
Il fatto risale a questa estate, ma gli strascichi polemici sono di queste ore.
Protagonista il Prosecco, un prodotto che non ha bisogno di tante presentazioni, essendo diventato sinonimo di bollicine italiane sui principali mercati esteri. E questo è sicuramente un punto a suo favore, che premia gli sforzi imprenditoriali, produttivi e di comunicazione dell'intera denominazione Conegliano Valdobbiadene e dei suoi protagonisti.
Il suo successo però è tale che qualcuno ha pensato bene di sfruttarlo senza far troppa fatica e ha lanciato il Prosecco nientemeno che...in lattina, come se fosse una bibita qualunque. Intendiamoci: non è un falso Prosecco. Qui non ci troviamo di fronte all'ennesimo tentativo di replicare un buon prodotto che ha successo, ma ad un'operazione di marketing ben orchestrata e sostenuta con non poca spregiudicatezza. Il contenuto della lattina infatti è proprio il famoso prodotto veneto-orientale, venduto sfuso da una cantina trevigiana e imbottigliato - pardon, "inlattinato", chissà se si può dire? - da un'azienda austriaca. L'hanno presentato in pompa magna nientemeno che con la diva Paris Hilton come testimonial, in una delle piazze più modaiole e turistiche del bacino mediterraneo: Palma di Maiorca. Sulla vicenda, il sempre attento Angelo Peretti fornisce un ampio e dettagliato resoconto
La storia ovviamente non finisce qui.
Da una nota dell'Ufficio Stampa Regione Veneto, apprendiamo che il primo a...brindare all'idea, è nientemeno che il coneglianese Luca Zaia, già presidente della Provincia di Treviso e oggi assessore regionale all'agricoltura veneta.
Diversamente da tanti suoi conterranei, Zaia dichiara: “Nessuno si scandalizza perché il caviale viene venduto in scatola; e nessuno confonde la carne in scatola con la “Fiorentina”: non vedo perché dovremmo stracciarci le vesti per la vendita in lattina del Prosecco. Semmai si tratterà di vigilare sulla qualità del contenuto, perché si tratta del Prosecco del Veneto. Dal punto di vista del marketing è un’opportunità – spiega – che risponde ad una richiesta che proviene dalla distribuzione e dal mercato mondiale e che ci fornisce una straordinaria occasione per far conoscere ad un numero sempre più vasto di consumatori uno dei nostri vini più famosi.
Ricordo che ci sono prodotti che, proprio grazie ad iniziative similari, hanno ampliato a dismisura il numero di conoscitori ed estimatoi, senza che questo abbia significato un appiattimento della qualità o una confusione tra produzioni di vertice e quelle di massa, come nel caso dell’aceto balsamico.
Stiamo anche parlando di un target nuovo – aggiunge Zaia – che altrimenti finirebbe comunque per bere in lattina altri vini di chissà dove; gli esperti ci dicono che, ad esempio, entro due o tre anni in Germania la vendita di vino in lattina sarà molto diffusa e se, non sarà veneto, potrebbe essere cileno o australiano. E poi chi berrà il Prosecco in lattina ne diventerà un nuovo consumatore e non ho dubbi che, in altre occasioni, acquisterà le bottiglie di pregio, ricorrendo magari al meglio della nostra DOC Conegliano valdobbiadene"
Continua Zaia: “Lo ritengo anche un segno dei tempi, e ricordo che il Prosecco viene venduto sfuso e nei contenitori più disparati e che, anche nella zona DOC, non tutto viene commercializzato in bottiglia, mentre le lattine di Prosecco ci sono già, sono di formato gigante e si chiamano fusti: non mi risulta che questo abbia prodotto danni. Cerchiamo dunque di essere obiettivi e pensiamo piuttosto che in Italia c’è un problema di natura giuridica: il vino a DOC non si può mettere in lattina, mentre altrove la vendita in questo modalità è destinata a diffondersi”.
“Non vorrei che qualcuno avesse l’amaro in bocca per non avere avuto per primo l’idea – conclude Zaia – e in ogni caso l’opposizione pregiudiziale al Prosecco in lattina è perdente, perché delle due l’una: o questo sarà un “flop”, e i detrattori dovranno ammettere di essersi sbagliati a preoccuparsi; oppure sarà un successo e allora dovranno recitare un mea culpa e inseguire il mercato”.
In pratica, Zaia plaude agli austriaci e bacchetta i veneti per non averci pensato per primi. A lui però risponde prontamente Franco Adami, presidente del Consorzio Tutela Prosecco:
"In tutta la vicenda Richprosecco lo sfruttamento del nome del vino Prosecco è chiara e lampante: ciò che conta è il nome, divenuto di successo grazie al serio lavoro di decenni di oltre 3.000 viticoltori e di 130 aziende spumantistiche. Per i produttori di Conegliano Valdobbiadene Prosecco è un vino che, grazie al lavoro di tre generazioni, è divenuto un simbolo del territorio. Ora vediamo sfruttato il nostro patrimonio da chi vuole guadagni facili in poco tempo e queste speculazioni danneggiano il nostro lavoro.
Abbiamo ancora la possibilità di azzerare questo fenomeno speculativo rinnovando la richiesta di riservare ai soli vini doc il nome di Prosecco, strada già percorsa dal Consorzio diversi anni fa ma non capita dai produttori della provincia di Treviso. Contiamo che, alla luce di questi fatti, la Regione riconsideri la nostra richiesta di riserva del nome. Solo in questo modo ci si protegge da speculazioni commerciali di questo tipo. Le garanzie che oggi tutelano il Prosecco doc di Conegliano Valdobbiadene devono essere estese a tutto il Prosecco.
Nello specifico di questa azienda austriaca, i nostri avvocati stanno studiando da tempo la situazione e faremo molta attenzione a verificare che nelle eventuali pubblicità di Richprosecco non appaia alcun riferimento al territorio di Conegliano Valdobbiadene. Siamo pronti ad agire legalmente qualora ce ne sia bisogno.
E’ chiaro che “riserva del nome” ed una politica che tuteli adeguatamente tutto il Prosecco sono questioni che devono essere affrontate dalla Regione Veneto e dal Ministero. In questo senso confido molto nell’impegno per vicegovernatore e assessore Luca Zaia, che in più di una occasione ha evidenziato la necessità di tutelare questo patrimonio trevigiano. Sono sicuro che le dichiarazioni apparse oggi sulla stampa non rispecchiano il suo autentico pensiero".
C'è da scandalizzarsi se un Prosecco finisce in lattina? Sì e no. No, se vogliamo che anche il Prosecco abbia la sua bella veste moderna-ma-elegante (la lattina in questione tra l'altro, è dorata, e fa tanto..Natale), attragga consumatori giovani, si proponga con un certo qual piglio markettaro-radical-chic e non so cos'altro.
Sì, se crediamo che anche per i vini il packaging abbia la sua importanza. (Del resto, se non l'avesse, non ci sarebbe attorno all'argomento un fiorente mercato di studi, agenzie, consulenti, corsi di laurea e master).
Personalmente, in lattina sono disposta a malapena a bere una Coca, faccio fatica ad approcciare una birra, figuriamoci uno spumante.
C'è gente che vuole il vino-bevanda? Ok, io sono tra questi. Togliete dall'altarino quella bottiglia, spegnete le candele davanti a quel magnum, e rimettete l'una e l'altro sulla tavola, per favore.
Ma soprattutto, cari produttori del Veneto Orientale, un po' di coerenza. Non stracciatevi le vesti se vi accorgete che qualcuno tra voi è disposto a vendere Prosecco disinteressandosi - o fingendo d'ignorare - che fine farà.
E non venitemi a dire che qualcuno che fa di queste scelte commerciali lo si trova sempre perchè business is business, come ricorda Angelo Peretti.
L'orgoglio territoriale, o è di tutti, o non serve a nessuno. Tutelare il marchio va bene, è giusto, doveroso: coltivare una mentalità di rispetto per il proprio e l'altrui lavoro, dimostrando con i fatti che si crede in ciò che si fa, è vitale.
Altrimenti, ha ragione Zaia: tutte quelle chiacchiere sul territorio, la storia, la tradizione, che regolarmente ammannite a noi giornalisti, e con noi, indirettamente, ai consumatori, sono solo poesia.
O peggio, per dirla col filosofo, "flatus vocis".
