulla circonvallazione esterna di Milano).
Stavo aspettando che tornasse ed ho parcheggiato su via Marocchetti, il lungo viale che ho fatto, andando nella direzione opposta, centinaia di volte per imboccare la Milano - Bologna.

E' un vialone a due carreggiate, divise, nel centro, da un parcheggio sottostante un ponte-passante, che porta chi arriva dall'autostrada alla piazza successiva, saltando piazza Corvetto...

... parcheggio, resto in macchina e quindi ho tempo per guardarmi in giro ed osservare questa zona, grigia più del resto di Milano, polverosa e sporca, specialmente l'area del parcheggio sottostante il ponte, pieno di graffiti, immondezza, siringhe e quant'altro, facendo pensare a serate e nottate decisamente inquietanti.
Accendo l'Ipod ed escono delle note tanto malinconiche quanto a me care, quelle del piano di Wim Mertens (quello che ha scritto le colonne sonore, tra gli altri, di "Lezioni di Piano" e "Il Ventre dell'Architetto").

Dall'Ipod escono Lir, Prudence, Humility, 4 mains, The land beyond the sunset, altre ancora... e guardo fuori dal finestrino.
Capita una cosa strana: l'assenza assoluta di rumori esterni (fanno macchine davvero silenziose), la musica a mezzo volume, le immagini fuori, come guidate da una mano esterna in un invisibile Truman Show... sembra di essere lo spettatore della vita altrui, con commento sonoro (molto malinconico) di Wim Mertens.

Siamo, in linea d'aria, a non più di 3 o 4 chilometri dal centro, ma la gente è differente, veste in modo diverso, ha facce diverse, cammina in modo diverso...
Di fianco a me, un bar, una farmacia, un negozio di moto Yamaha e non ricordo cos'altro. Dall'altra parte del viale, seminascosto da un furgone parcheggiato davanti, un negozio di articoli porno ben più squallido di quanto si possa pensare e, più in là sulla destra, quasi sulla piazza, un benzinaio.

Passano persone, con pensieri sicuramente diversi, età variabili, ognuno di corsa, vivendo meglio che può la propria vita.

Un ragazzo arriva, di corsa, con la borsa di una società sportiva a tracolla, quella che per anni è stata la mia vita: starà correndo a fare allenamento ed ho dei bei ricordi. Scompare nella sala d'accesso alla metropolitana.
Una signora, avrà 55 o 60 anni, vestita in modo secondo lei elegante e per me improponibile (una giacca gialla di pelle che nemmeno Doris Day osava mettere), si ferma a parlare e civettare con uno fuori dal bar, che si mostra molto interessata. Sarà sposata, separata, vedova? Lui sarà il suo amante, amico, fidanzato? Chissà... dopo qualche minuto se ne va ed io ho solo Wim Mertens, non ho un telecomando che mi possa far seguire il suo canale dedicato e sapere cosa farà più tardi.

Poi, ancora, tante madri con figli, di ogni razza e credo, tanto per rammentare che si nasce uguali, non è la natura ad avere fatto discriminazioni: una signora, palesemente musulmana, si tira dietro un bambino che non ne vuole sapere, si volta verso di lui ed insiste, quasi nervosamente, perchè lui la finisca di resistere. Non riesce ad essere cattiva.
Una signora africana tiene in braccio sua figlia (almeno credo fosse una bambina, aveva delle cose rosa addosso): dà la sensazione che prima di portargliela via dovreste ucciderla. Mi ricordo, ero piccolo, quando mi dicevano che gli zingari "rubavano i bambini": beh, a quella donna mi pare difficile...
Dal fornaio escono una donna, piuttosto carina ed elegante, con suo figlio, che avrà 5 anni, l'immancabile zainetto-status-symbol sulla schiena e mangia una focaccia. Forse farebbe contenti altri bambini, ma lui ha qualcosa da "rognare" come dicono a Milano.
Due amici passano davanti a me ed entrano in farmacia. Ne usciranno dopo qualche minuto, con un sacchetto, discutendo con aria preoccupata. Non esiste nulla di più importante della salute, sembrano voler dire.
Poca gente sola: la compagnia, probabilmente non sempre ideale, pare essere considerata comunque molto meglio anche della migliore delle solitudini...

Ma arriva qualcosa, adesso, che rapisce la mia attenzione. Sono due persone, una coppia, li vedo sin da lontano, saranno 150/200 metri, vedo solo loro, come se avessero la telecamera puntata addosso e gli altri passanti siano solo delle comparse volutamente non "a fuoco".
Due persone che, sin da lontano, tradiscono un tenore di vita modesto, ma che ancora non vedo bene. Lui precede lei di un paio di passi ma le tiene la mano, lei lo segue.
Si avvicinano: lui ha un paio di jeans, dei mocassini consumati, color marrone chiaro (non beige, marrone chiaro), una maglietta da tennis a numerose righe orizzontali di varie dimensioni, in varie tonalità di blu e con qualche riga bianca e color crema. Lei ha un grande impermeabile bordeaux in similpelle, lungo sino a dieci centimetri sopra la caviglia, scarpe molto usate quasi in tinta e mi pare cammini con poco vigore.
Lui ha capelli castani chiari, tendenti al grigio, corti ma non cortissimi, lei ha capelli bianchi, raccolti e porta occhiali.
Sono più vicini: lui ha un'aria serena, avrà 55 anni. Lei ha l'aria stanca, ne avrà... ottanta?
Si assomigliano molto, davvero molto: sono madre e figlio, lui le dà la mano, lei la tiene e, insieme, camminano, non so ancora andando dove e, forse, nemmeno loro lo sanno (ma questo lo saprò dopo, vedendoli rientrare in un portone dopo avere fatto un giro senza entrare da nessuna parte).
Non si parlano, non sembrano averne bisogno, ma camminano.

Lui guarda avanti ed allunga la mano indietro. Lei guarda in basso e tende la mano in avanti.
Sono bellissimi.
Passano di fianco a me, li ho all'altezza del finestrino e li vedo sempre meno, sino a che, proprio alla mia destra, nel finestrino, come fosse un teleschermo, restano inquadrate solo le loro due mani: nessuna delle due è giovane, sono pallide ed entrambe hanno delle vene in rilievo. Si stringono, con affetto ed ostinazione, continuando quel ciclo vitale che aveva avuto inizio tanti anni prima, quando erano loro i due che entravano dal fornaio, uscendone con una focaccia mangiata da lui, allora bambino che seguiva, per mano, sua madre.
Nel finestrino si vedono ormai solo le loro due mani, solidamente assieme uniti, in un modo che difficilmente si può immaginare spezzato da qualsiasi evento, ma io vedo, oltre le loro mani, il ciclo della vita, il tempo che passa, l'amore incondizionato.
Li guardo allontanarsi nello specchietto, sempre sulle note di Mertens.
Buona fortuna ad etrambi ma, forse, ce la state già avendo.
Sono commosso... esco dalla macchina. Voglio sentire il vento sulla faccia...


Nella foto: è Wim Mertens, se vi va, ascoltatelo

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