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28.09.06

Maso Franch, ospitalità e ristorazione firmati La Vis

Maso Franch

Sabato 30 settembre 2006 è un giorno che entrerà negli annali della cantina Lavis - Val di Cembra.
S'inaugura infatti Maso Franch, Gourmet e Relais della Cantina (ovvero: ristorante e hotel), un'idea sorta sei anni fa ma concretizzatasi solo adesso.

Era infatti il 2000 quando Cantina La Vis decise di acquistare dalle Baronesse Sette l’antico fondo in vista di un progetto di valorizzazione della Valle di Cembra e delle Colline Avisiane.

“In Maso Franch trovano corpo diverse strategie aziendali - spiega Fausto Peratoner, enologo e direttore generale di La Vis - Enoturismo, accoglienza, promozione, cultura si intrecciano con un obiettivo ben definito: dare evidenza alle potenzialità di una terra e dei suoi prodotti (il concetto di genius loci). Rappresenterà per taluni versi l’immagine della Cantina, ma sarà anche importante per il turismo, la viticoltura e altri settori importanti dell’economia della nostra provincia. La nostra azienda è stata più volte innovativa nel proporsi e seguire delle strade avvincenti rilevatesi poi gratificanti. Anche con Maso Franch – continua Peratoner – vogliamo essere da stimolo per la nascita di altre realtà economiche che possano nel caso specifico integrarsi bene con l’importante lavoro sviluppato dai Patti Territoriali, le APT di ambito, le Strade del Vino e gli altri enti ed istituzioni della Valle di Cembra.”

“E’ una grande soddisfazione per una realtà cooperativa poter proporre una struttura del livello di Maso Franch – commenta dal canto suo Roberto Giacomoni, Presidente della Cantina La Vis e Valle di Cembra – I nostri soci ne devono essere davvero fieri perché è grazie al lavoro che compiono con tanta meticolosa attenzione in campagna
che i progetti di sviluppo di La Vis e Valle di Cembra sono stati possibili e ci stanno permettendo di crescere con tanta forza in Italia come nel mondo.”

Inserito in una cornice unica con i famosi terrazzamenti destinati all’allevamento di müller thurgau e chardonnay, Maso Franch è sia Gourmet, grazie ai circa 60 i coperti affidati allo chef Markus Baumgartner, (rinomato cuoco altoatesino già segnalato dalla Guida Michelin), sia Relais: sono infatti 12 le stanze disponibili (con alcune suite) pensate per accogliere un turismo qualificato e per certi versi di nicchia, disposto a concedersi più di una mezza giornata per entrare in sintonia con le magnifiche terre trentine.

La gestione del Maso è affidata alla famiglia Baumgartner che può contare oltre che su Markus, anche sul contributo della moglie Balbina, che farà da padrona di casa, e su quello del figlio Christian presente in sala.

Maso Franch potrà fregiarsi di “4 stelle S”, e oltre a una zona wellness l’ospite potrà disporre di una sala per la lettura e una cantina con una curata selezione di vini (con particolare attenzione per quelli provenienti dal Trentino Alto Adige). Sarà inoltre possibile nelle vicinanze, sugli 11 ha. che compongono la proprietà, compiere camminate all’interno dei vigneti che contornano il Maso come avventurarsi in percorsi dal sapore storico, culturale e paesaggistico.

C'è sempre un buon motivo per recarsi in Trentino: dal 30 settembre ce ne sarà uno in più.




27.09.06

Tre Bicchieri veneti 07

Prima la notizia: quelli che seguono sono i "tre bicchieri" del Gambero Rosso 2007, ovvero alcuni dei migliori vini d'Italia.

Amarone della Valpolicella Cl. ’01 Allegrini
Amarone della Valpolicella Cl. ’99 Bertani
Amarone della Valpolicella Cl. Casa dei Bepi ’01 Viviani
Amarone della Valpolicella Cl. Vign. Monte Ca’ Bianca ’01 Lorenzo Begali
Amarone della Valpolicella Cl. Villa Rizzardi ’01 Guerrieri Rizzardi
Amarone della Valpolicella Proemio ’03 Santi
Amarone della Valpolicella Vign. di Monte Lodoletta ’01 Romano Dal Forno
Bianco di Custoza Sup. Amedeo ’04 Cavalchina
Breganze Cabernet Sauvignon Palazzotto ’04 Maculan
Breganze Cabernet Vign. Due Santi ’04 Vigneto Due Santi
Capitel Croce ’04 Roberto Anselmi
Montello e Colli Asolani Il Rosso dell’Abazia ’03 Serafini & Vidotto
Recioto della Valpolicella Cl. ’04 Tommaso Bussola
Relogio ’04 Ca’ Orologio
Soave Cl. Ca’ Visco ’05 Coffele
Soave Cl. Calvarino ’04 Leonildo Pieropan
Soave Cl. La Froscà ’05 Gini
Soave Cl. Le Bine ’04 Tamellini
Soave Cl. Monte Carbonare ’05 Suavia
Soave Cl. Monte Fiorentine ’05 Ca’ Rugate
Soave Cl. Monte Grande ’05 Prà
Valpolicella Cl. Sup. ’99 Giuseppe Quintarelli
Valpolicella Sup. ’03 Corte Sant’Alda
Valpolicella Sup. Terre di S. Colombano ’03 Trabucchi

E ora il commento: complimenti a tutti. Ma..nihil novi, anche quest'anno.

Un po' di coraggio nel ricercare /premiare nuovi talenti, non avrebbe guastato.
Non so infatti se sia da considerarsi positivo il fatto che ogni anno sono sempre gli stessi - nome più, nome meno - a ricevere questo riconoscimento, perchè lo si potrebbe leggere come un segnale di allarme relativamente alla crescita qualitativa di una zona...
I "bravissimi" insomma, sono sempre i soliti noti. Da anni. (con qualche piccola eccezione, ovvio).
In tre parole: manca il ricambio.

Se fossi nei rispettivi Consorzi un po' preoccupata lo sarei...

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Vade retro, chips!

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L'argomento è sempre di attualità, ma le ultime dichiarazioni del Ministro delle Politiche agricole, Paolo de Castro, ci fanno ben sperare. Almeno un po'.

In un'intervista rilasciata al Corriere Vinicolo e in uscita il 2 ottobre prossimo, alcuni stralci della quale sono anticipati oggi su Focuswine, il web magazine della testata stessa, il Ministro dichiara che "la posizione Italiana è contraria ai trucioli, così come è chiara la contrarietà ad ogni pratica che rischia di produrre distorsioni competitive e concorrenza sleale a danno della produzione nazionale".
Tuttavia (c'è sempre un però, un ma, un tuttavia in casi come questi...)...." non possiamo non osservare le legittime posizioni degli altri Paesi comunitari, che in molti casi divergono dalla nostra visione. Per questo occorre lavorare per costruire il consenso sapendo che su alcuni singoli aspetti può essere necessario qualche compromesso. In ogni caso, sul tema trucioli, l’Italia terrà una posizione di assoluta chiusura rispetto a qualsiasi rischio di “contaminazione” delle nostre Doc e Docg".

Questo significa, in soldoni, che almeno i vini a denominazione d'origine dovrebbero essere esenti dal rischio truciolame.

Su tutti gli altri, che costituiscono la gran parte della produzione nazionale, la discussione è aperta.

Per i distratti e quanti sono rientrati solo adesso da favolose vacanze in luoghi esotici, ricordo che, su tale argomento, Aristide è sul piede di guerra da mesi, e che la ventilata proposta di autocertificare i propri vini come "chips free" è una realtà.
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25.09.06

Vinus Erectus

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C'è il vino frizzante e quello spumante (e pazienza se qualcuno del Corriere della Sera non sa distinguere un Prosecco da un Lambrusco...).
C'è il vino tranquillo (o fermo) e quello passito (o dolce), il vino liquoroso e quello alcolizzato.

C'è il vino bianco, il vino rosso e il vino rosato.
C'è il novello, il vino d'annata e quello invecchiato.
C'è il vino da uve appassite e persino quello da ripasso.
(C'è anche VinoPigro, ma non si beve, al massimo si legge tongue.gif)

E c'è il Vino Erectus.
Questa nuova, originale tipologia di vino nasce da un progetto viticolo preciso, per quanto insolito: lo trovate spiegato diffusamente qui.

Per forma mentis e preparazione culturale sono incline a guardare con interesse qualsiasi nuova pista di ricerca/studio. Probabilmente è presto per dire se questo nuovo modo di "assecondare" la vite può dare risultati migliori, in termini di prodotto finito, dei sistemi classici, quelli a cui siamo abituati da sempre.

Certo che questa idea dei grappoli rivolti all'insù, come se fossero girasoli, è decisamente originale.
E siccome chi la sta sperimentando, ovvero il vignaiolo Franco Ariano, rischia del suo, non possiamo che fare il tifo per lui e stare a vedere cosa succederà.

Con l'auspicio che, prima dei consumatori (quei pochi che riusciranno ad assaggiare i suoi vini, prodotti in quantità ovviamente limitatissime), per tutte le cure e il rispetto e le attenzioni che dedica loro gli siano grate le sue vigne.




22.09.06

Richprosecco, la trappola del successo: botta e risposta tra assessore regionale e presidente del Consorzio

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Il fatto risale a questa estate, ma gli strascichi polemici sono di queste ore.

Protagonista il Prosecco, un prodotto che non ha bisogno di tante presentazioni, essendo diventato sinonimo di bollicine italiane sui principali mercati esteri. E questo è sicuramente un punto a suo favore, che premia gli sforzi imprenditoriali, produttivi e di comunicazione dell'intera denominazione Conegliano Valdobbiadene e dei suoi protagonisti.
Il suo successo però è tale che qualcuno ha pensato bene di sfruttarlo senza far troppa fatica e ha lanciato il Prosecco nientemeno che...in lattina, come se fosse una bibita qualunque. Intendiamoci: non è un falso Prosecco. Qui non ci troviamo di fronte all'ennesimo tentativo di replicare un buon prodotto che ha successo, ma ad un'operazione di marketing ben orchestrata e sostenuta con non poca spregiudicatezza. Il contenuto della lattina infatti è proprio il famoso prodotto veneto-orientale, venduto sfuso da una cantina trevigiana e imbottigliato - pardon, "inlattinato", chissà se si può dire? - da un'azienda austriaca. L'hanno presentato in pompa magna nientemeno che con la diva Paris Hilton come testimonial, in una delle piazze più modaiole e turistiche del bacino mediterraneo: Palma di Maiorca. Sulla vicenda, il sempre attento Angelo Peretti fornisce un ampio e dettagliato resoconto

La storia ovviamente non finisce qui.
Da una nota dell'Ufficio Stampa Regione Veneto, apprendiamo che il primo a...brindare all'idea, è nientemeno che il coneglianese Luca Zaia, già presidente della Provincia di Treviso e oggi assessore regionale all'agricoltura veneta.
Diversamente da tanti suoi conterranei, Zaia dichiara: “Nessuno si scandalizza perché il caviale viene venduto in scatola; e nessuno confonde la carne in scatola con la “Fiorentina”: non vedo perché dovremmo stracciarci le vesti per la vendita in lattina del Prosecco. Semmai si tratterà di vigilare sulla qualità del contenuto, perché si tratta del Prosecco del Veneto. Dal punto di vista del marketing è un’opportunità – spiega – che risponde ad una richiesta che proviene dalla distribuzione e dal mercato mondiale e che ci fornisce una straordinaria occasione per far conoscere ad un numero sempre più vasto di consumatori uno dei nostri vini più famosi.
Ricordo che ci sono prodotti che, proprio grazie ad iniziative similari, hanno ampliato a dismisura il numero di conoscitori ed estimatoi, senza che questo abbia significato un appiattimento della qualità o una confusione tra produzioni di vertice e quelle di massa, come nel caso dell’aceto balsamico.
Stiamo anche parlando di un target nuovo – aggiunge Zaia – che altrimenti finirebbe comunque per bere in lattina altri vini di chissà dove; gli esperti ci dicono che, ad esempio, entro due o tre anni in Germania la vendita di vino in lattina sarà molto diffusa e se, non sarà veneto, potrebbe essere cileno o australiano. E poi chi berrà il Prosecco in lattina ne diventerà un nuovo consumatore e non ho dubbi che, in altre occasioni, acquisterà le bottiglie di pregio, ricorrendo magari al meglio della nostra DOC Conegliano valdobbiadene"
Continua Zaia: “Lo ritengo anche un segno dei tempi, e ricordo che il Prosecco viene venduto sfuso e nei contenitori più disparati e che, anche nella zona DOC, non tutto viene commercializzato in bottiglia, mentre le lattine di Prosecco ci sono già, sono di formato gigante e si chiamano fusti: non mi risulta che questo abbia prodotto danni. Cerchiamo dunque di essere obiettivi e pensiamo piuttosto che in Italia c’è un problema di natura giuridica: il vino a DOC non si può mettere in lattina, mentre altrove la vendita in questo modalità è destinata a diffondersi”.
“Non vorrei che qualcuno avesse l’amaro in bocca per non avere avuto per primo l’idea – conclude Zaia – e in ogni caso l’opposizione pregiudiziale al Prosecco in lattina è perdente, perché delle due l’una: o questo sarà un “flop”, e i detrattori dovranno ammettere di essersi sbagliati a preoccuparsi; oppure sarà un successo e allora dovranno recitare un mea culpa e inseguire il mercato”.

In pratica, Zaia plaude agli austriaci e bacchetta i veneti per non averci pensato per primi. A lui però risponde prontamente Franco Adami, presidente del Consorzio Tutela Prosecco:
"In tutta la vicenda Richprosecco lo sfruttamento del nome del vino Prosecco è chiara e lampante: ciò che conta è il nome, divenuto di successo grazie al serio lavoro di decenni di oltre 3.000 viticoltori e di 130 aziende spumantistiche. Per i produttori di Conegliano Valdobbiadene Prosecco è un vino che, grazie al lavoro di tre generazioni, è divenuto un simbolo del territorio. Ora vediamo sfruttato il nostro patrimonio da chi vuole guadagni facili in poco tempo e queste speculazioni danneggiano il nostro lavoro.

Abbiamo ancora la possibilità di azzerare questo fenomeno speculativo rinnovando la richiesta di riservare ai soli vini doc il nome di Prosecco, strada già percorsa dal Consorzio diversi anni fa ma non capita dai produttori della provincia di Treviso. Contiamo che, alla luce di questi fatti, la Regione riconsideri la nostra richiesta di riserva del nome. Solo in questo modo ci si protegge da speculazioni commerciali di questo tipo. Le garanzie che oggi tutelano il Prosecco doc di Conegliano Valdobbiadene devono essere estese a tutto il Prosecco.
Nello specifico di questa azienda austriaca, i nostri avvocati stanno studiando da tempo la situazione e faremo molta attenzione a verificare che nelle eventuali pubblicità di Richprosecco non appaia alcun riferimento al territorio di Conegliano Valdobbiadene. Siamo pronti ad agire legalmente qualora ce ne sia bisogno.

E’ chiaro che “riserva del nome” ed una politica che tuteli adeguatamente tutto il Prosecco sono questioni che devono essere affrontate dalla Regione Veneto e dal Ministero. In questo senso confido molto nell’impegno per vicegovernatore e assessore Luca Zaia, che in più di una occasione ha evidenziato la necessità di tutelare questo patrimonio trevigiano. Sono sicuro che le dichiarazioni apparse oggi sulla stampa non rispecchiano il suo autentico pensiero".

C'è da scandalizzarsi se un Prosecco finisce in lattina? Sì e no. No, se vogliamo che anche il Prosecco abbia la sua bella veste moderna-ma-elegante (la lattina in questione tra l'altro, è dorata, e fa tanto..Natale), attragga consumatori giovani, si proponga con un certo qual piglio markettaro-radical-chic e non so cos'altro.
Sì, se crediamo che anche per i vini il packaging abbia la sua importanza. (Del resto, se non l'avesse, non ci sarebbe attorno all'argomento un fiorente mercato di studi, agenzie, consulenti, corsi di laurea e master).

Personalmente, in lattina sono disposta a malapena a bere una Coca, faccio fatica ad approcciare una birra, figuriamoci uno spumante.
C'è gente che vuole il vino-bevanda? Ok, io sono tra questi. Togliete dall'altarino quella bottiglia, spegnete le candele davanti a quel magnum, e rimettete l'una e l'altro sulla tavola, per favore.

Ma soprattutto, cari produttori del Veneto Orientale, un po' di coerenza. Non stracciatevi le vesti se vi accorgete che qualcuno tra voi è disposto a vendere Prosecco disinteressandosi - o fingendo d'ignorare - che fine farà.
E non venitemi a dire che qualcuno che fa di queste scelte commerciali lo si trova sempre perchè business is business, come ricorda Angelo Peretti.

L'orgoglio territoriale, o è di tutti, o non serve a nessuno. Tutelare il marchio va bene, è giusto, doveroso: coltivare una mentalità di rispetto per il proprio e l'altrui lavoro, dimostrando con i fatti che si crede in ciò che si fa, è vitale.

Altrimenti, ha ragione Zaia: tutte quelle chiacchiere sul territorio, la storia, la tradizione, che regolarmente ammannite a noi giornalisti, e con noi, indirettamente, ai consumatori, sono solo poesia.
O peggio, per dirla col filosofo, "flatus vocis".

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19.09.06

Vecchi vitigni e brevettabilità

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L’antefatto:
Il 6 maggio di quest’anno presso l’azienda di Albino Armani si è svolto un incontro dal soggetto forse insolito ma molto attuale: “Il vino che era, il vino che sarà: è possibile brevettare la tradizione?”. Gli interventi, affidati a due ricercatori dell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, Marco Stefanini e Tiziano Tomasi, e allo stesso Albino Armani, lungi dall’esaurire l’argomento e dal rispondere a tutte le domande che il piccolo ma qualificato pubblico ha posto, non ha fatto altro che incoraggiarci a saperne di più, a tentare di approfondire, a puntualizzare.
Il “noi” è d’obbligo: insieme a me c’era infatti anche Giampiero Nadali, alias Aristide.

Il fatto:
Per questo, a distanza di qualche settimana, siamo tornati da Albino per una nuova conversazione a tre voci.
Questo che vi proponiamo è perciò un primo esempio di co-produzione VinoPigro-Aristide: coerente con la mia principale occupazione, qui troverete un approfondimento di carattere giornalistico, mentre Giampiero, più versato sul lato tecnologico, presenta sul suo sito la versione in video.

E.T.: Albino, da cosa nasce questo tuo interesse per i vitigni autoctoni e le vecchie varietà?
“Dal fatto di essere sempre vissuto qui, dal tentativo di carpire i segreti di questo territorio legato così indissolubilmente a enantio e casetta. Da questo derivano anche la mia Conservatoria dei vecchi vitigni e il mio interesse per i vitigni marginali o in via di estinzione…Ne abbiamo selezionati 11, ma stiamo lavorando solo su 2 o 3”.

G.N.: Quali sono oggi i vitigni sotto osservazione?
“Per me il presente è il Foja Tonda, ovvero il casetta, frutto di un’intuizione di 15 anni fa; salvare il vitigno dall’estinzione. Oggi fa parte della Doc TerradeiForti.
Attualmente poi siamo impegnati con la Nera dei Baisi, vitigno interessantissimo e quasi scomparso dal nostro territorio, con la Vernazza, un’uva bianca molto diffusa fino a 40 anni fa in Valadadige e ora quasi del tutto scomparsa, e con la Turca.
Con l’Istituto di San Michele abbiamo in atto una collaborazione che oggi ci vede impegnati anche su alcuni incroci, come il moscato rosa x moscato ottonel e lagrein x teroldego. Quest’ultimo in particolare, secondo me, è entusiasmante per colore, rotondità, piacevolezza…”

E.T: Nel convegno di maggio si è parlato anche di brevettibilità. Ma è davvero possibile, o meglio opportuno, brevettare un vitigno? E di che tipo? Uno vecchio, uno migliorato, il frutto di un incrocio…?
“Penso che sia possibile brevettare solo ciò che è nuovo, non ciò che già esiste ed è patrimonio di un territorio. Perciò il discorso va circoscritto agli incroci di vecchie varietà fatti da San Michele.
Per quanto mi riguarda, penso che si possa parlare di brevettabilità solo per vitigni non fortemente legati al territorio. Non mi sentirei pronto, insomma, a fare un lavoro di miglioramento sul casetta o l’enantio. Forse sarebbe auspicabile che questo lavoro fosse legato ad un Consorzio di tutela, un Comune, un gruppo di persone, non una singola azienda. Diverso invece è sperimentare qualcosa di nuovo su un incrocio, come il moscato rosa x moscato ottonel”.

E.T.: Non capisco questo bisogno di brevettare un vitigno che non sia legato al territorio. Nasce forse dal desiderio di avere qualcosa di proprio a prescindere dal luogo in cui si coltiva?
“ No. Semplicemente, credo sia impossibile fare diversamente. Se vuoi lavorare su un nuovo incrocio, questo deve uscire dal luogo in cui è stato creato accompagnato da un certificato di nascita che comprovi il passaggio di proprietà dall’Istituto ad un acquirente. Il quale può essere un vivaista, un Consorzio, un’azienda… Il fatto di far uscire questi incroci ti obbliga alla brevettabilità”.

G.N.: Tra le possibilità offerte dalla ricerca scientifica, c’è quella di migliorare le varietà in vista di una maggiore salubrità del prodotto finale. Quali sono i filoni d’interesse?

“Vi faccio un esempio: la Nera dei Baisi. Da studi fatti si è scoperto che ha nel proprio DNA una porzione di sangue americano. Si tratta dunque di un incrocio avvenuto in modo naturale. Passando tra i filari della Conservatoria in un’annata difficile come è stato per noi il 2005 si è visto che questa varietà non aveva nemmeno un grappolo attaccato dalla Botrytis. Questo significa che, se fosse stata sottoposta ad allevamento intensivo, non avrebbe richiesto l’uso di antibotritici o di una protezione con mezzi chimici, perché possiede, indotto dalla natura, un fattore di resistenza agli attacchi della botrite, così come a quelli di peronospora e oidio… Per questo si può pensare alla possibilità data dall’incrocio di lavorare non solo su aspetti generici di miglioramento qualitativo delle uve (sempre auspicabili ma forse oggi poco percepiti dal consumatore finale), ma anche di salubrità del prodotto, e con un basso impatto ambientale. Perché dunque non pensare all’utilizzo del lavoro d’incrocio anche per risolvere queste problematiche?”

E.T.: Tutto ciò toglierebbe terreno sotto ai piedi anche ai sostenitori della viticoltura Ogm…
“ Credo di sì. Il convegno che abbiamo fatto sta a dimostrare che c’è tanto di inesplorato e di possibile in questo campo…Non serve al momento utilizzare operazione di genetica spinta: il vecchio sistema dell’incrocio potrebbe dare risultati esplosivi e anche in tempi brevi”.

Alcune considerazioni finali: sostenere gli autoctoni non significa accettarli tutti acriticamente e a priori. Ci sono varietà che in passato sono state abbandonate perché non rispondevano alle esigenze di gusto o di mercato del momento – mutando le quali, oggi stanno invece trovando il loro spazio – ma ce ne sono anche altre che sono state tralasciate perché oggettivamente non valevano molto.
Arrivare a distinguere le une dalle altre è compito della ricerca: viticoltura, enologia, biologia, genetica hanno fatto grandi progressi e aperto nuovi orizzonti.
Sarà interessante guardare con occhi e strumenti nuovi questo patrimonio che ci viene dal passato. Al tempo stesso, sarà anche necessario da parte dei tecnici fare uno sforzo di adeguamento a questi “nuovi-vecchi vitigni”: non si può pensare di lavorare con un casetta come se fosse un cabernet sauvignon.
Una delle conseguenze più deleterie dell’imperante moda dei vitigni internazionali è che, in misura più o meno maggiore, anche la forma mentis degli enologi ha finito per standardizzarsi: e adesso, tornare a percepire e a interpretare certe sottili peculiarità di uve dimenticate da decenni, o addirittura sconosciute, richiederà molta buona volontà e un pizzico di umiltà...





18.09.06

Vendemmia 2006: cosa dicono gli esperti

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Sarà l’annata delle annate.
Senza trionfalismi, ma confortati dai dati scientifici che sono stati esposti al convegno “Focus on: vendemmia 2006”, tenutosi a Borgo Rocca Sveva (Soave, VR) qualche giorno fa, possiamo dire che l’annata 2006 sarà una delle migliori degli ultimi vent’anni.


Per fornire un quadro il più possibile completo della situazione dei vigneti del Veronese e del Vicentino (che insieme producono circa 5 milioni di q.li di uve bianche e rosse/anno, su una produzione regionale media di circa 9 milioni di q.li), sono state coinvolte più discipline: climatologia, statistica, agraria, enologia, oltre a tre Consorzi di Tutela – Valpolicella, Soave, Custoza-Bardolino – due istituti superiori di viticoltura ed enologia (San Michele all’Adige e Conegliano), due università (Padova e Verona), enti regionali (Avepa, Ispettorato Repressione Frodi Veneto) e alcune aziende, sia private che cooperative.

I ricercatori sono stati concordi nel dire che le uve sia rosse che bianche presentano in generale una maturazione equilibrata, con magnifici grappoli spargoli, sani, ben pigmentati, con valori zuccherini più alti rispetto al 2005, ph superiori e tenori di acidità un po’ inferiori se confrontati con la vendemmia precedente. A seconda della filosofia produttiva aziendale, si potrà raccogliere già adesso (la vendemmia nel Veronese ufficialmente parte oggi), oppure - facendo tutti gli scongiuri possibili - posticipare ancora un po' l'inizio della vendemmia, per ottenere uve quasi surmature in vista di vini più elaborati.


Dopo un paio d'ore di esposizione di dati chimico-analitici, alla fine si è concluso che:
i vini targati 2006 saranno tutti ottimi, sia i bianchi che i rossi;
i vini bianchi saranno più fruttati che floreali; i Cabernet dei Colli Berici - incredibile dictu - presenteranno indici di maturazione degni dei loro più nobili cugini d'Oltralpe e si potrà pensare per essi ad elaborazioni stile...bordolese;
sarà l'anno della garganega. Sia quella veronese che quella vicentina.
Il tutto, ovviamente, se le prossime settimane si manterranno al bello stabile. In caso contrario, dimenticate quanto letto fin qui: abbiamo scherzato.

Non è invece uno scherzo il quadro offerto dall'Assoenologi nazionale, presente al convegno nella persona del suo vicepresidente Giancarlo Prevarin: negli ultimi 15 anni il vigneto Italia si è ulteriormente ristretto: abbiamo perso 178 mila ettari. Cala la produzione nazionale e calano i consumi interni: siamo a 49 litri/procapite/anno. Negli anni '70 avevamo superato i 100.
La vendemmia 2006 dovrebbe dare 51 milioni e mezzo di hl di vino, ovvero il 2% in più di quella del 2005. La qualità dei vini dovrebbe essere per tutte le regioni buona/ottima, con punte di eccellenza in alcune di esse (Lazio e Abruzzo, per dirne un paio).
La parte più interessante dell'intervento di Prevarin è però stata l'ultima: cosa accadrà nei prossimi 15 anni?
"Assisteremo ad una rivoluzione nei vigneti: le aziende con più di 20 ettari dovranno per forza meccanizzarsi, se non l'hanno già fatto, per abbattere i costi di produzione, pena l'uscita dai mercati.
E bisognerà rivedere anche le strategie di commercializzazione. Non si può sempre crescere. Ad un certo punto bisogna fermarsi e consolidare la propria posizione. E poiché i consumi interni non aumentano, bisognerà trovare e mantenere nuovi sbocchi all’estero”.
Il che significa che per l'Italia, lo scontro con competitors agguerriti come Spagna e Australia si farà sempre più frontale e duro:
"Vincerà - ha concluso il vicepresidente nazionale di Assoenologi - chi saprà calibrare massa critica, immagine dei vini, qualità e prezzo dei medesimi".

Esperti in quadrature del cerchio cercasi, massima urgenza...





15.09.06

Lutto nel Bardolino

Brutte notizie per il mondo vitivinicolo veronese e italiano.
Ci è giunta oggi notizia dell'improvvisa e prematura scomparsa di Gaetano Zeni, Gran Maestro dei Cavalieri del Bardolino e soprattutto grande produttore di Bardolino

Gaetano ci ha lasciato del tutto inaspettatamente: si trovava in Germania, presumiamo - perchè di certo non si sa ancora molto - per promuovere i suoi vini, e con essi il nome di quel Bardolino nel quale ha sempre fortemente creduto.
Poichè detesto la retorica - e conoscendolo per persona schietta, cordiale e sincera, penso che non l'amasse nemmeno lui - non dirò che "se ne è andato un pezzo importante della storia della vitivinicoltura veronese, e bardolinese in particolare". Non lo dirò, anche se è vero.

Gaetano credeva molto anche in quella forma di rappresentatività del comparto del vino, del tutto volontaria e gratuita, per quanto colorata, che sono le confraternite enogastronomiche: non a caso i Cavalieri del Bardolino avevano in lui il presidente e fondamentale figura di riferimento. L'Imperial Castellania di Suavia, di cui faccio parte, ha sempre avuto in lui un entusiasta e fedele sostenitore, presente nei momenti più importanti, a dimostrazione che, almeno nelle confraternite, quello del vino è un mondo unito e compatto, orgoglioso delle proprie peculiarità e tradizioni storiche, solidale negli obiettivi.

Anche per questo, e non solo per i suoi vini, ci mancherà.




13.09.06

Che vendemmia sarà?

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Giornata intensa, quella di venerdì 15 settembre a Soave. Dopo la presentazione del nuovo Master universitario, alla mattina (v.post precedente), nel pomeriggio, alle 17.30 si terrà un convegno dedicato alle previsioni vendemmiali delle province di Verona e Vicenza: "Focus on: vendemmia 2006"

L'incontro, promosso per il secondo anno dalla sezione Veneto Occidentale di Assoenologi, si terrà sempre a Borgo Rocca Sveva; l’obiettivo è di giungere ad avere un quadro della situazione dei vigneti, in modo da iniziare la raccolta delle uve nel momento più opportuno, per definirne poi la più appropriata tecnica di vinificazione.
Dopo i saluti di rito, le relazioni tecniche saranno tenute da docenti delle Università di Verona e Padova e dell’Istituto di San Michele all’Adige; si parlerà di analisi storica dell’andamento climatico, di analisi della maturazione delle uve veronesi e vicentine, di qualità dei vini e di gestione ragionata della vinificazione nella vendemmia 2006.
Grande chiusura con il direttore generale di Assoenologi, Giuseppe Martelli, che farà un excursus completo sulla vendemmia 2006 in Italia.
Interdisciplinarietà; questa la filosofia di fondo che ispira questo genere di iniziative. Per fare un buon vino ormai occorre mettersi in tanti e lavorare di comune accordo, dando ciascuno il meglio delle proprie competenze: agronomi, climatologi, metereologi, enologi. Aver voluto tenere separato per tanti anni il momento viticolo da quello enologico è infatti, a mio modesto avviso, l'errore più grave che la produzione nazionale potesse commettere.
Non a caso ancora oggi ci troviamo spesso davanti a cantine attrezzate come laboratori degni di Star Trek, e a vigneti gestiti come faceva il bisnonno buonanima.

Recuperare un gap - sia pratico che culturale - richiede tempo, buona volontà, investimenti e conoscenze.
Per questo anche un diverso approccio, più scientifico, ai tempi e alle modalità della vendemmia può essere di aiuto, per portare in cantina uva migliore, e compiere poi in cantina le scelte più opportune.

Il convegno è rivolto agli addetti ai lavori, ma può assistervi anche un appassionato, purchè si armi di pazienza e metta un po' d'impegno nel seguire le diverse relazioni: non sempre i docenti universitari sono anche versati nella difficile arte della comunicazione...




11.09.06

Il vino: conoscerlo, proporlo, venderlo

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Venerdì 15 settembre alle 11 presso l'auditorium di Borgo Rocca Sveva - centro-congressi e unità produttiva della Cantina di Soave, di cui la foto ritrae l'ingresso - a Soave, verrà presentato il nuovissimo Master universitario di primo livello, finora unico in Italia, dedicato all'impresa vitivinicola e alla competizione internazionale.

L'iniziativa, organizzata dall'Università di Verona, si avvale del sostegno della stessa Cantina di Soave, di quello di Vinitaly-Veronafiere e della Banca di Trento e Bolzano, oltre che della collaborazione scientifica del Centro Studi Assaggiatori di Brescia. La presentazione sarà anche l'occasione per parlare di nuova economia globalizzata del vino e della competizione internazionale vista dall'impresa. All'incontro saranno presenti il presidente della Cantina di Soave Luigi Pasetto, il rettore dell'Università di Verona Alessandro Mazzucco, il direttore del Master Diego Begalli, il presidente di Veronafiere Luigi Castelletti, il presidente del Centro Studi Assaggiatori di Brescia Luigi Odello e Alessandro D’Agata, direttore commerciale dell'istituto di credito.

Che il mondo del vino sia cambiato e continui velocemente a cambiare, è un dato di fatto; per questo essere semplicemente dei "bravi venditori" di vino non basta più. Per quanto molti li rimpiangano, i tempi dei mediatori talentuosi, dei negociant dal fiuto infallibile sono finiti. Oggi il mercato (anzi, i mercati) internazionale richiede competenze nuove, una cultura e una flessibilità che nelle epoche eroiche dei vini venduti solo (o quasi soltanto) in cisterna sarebbero forse state sovradimensionate.
Grandi vini in bottiglia se ne sono sempre fatti - e venduti: ma erano molti meno di adesso, l'orizzonte dei paesi produttori era più chiaro e definito di come si presenta oggi.

Insomma, era tutto più semplice.

In questi anni il pianeta Bacco si è evoluto: sono cambiati gli enologi, gli agronomi, i sommelier, i giornalisti, i ristoratori, tutti stiamo, chi più chi meno, migliorando - e più o meno velocemente.
Ma alla filiera manca ancora un tassello: i venditori! Perchè una volta fatto il vino, occorre qualcuno che vada in giro a presentarlo e proporlo. E non si può dire che un Aleatico valga quanto un Trebbiano d'Abruzzo, o un Sangiovese quanto un Primitivo.
Non può essere solo una questione di prezzo, di griffe, di zona di produzione. Il vino è molto di più e altro.
Per preparare (o anche solo aggiornare) i professionisti che si occupano di quest'ultima, cruciale fase di produzione, l'Università di Verona ha studiato un Master - cioè un corso post-lauream - rivolto proprio a questo tipo di persone.
Le quali potranno essere fresche di laurea, ma anche già impegnate in qualche casa vinicola, e potranno partecipare anche produttori/enologi/responsabili d'azienda.
Per questo il corso è stato pensato "flessibile": chi intende conseguire il Master, sostenendo gli esami e presentando una tesi finale, dovrà seguire l'intero ciclo di lezioni (teoriche e pratiche), ma chi è interessato solo a parti di esso potrà frequentare solo i seminari che preferisce.
Le materie spazieranno dal marketing all'analisi sensoriale, dalla legislazione internazionale a elementi di viticoltura ed enologia. Le lezioni si terranno in aula e...sul campo. Ovvero in aziende, con appositi stage.
Hanno avuto un pensiero anche per noi operatori dell'informazione (specializzata): infatti ci sono stati riservati alcuni posti come auditori.

Il calendario delle lezioni è in corso di definizione, ma per favorire studenti e lavoratori provenienti anche da altre regioni, si cercherà di concentrare le materie in una settimana al mese, per dieci mesi.

In conclusione, questo nuovo corso mira a creare e a favorire scambi di know how tra chi "fa", chi "sa" e chi "insegna": l'augurio è che ad aderire siano in molti.
E che nessuno possa più dire " a scuola certe cose non te le insegnano".

Ultimo: vi chiederete cosa c'entra il "conflitto d'interessi". Non ve lo dico. Venite a Soave, e lo capirete...

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08.09.06

Valpolicella: piccole buone notizie...

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...di ordinaria amministrazione.
Ogni tanto anche noi giornalisti abbiamo bisogno di poter riferire qualche bella notizia, per quanto piccola.
In un recente post avevo parlato dei controlli che la Federdoc attua in maniera sistematica all'estero, prelevando del tutto casualmente bottiglie di vini italiani da supermercati, hard discount ed enoteche e sottoponendole ad analisi.

Le degustazioni per l'idoneità sono invece demandate ai vari Consorzi di Tutela di competenza, ai quali le bottiglie stesse vengono inviate con tutta la documentazione.

Grazie alla collaborazione del Consorzio della Valpolicella, sono stata chiamata ad uno di questi assaggi, cui partecipano enologi, produttori, mediatori, tecnici del territorio.

I campioni erano 30: alcuni di Valpolicella 2005, altri di Valpolicella 2004 o 2003, un paio di Amarone della Valpolicella .
Le bottiglie erano state comprate in punti vendita inglesi, tedeschi, belgi e olandesi, in date molto diverse - si andava da marzo al luglio scorso.
Ad un assaggio alla cieca, tutte le bottiglie sono risultate...quel che dicevano di essere. Ovvero, Valpolicella e Amarone della Valpolicella. Senza fallo. Alcuni buoni, altri perfino molto buoni. I prezzi andavano da 2 sterline e 99 per un Valpolicella 2005 venduto alla Tesco (GB), a 9,99 Euro per l'Amarone (lo so, è basso, ma sono i prezzi della Lidl tedesca, se no che hard discount è? ALT! non scandalizzatevi. In questi negozi si trovano in vendita anche Barolo e Brunello).
Si potrebbe aprire una lunga, interminabile discussione sul rapporto qualità/prezzo di questi vini: in tutti mi è parso piuttosto centrato, in alcuni casi perfino...un po' basso, se è vero che si vuole tenere alto il buon nome della Valpolicella, intesa come zona di produzione pregiata.

Ma non è questo il punto, adesso. Il punto è che i Valpolicella che si vendono nei supermercati esteri sono buoni. Rispetto a qualche anno fa, sono fatti bene, e si sente.

Perciò, andate tranquilli, e se vi trovate all'estero, compratene qualche bottiglia.
C'è il serio rischio che vi costino meno che in Italia.




06.09.06

Amarone fai-da-te: intervenga il Ministro

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Signori, la pazienza ha un limite e quella del Consorzio Tutela Valpolicella e dei produttori della zona non è infinita.
Va bene che l'Amarone della Valpolicella è un vino famoso-richiesto-apprezzato-imitato, ma arrivare a ridurlo ad un kit di montaggio...!

Eppure, la cosa è nota. Su Internet se ne discute da tempo - tra gli altri, l'amico Angelo Peretti - e per un po' abbiamo pensato, o finto di credere, che si trattasse dell'ennesima "americanata", questa dei Smith's wine making kits e di En Primier Signature Italian Amarone
Invece a quanto pare fanno sul serio: insistono e persistono. In una elegante scatola nera, si trova tutto l'occorrente per fare un buon Italian Amarone - sole e terroir compresi, evidentemente.

Simili "prodotti" mi ricordano tanto quei profumi (della pregiata marca "Tarocco") che ancora oggi è facile trovare sulla bancarella di qualche mercato rionale, o all'estero: simil Chanel n.5, Opium, Davidoff, Calvin Klein e via annusando. Che con le essenze originali non hanno nemmeno una molecola (odorosa) in comune. Ma, si sa, è bello illudersi e giocare a fare i signori, con pochi euro.

Ora, chissà che razza di beveroni escono da questi kit di montaggio, anzi di assemblaggio di non-si-sa-bene-cosa (liquidi? polverine? liquidi + polverine?). Non potendo e volendo aspettare che qualche gonzo italiano ci caschi e venga a riferircelo, da tempo è stata inoltrata opportuna denuncia a chi di dovere.
E "chi di dovere" così ha risposto, in data odierna, al Consorzio Tutela Vini Valpolicella:
"Prendiamo atto della Vs.segnalazione di cui all'oggetto (Amarone Americano in kit, ndr.).
Vi assicuriamo che la questione, a nostra conoscenza, è stata già opportunamente sottosposta all'attenzione degli organi istituzionali preposti. Riteniamo, a questo punto, di dover interessare direttamente il Ministro De Castro, tenuto conto che la faccenda si allarga e va a toccare sempre più il buon nome delle nostre Denominazioni".
Firmato, Federdoc.

La buona notizia è che ora sarà l'autorità massima - in materia di agricoltura - a dover darsi una mossa (speriamo).
Quella cattiva è che "i nostri" erano a conoscenza dell'esistenza di questi kit da tempo, e che la loro azione - qualsiasi essa sia stata - finora non ha sortito nessun effetto visibile. I kit sono sempre là, in vendita.

Quanta pazienza deve portare, povera Federdoc...




04.09.06

Il caso del Valpolicella Ripasso: seconda puntata

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Il riassunto della puntata precedente potete leggerlo qui

La scoperta di un Valpolicella Superiore Doc Ripasso "in cartone" non poteva passare inosservata agli occhi di molti produttori e del Consorzio Tutela Vini Valpolicella.

Al punto 8.5 del disciplinare di produzione del Valpolicella si trova infatti scritto che per questo vino si può utlizzare solo il tappo raso bocca - il che implica l'imbottigliamento in vetro.
Interpellati a proposito del fatto, i titolari della Vinicola Castellana sono, nell'ordine:
a) caduti dalle nuvole
b) incavolati come bisce
c) pronti a dare battaglia legale.

Gli ignari produttori di Marano infatti hanno garantito - nero su bianco - di non aver mai e poi mai autorizzato l'uso di una loro ex-ragione sociale (dismessa da tempo) come, appunto, la vinicola La Castellana nè all' imbottigliatore tedesco - fornitore di supermercati danesi, presso i quali è stato trovato il bag in box incriminato - nè ad altri, e di non aver mai esportato Valpolicella Superiore Doc, nè "liscio" nè "ripassato".
Fin qui i fatti. Ora, le ipotesi; cosa può essere accaduto? La cosa più semplice è che una cisterna di Valpolicella sia stata venduta ad un cliente italiano - cosa perfettamente legittima - e che questi l'abbia a sua volta ceduta, nome del produttore incluso, all'imbottigliatore tedesco.

Cosa succederà adesso? Il Consorzio della Valpolicella trasmetterà la denuncia agli organi competenti, ovvero alla Regione Veneto, all'Ispettorato della Repressione Frodi, al Ministero. Il perchè del coinvolgimento anche di quest'ultimo è presto detto: il prodotto è stato rinvenuto in un paese estero.E i paesi esteri non riconoscono le leggi italiane, ma solo quelle europee. Per difendersi da questi, come da millanta altri abusi/truffe/imbroglietti vari, più o meno consistenti, c'è solo un sistema, almeno per i vini a denominazione d'origine e/o di qualche pregio: imporre per disciplinare l'imbottigliamento in zona. Cosa che metterebbe fine alle numerose "gite fuori porta" di tanti camion cisterna.
Ripetiamo spesso e volentieri che in Italia non si fanno abbastanza controlli, che i pochi che ci sono non sono efficaci eccetera. Beh, seriamente: non è del tutto vero. Sul patrio suolo i controlli ci sono, e (spesso) anche severi.

Ma usciti dai confini nazionali è la giungla.

Uno dei pochi controlli effettuati nei punti vendita esteri di maggior frequentazione (supermercati e simili) è quello messo in atto da ormai una decina d'anni dalla Federdoc, la quale, ogni tanto, acquista come farebbe un qualsiasi cliente tre bottiglie di vino italiano per tipo (Chianti, Lugana, Barolo, Amarone, Frascati, Gavi, Nero d'Avola..quello che capita) e:
1) ne analizza chimicamente una, trasmettendo poi i risultati delle analisi al Consorzio di Tutela di competenza;
2) fa pervenire le altre due bottiglie al Consorzio stesso.

Questo, a sua volta,
a) controlla che le analisi siano in linea con il disciplinare,
b) passa sotto la lente d'ingrandimento etichetta e retroetichetta per valutarne la conformità,
c) sottopone ad assaggio da parte di una commissione di produttori/tecnici del territorio la terza bottiglia (anonimizzata) per ricavarne anche una analisi organolettica.
Se va tutto bene...si tira un sospiro di sollievo. Se no, si apre un nuovo fascicolo d'indagine per sospetta frode/falsificazione e simili.
E la giostra ricomincia.