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30.10.06

Ricordando Gino

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Un ricordo doveroso, e un ringraziamento tanto dovuto quanto tardivo.
E' forse la coscienza quella cosa che rimorde un po' alla Valpolicella del vino?
Perchè senza il grande Gino, e il suo "sdoganamento" di quest'area dal limbo dei "bravi ma sconosciuti", forse oggi anche l'Amarone non sarebbe il vino celebrato nel mondo che conosciamo.

Ricordare Luigi Veronelli ad un paio d’anni dalla sua inaspettata scomparsa (29 novembre 2004), e rendere omaggio alla sua figura di critico che tanto ha contribuito anche alla crescita qualitativa della produzione vinicola della Valpolicella , è l’obiettivo di “Omaggio a Gino”, un ricordo a più voci organizzato dal Consorzio Tutela della Valpolicella che si terrà martedì 7 novembre alle 17.30 presso il Relais Castrum di Castelrotto (S.Pietro in Cariano, Verona).
Aneddoti, considerazioni, riflessioni e ricordi su questa grande firma del giornalismo enogastronomico (primo autore italiano di guide ai vini e ai ristoranti) saranno il tema degli interventi di alcuni famosi e apprezzati giornalisti italiani di settore, amici e allievi: Gianni Mura, poeta e amico di vecchia data di Veronelli, giornalista di “La Repubblica” introdurrà Alessandro Masnaghetti, uno degli “eredi” spirituali di maggior spicco, già suo collaboratore e oggi direttore di una propria testata (“Enogea”) e Francesco Arrigoni, firma prestigiosa del “Corriere della Sera”, anch’egli formatosi alla scuola di Gino, come lo chiamavano gli amici.
Insieme a loro, Gian Arturo Rota, genero di Veronelli, per anni suo stretto collaboratore e oggi prosecutore del suo lavoro editoriale in veste di direttore di Veronelli Editore, cercherà di trasmettere al pubblico il Veronelli meno noto e più familiare, quello degli affetti e della vita privata.

Ho avuto la fortuna e il privilegio di lavorare con Luigi Veronelli per alcuni numeri della sua rivista. Proponevo gli articoli, e lui accettava. Anche quando non era d'accordo.
Ricordo per esempio le discussioni sul vino biologico, un argomento che mi ha sempre interessato e a cui volli dedicare uno dei miei primi articoli.

A Gino il termine "biologico" faceva ridere, e anche un po' arrabbiare. "Tutto il vino è, per sua essenza, biologico" mi diceva sempre. Ergo, o il vino è biologico, oppure non è.
Sapeva di parlare ad una che masticava di filosofia come lui - "tutti i giornalisti che scrivono o si occupano di vino dovrebbero essere laureati in filosofia" mi disse una volta - , sapeva che non potevo equivocare sul vero significato che attribuiva alla parola "biologico" (dal greco: "vita+parola", ma anche "vita+azione, fatto").

Malgrado questo, mi ha sempre lasciato carta bianca ed estrema libertà; ho sempre scritto quello che volevo, quando volevo. L'unico mio rimpianto, non essere riuscita a terminare in tempo (per lui) uno dei suo "Semi", un libro della collana dedicata ai "protagonisti della cultura materiale".

Ma se io gli devo molto, i produttori della Valpolicella gli devono decisamente di più: l'attenzione, la considerazione e il rispetto di tanta parte di quella critica enogastronomica che per anni ne avevano ignorato l'esistenza, perchè nell'Italia del vino degli anni '90 esistevano solo Piemonte e Toscana.

Un'attenzione e un rispetto che, poco o tanto, sono stati anche la chiave per aprire tanti mercati.

E poichè con i loro benefattori, passati e presenti, i produttori della Valpolicella non sono mai stati prodighi di gratitudine, l'auspicio è che questa serata induca tutti a riflettere: se qualcuno ti fa del bene, ringrazialo.
Con le parole e con i fatti, subito, adesso.

Non aspettare che se ne vada per sempre.




26.10.06

Valpolicella Ripasso, vino "schizofrenico"?

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Mi è sempre difficile parlare della Valpolicella del vino.
Non solo perché ci vivo, e perché qui vivono e lavorano molti miei amici, produttori ed enologi, ma anche perché – proprio a causa di ciò – temo di conoscere la zona e i suoi prodotti meglio di altri. Pregi, difetti, entusiasmi e paranoie compresi.

Su www.winesurf.it dell’ottimo Carlo Macchi – già curatore della Guida ai Vinibuoni d’Italia – si parla del Valpolicella Superiore Ripasso, una tipologia che – giuridicamente parlando – fino a poco tempo fa non esisteva nemmeno, ed ora è in attesa di venir riconosciuta a tutti gli effetti. Attualmente, la Camera di Commercio di Verona detiene i marchi “Ripasso” e “vini di Ripasso” ceduti dalla Masi Agricola di Gargagnago di Valpolicella a conclusione di una decennale vertenza che ha visto l’azienda presieduta da Sandro Boscaini contrapposta al Consorzio Tutela Vini Valpolicella e all’azienda Allegrini (per i particolari sull’annosa vicenda, v.qui).

Lo stesso Consorzio ha poi avanzato al Ministero competente la richiesta d’inserire il Ripasso - che al momento conta una sessantina di etichette - nel disciplinare di produzione del Valpolicella, e siamo in attesa di vedere se la richiesta verrà o meno accolta. Ciò premesso, ci sono alcune cose su cui, in materia di Valpolicella più o meno ripassato, vorrei riflettere, prendendo spunto dal pezzo (non firmato, ahimè) di winesurf.

Cito: “Chi vuole bere Valpolicella ha tre possibilità: Un vino fresco da bere giovane (Valpolicella) uno più strutturato da poter maturare per diversi anni (Superiore) ed un prodotto “diverso”, ottenuto “ripassando” il Superiore (di solito) sulle vinacce dell’Amarone o del Recioto”. In realtà, il primo è un vino a forte rischio d’estinzione. Ci sono aziende – piccoline, per carità – che hanno già scelto di non produrlo più, altre (un po’ più dimensionate) che stanno pensando di fare altrettanto, o di ridurne i quantitativi.
Perché, di fatto, tantissima uva viene destinata alla produzione del Superiore e dell’Amarone, sulle cui vinacce il Valpolicella verrà poi “ripassato”. Il motivo di questo fatto è facilmente intuibile. Intanto però al Valpolicella "fresco" restano le briciole.
Meno grave la situazione del Valpolicella Superiore “semplice”: se ne produce molto, però…

Infine, il Ripasso. Qui andiamo alla grande: le tendenza di vendita (soprattutto all’estero, dove finiscono gran parte dei vini della Valpolicella) e di consumo sono in crescita. Il baby Amarone, o il Super Valpolicella, come lo chiamano fuori dai patri confini, piace un sacco: ai danesi, agli inglesi, ai canadesi, ai giapponesi, ai norvegesi…
Costa meno dell’Amarone e “fa lo stesso effetto”. Il che vuol dire che è colorato, potente, alcolico come l’Amarone. E’ anche profumato, elegante, bevibile, tipico? Bah, insomma. Dipende. Dalle annate e dai produttori.

Personalmente, sono rimasta delusa dagli assaggi fatti per la guida Vinibuoni d’Italia, e con me il mio panel test. E’ vero che le annate che avevamo in degustazione erano precedenti a quelle da 4-5 stelle pubblicate su winesurf, ma, riguardando la scheda-lavoro, mi accorgo di aver dato tanti 2…e persino qualche 0 tondo tondo (molto pochi, per fortuna). Nei casi migliori, il voto arrivava a 3 stelle. Annata difficile il 2002, non c’è dubbio. I vini, Amarone e Recioto compresi, ne hanno risentito parecchio.

Volete che vi dica che sono tutti passabili- buoni-ottimi? Se vi fa piacere ve lo dico. Però non è vero.

Ed ora qualche domanda: perché i produttori della Valpolicella non tornano ad investire e a credere di più sul Valpolicella fresco – vino per altro ancora molto amato da tanti consumatori, e più dei suoi “fratelli maggiori” soggetto alle più forti pressioni della concorrenza sui mercati esteri - ?
Quest’anno saranno oltre 200 mila i quintali di uve messe a riposo, su ca 600 mila q. di produzione totale. Praticamente un terzo. Si può ancora parlare di selezione delle uve per vini come l'Amarone e il Recioto?
Infine – domanda maligna devil.gif
– perché le uve da Amarone e Recioto consegnate fresche in cassa, secondo la Borsa merci di Verona spuntano al kg, (dati del 23 ottobre), prezzi mediamente più alti se provengono dalla zona Doc piuttosto che da quella classica?

Sono più pregiate le uve (e quindi, si potrebbe pensare, sono migliori i vini) della Valpantena, val d’Illasi, val di Mezzane e Tramigna che quelle della Valpolicella “storica”?

Schizofrenica Valpolicella. A volte, non la capiscono nemmeno i suoi abitanti.

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24.10.06

La comunicazione del vino, quella nuova

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Come ampiamente annunciato,, nei giorni scorsi si è tenuta a Bergamo la seconda edizione di “Emozioni dal Mondo: Cabernet e Merlot insieme”, il concorso enologico internazionale dedicato al taglio bordolese, organizzato dal Consorzio Tutela Valcalepio e patrocinato da OIV. Al termine, la Fiera di Bergamo ha ospitato il convegno “La comunicazione del vino, quella nuova”.

Al tavolo dei relatori erano presenti pressoché tutti i mezzi di comunicazione, passati presenti e futuribili; dalla stampa (Flavio Grassi de Il Mio Vino Professional) alla TV (Stefano Cantiero, giornalista di Mondo Agricolo di Telearena), alla radio (Alessandro Maurilli, Radio Rai 1), dall’adv tradizionale (Elisabetta Frigerio di Robilant&Associati) all’analisi della comunicazione (Manuela Violoni, Centro Assaggiatori di Brescia), da Internet (Filippo Ronco, editor di Tigulliovino) alla comunicazione nella GDO (Francesco Cargo per Finiper) a quella istituzionale (Luca Pollini, Progetto Vinoè), a quella di servizio per il consumatore (Morena Lussignoli per Altroconsumo).

Uno spettro di possibilità e modi di trasmettere il messaggio-vino e il prodotto-vino quanto mai completo e variegato. Tutti di grande interesse i temi affrontati, e di cui sicuramente verrà dato spazio su diverse testate, dato anche il discreto numero di giornalisti italiani ed esteri presenti.

Qui riporto solo alcuni flash:
“Non potendo far sentire allo spettatore i profumi del vino, né addentrarmi in tecnicismi, devo far emergere dalla trasmissione la poesia del vino, l’emozione che lo stesso produttore prova nel fare il suo lavoro, e il suo legame con il territorio, perché il vino traduce sempre un luogo, una cultura, una tradizione, una storia…Per questo mi piace capire quanto il produttore si senta legato alla sua terra” (S.Cantiero)

“In televisione si fa comunicazione verticale: un’azienda, un territorio. In radio la si fa orizzontale, coinvolgendo cioè più persone, cercando di stimolarle ad approfondire ciò di cui si parla. Ciò che noi con la radio cerchiamo di fare è creare dei viaggi mentali per l’ascoltatore. Il pubblico della radio è più mirato di quello della TV, che è aperta a tutti. Per questo, paradossalmente, è più facile parlare di un vino in radio: perché il pubblico che ascolta è meno massificato e tra conduttore e ascoltatore si crea un rapporto di fiducia”. (A.Maurilli)

“Perché investire on-line? Perché c’è meno affollamento pubblicitario che sugli altri media, la pubblicità costa meno, è interattiva ed è misurabile. Si può scegliere il proprio target, modificare il messaggio in corso di campagna, entrare in sinergia con l’offline. Persino i blog aziendali possono essere usati come strumenti di marketing relazionale, per instaurare col pubblico un rapporto alla pari” (F.Ronco)

“Vini e descrizioni degli stessi: due mondi a se’ stanti? A volte parrebbe di sì. Per essere davvero utili, le descrizioni dei vini devono rispecchiare ciò che la gente comune avverte nel bicchiere, e permettere di distinguere un vino dall’altro. Viceversa, nelle brochure aziendali le descrizioni dei vini sono spesso troppo preoccupate di riflettere i luoghi comuni dell’eccellenza, mentre quelle delle guide specializzate sono fin troppo…liriche. Lo stesso vale per etichette e retrotichette delle bottiglie: è vero che devono trasmettere i valori dell’azienda, ma è uno sforzo inutile se tali valori non sono condivisi da chi legge…” (M.Violoni)

In fatto di comunicazione, come si evince da un veloce passaggio della recente trasmissione radio “Job 24” dedicata ai mestieri e alle professioni del vino, c'è chi sostiene (ma ancora una volta a farlo è un giornalista) che si parla ormai troppo ( e magari male...) di “ciò che sta dentro al bicchiere” e troppo poco di “ciò che sta fuori”: l'azienda, il lavoro in campagna, il territorio.
E alla luce di quanto emerso al convegno di Bergamo, è fin troppo chiaro che giornalisti e comunicatori (due professioni che s'incontrano, a volte si sovrappongono, ma non dovrebbero mai confondersi!) hanno il loro bel daffare. Signori, poche storie: stiamo sbarellando tutti un po', dobbiamo tornare in carreggiata. Per rientrare velocemente nei ranghi, abbandonando protagonismi di varia natura e atteggiamenti da enosnob, sarebbe utile ogni tanto mettersi dall'altra parte della cattedra e ascoltare il mondo della produzione con tutti gli annessi e connessi. Quella di Bergamo poteva essere un'ottima occasione, dato che nonostante le numerose relazioni c'è stato tempo per un bel dibattito con il pubblico.

Ma i produttori non c'erano.
Quello che poteva trasformarsi in un costruttivo dialogo tra le parti, alla fine ha mancato l'obiettivo principale, mettere produttori e mezzi di comunicazione gli uni di fronte agli altri . E stavolta non certo per colpa di giornalisti e/o comunicatori, e neppure degli organizzatori. 042.gif

Evidentemente, questo della comunicazione del vino, vecchia o nuova che sia, è qualcosa che sta a cuore solo ai comunicatori stessi.




20.10.06

Le Clef du Vin, e sai cosa...berrai

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Quello che vedete può sembrare una curiosità, ma in realtà è il risultato di 7 anni di studi, ricerche, prove e assaggi.
Si chiama "Clef du Vin", chiave del vino, e in un secondo o due è in grado di catapultare l'assaggiatore nel...futuro.
Facendogli appunto assaggiare il vino come sarà...tra un anno o più.

Come funziona?
La Clef du Vin modifica gradualmente, in modo controllato, le qualità organolettiche (gusto, odore, sapori e bouquet) del vino, perché è praticamente un catalizzatore che scatena e accelera un fenomeno del tutto naturale, qual è l’ossidazione del vino. Basta immergere la Clef per 1 secondo in un calice contenente 10 cl (o in una bottiglia di 75 cl se si usa il modello specifico) per ‘fare evolvere’ il vino stesso di un anno; due secondi, due anni; tre secondi, tre anni…
In altre parole la Clef du Vin consente di capire se il vino invecchierà correttamente o se invece è meglio berlo subito, o comunque entro l’anno (da ricordare: ogni secondo di contatto corrisponde ad 1 anno di invecchiamento)!.
Se il vino mantiene le sue caratteristiche di gradevolezza o addirittura migliora, dopo l’immersione della Clef, si può tranquillamente conservare; se invece diventa rapidamente sgradevole sarà consigliabile consumarlo entro breve.

Una volta utilizzata la Clef, basta sciacquarla con acqua calda e asciugarla (evitare la lavastoviglie). Non si usura ed è garantita 20 anni.

I vantaggi, dicono gli autori dell'invenzione - e soprattutto il suo distributore, Screwpull, un leader in fatto di oggettistica del vino più o meno futuribile, per quanto sempre molto bella e funzionale - sono evidenti: fare le scelte giuste nelle fiere e in enoteca, testare le bottiglie della propria cantina per sapere quali consumare rapidamente e quali invece lasciare invecchiare, oppure apprezzare un vino senza aspettare, perché la Clef accelera lo sviluppo aromatico del vino e ne ammorbidisce la struttura. Ma anche per i professionisti (produttori, enologi, cantinieri ecc.) è un prezioso aiuto durante le varie fasi di lavorazione in cantina, in quanto la Clef rivela lo stato di ossidoriduzione del vino.

La Clef, ricordo, venne presentata in anteprima al Vinitaly di Verona un paio d'anni fa: ora la distribuzione in mano a Screwpull dovrebbe riuscire a renderla più facilmente reperibile. A inventarla, oltre 10 anni or sono, è stato Lorenzo Zanon, chimico ed enologo, professore di chimica e di biologia, al vertice oggi di un’importante azienda di Champagne, in collaborazione con il sommelier Franck Thomas (miglior Sommelier di Francia e d’Europa nel 2000) e consulente internazionale.

Gli elementi di cui è composta la lega di questa chiave sono protetti da ben 4 brevetti internazionali; per "tararla", arrivando alla calibrazione 1 sec. di immersione = 1 anno, sono stati necessari 7anni di prove. In pratica, gli inventori hanno comprato una partita di bottiglie all’inizio del progetto. Da allora si sono riuniti ogni anno con sommeliers professionisti per delle degustazioni alla cieca. L’obiettivo era di confrontare ogni anno i risultati reali con le ‘previsioni’ de la Clef du Vin. E poichè la Clef si è rivelata attendibile per più del 95% dei casi, nel 2000 sono stati depositati i relativi brevetti.

Attenzione, però: non è esatto dire che la Clef invecchia il vino, poiché con l’invecchiamento naturale si innescano molti altri processi più complessi.
La Clef agisce a livello molecolare, ‘riorganizzando’ alcune molecole del vino. Il suo effetto è però irreversibile e le immersioni (contatti con il vino) sono cumulativi (un secondo, un anno; due secondi, due anni di invecchiamento ecc.). La Clef du Vin agisce allo stesso modo anche sui componenti aromatici (gli esteri, chetoni, aldeidi) e sui tannini. I componenti aromatici sono protetti da componenti solforosi molto sensibili all’ossidazione. La Clef interviene più su certe catene di composti (dette ‘alifatiche’) modificando i legami semplici di carbonio, zolfo e idrogeno.

Una vera chiave...di lettura del vino.




19.10.06

Un Recioto...divino

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Verona, 19 ottobre, è una città sotto assedio. Strade bloccate, impossibile parcheggiare, circolare, spostarsi in gran parte della rete viaria. Impossibile avvicinarsi a certe zone "sensibili" senza un permesso specifico: allo stadio Bentegodi sono appostati tiratori scelti, ci sono guardie, poliziotti, carabinieri ovunque. Nei giorni scorsi hanno controllato perfino i tombini, uno per uno.

Ma si tratta di un "disagio" gioioso, se ci è concesso l'ossimoro.

Perchè oggi, Sua Santità papa Benedetto XVI, è ospite della città scaligera per la conclusione dei lavori del IV Congresso eucaristico nazionale. L'ultima visita di un pontefice (allora era Giovanni Paolo II) risale a 18 anni fa.

Nel porgere anche noi, dal nostro piccolissimo, umile osservatorio internettiano, il nostro benvenuto a Sua Santità, ci permettiamo di brindare al suo arrivo con uno dei vini veronesi selezionati per il pranzo ufficiale: il Recioto della Valpolicella Doc Classico "Fiorato" 2003 dei Tommasi viticoltori di Pedemente, storica azienda della Valpolicella.

Ai (molti) esclusi dal papale pranzo, dirò che il vino in oggetto è reperibile nelle migliori enoteche e nei ristoranti italiani e non solo, ma che è consigliabile andare ad assaggiare direttamente sul luogo di produzione, approfittando così della cordialissima e familiare accoglienza che i giovani Tommasi - Giancarlo, Pierangelo, Piergiorgio, Stefano, Erica e Francesca, tutti impegnati in azienda con ruoli ben precisi, perfettamente in sintonia tra loro - eredi di una solida tradizione vinicola familiare, solitamente destinano a visitatori, clienti, e amici...




17.10.06

Sussurri e grida dal Trentino

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“La prudenza della cooperazione vitivinicola, che ha sempre saggiamente operato perché i prezzi al consumo fossero equi, ha contribuito ad evitare al Trentino la crisi profonda in cui versano altre regioni. Le cantine sociali hanno permesso al Trentino di parare comunque bene i colpi della concorrenza internazionale; possiamo ben dire che grazie alla cooperazione rappresentiamo il migliore e più strutturato distretto produttivo vitivinicolo italiano, con una fortissima presenza su tutti i mercati mondiali e un dinamismo che è da tutti invidiato”.

Così Michele Girardi, responsabile del settore agricolo della Federazione Trentina delle Cooperative, in occasione del convegno di settore delle cooperative agricole.
Era il settembre 2005. Tredici mesi dopo, qualcosa sembra non andare più nel verso giusto, in quest'isola felice del Trentino vinicolo. Si avverte palpabile un certo nervosismo, sussurri e grida che stanno oltrepassando i confini territoriali, risvegliando la curiosità di qualche addetto ai lavori, e non solo; cosa sta succedendo?

Qualcosa che nel mondo del vino succede tutti i giorni dell'anno: episodi di “normale” concorrenza commerciale tra aziende.

C'è un grande produttore/distributore (E.&J. Gallo Winery) che nell'intento di ampliare la propria offerta di prodotti è alla ricerca di nuovi fornitori di vino; all'appello rispondono in molti, tra cui Casa Girelli. L'offerta viene accolta e Casa Girelli riesce ad aggiudicarsi una parte della fornitura.

Gli esclusi ovviamente mugugnano, ma chi si arrabbia di brutto è Cavit, il colosso trentino che associa 12 cantine e rappresenta il 70% della produzione enologica provinciale, (potendo contare su 5.400 soci che gestiscono ca. 7000 ettari coltivati) e un fatturato che nel 2005 ha toccato i 164 m di euro (altri dati qui),

Perché la Gallo è legata a Cavit da un consolidato quanto blindato accordo di fornitura.
Ma soprattutto perché Casa Girelli è di proprietà della La Vis e Valle di Cembra (che l'ha acquisita al 100% nel 2005 tramite Vinicola Lavis Export srl).

E Cavit ha visto questa iniziativa come una clamorosa “azione di disturbo” nei suoi confronti. Un'azione che molti osservatori, anche esterni al Trentino, giudicano a dir poco scorretta.

Scorretta perché la cantina La Vis fa pur sempre parte della grande famiglia Cavit, e non è carino farsi lo sgambetto tra “parenti”. Scorretta perché, d'accordo che business is business, ma una mezza parola, un consiglietto, un parere, con la “sorella maggiore” Cavit, La Vis poteva anche scambiarli. Invece, dicono i bene informati, ha fatto tutto da sola, zitta zitta.

Ora la parola passa al consiglio di amministrazione della Cavit, che dovrà decidere la linea di condotta da tenere nei confronti dell'indisciplinata socia.

Fin qui, a grandi linee, la cronaca di questi giorni. Ma l'occasione ci è gradita, come si dice, anche per fare qualche considerazione di carattere generale. O meglio, per riflettere su qualche altro fatto.

Che il Trentino stia crescendo, enologicamente parlando, in quantità e qualità, è un fatto assodato; crescono le cooperative e crescono le aziende. Il territorio però è limitato: ad un certo punto, piaccia o no, l'incontro-scontro diventa inevitabile. Anche tra alleati.
Da un punto di vista cooperativistico, già ora il panorama appare dominato da tre grandi poli: Cavit, Mezzacorona, La Vis. Sebbene quest'ultima rientra nell'alveo della prima, è la più grande tra le cantine-socie, con 8 marchi propri, un export che raggiunge 40 nazioni nel mondo, un'immagine vincente, forte, riconosciuta.
E se finora la presenza di La Vis in Cavit ha risposto ad una filosofia aziendale che ha sempre dato la massima priorità al territorio e ai suoi vini, non è escluso che in un futuro anche prossimo le cose cambino e che, nell'ottica di uno sviluppo aziendale proprio, sia necessario rivedere certi rapporti.

Quel che al momento appare certo, è che il mondo del vino trentino sta attraversando una profonda, e più o meno agitata, fase di riflessione; l'augurio è che si tratti di una “crisi di crescita”, nella quale si rimette in discussione un po' tutto, nell'intento di trovare nuovi equilibri, più consoni anche ai mutati scenari internazionali.

E questo potrà verificarsi solo se i diversi protagonisti sapranno resistere alla tentazione dello scontro per cercare, nel rispetto delle regole, un sereno confronto .




16.10.06

Valpolicella Ripasso bag in box: parla il produttore

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Per il riassunto delle puntate precedenti, leggere qui e qui.
Ora, spazio alle repliche. Anzi, alla verità del produttore, Lucio Furia della Vinicola La Castellana di Marano di Valpolicella, la cui azienda si è trovata – a sua insaputa - in mezzo ad un vero e proprio “caso”.

“Io non esporto in Germania – premette il produttore – Esporto in Nord Europa, ma non Valpolicella Ripasso”.

Cos’ha fatto allora, quando le hanno detto di questo Valpolicella Ripasso bag in box?
“La prima mossa è stata di andare al Consorzio Tutela Valpolicella a sporgere denuncia; subito dopo sono andato a Conegliano Veneto, alla Repressione Frodi, dove ho fatto la stessa cosa. Adesso ho incaricato un avvocato di tutelare l’azienda. Su quel bag in box c’è la nostra ragione sociale…”


Infatti. Secondo Lei cosa può essere successo?
“Poiché prepariamo vini per l’imbottigliamento, qualche cliente può aver preso il nostro vino ed averlo esportato in Germania. Ma non poteva mettere sulla confezione il nome della mia azienda, senza autorizzazione. Per questo farò causa all'imbottigliatore tedesco”.

A Sua conoscenza, episodi come questo si verificano spesso?
“Noi abbiamo un grosso problema: al di fuori del confine italiano siamo poco tutelati. In Italia il vino a denominazione d'origine non può essere confezionato in bag in box perchè è vietato, ma non all’estero. E’ una norma che dovremmo fare accettare a livello comunitario”.

Questo significa che ci sono leggi valide solo per l'Italia...
“Il problema delle Doc è notevole. L’unico modo per risolverlo sarebbe adottare una fascetta di Stato”.

Come per le Docg?
“Sì. Il governo precedente aveva avanzato una proposta di questo genere, ma è stata bloccata. Questioni burocratiche, hanno detto. Il fatto è che se li numeriamo dall’a alla zeta, non esce più un litro diverso da quello che è. Così si avrebbero tot fascette per il numero di litri che l'azienda detiene, e basta”.

Ma perché hanno messo il nome della Sua azienda?
“Forse perché l'hanno preso dal certificato di idoneità che accompagna il vino...il documento viene rilasciato dalla Camera di Commercio, e sopra c’è il nome del produttore, oppure di colui a cui viene rilasciato il certificato stesso…Non me lo spiego, andrò a verificare anche questo. Ora però ho chiesto che il prodotto venga ritirato dal mercato: a questo punto non so più nemmeno cosa c'è dentro quelle scatole, il cartone non riporta nemmeno l'annata del vino. E questo è contro la legge, sia in Italia che all’estero”.

A meno di ulteriori sviluppi, con queste dichiarazioni possiamo considerare definitivamente chiarito "lo strano caso del Valpolicella Ripasso in bag in box". A margine del quale però, mi permetto due veloci considerazioni.

La prima: più che di una nuova OCM vino, il mondo del vino del vecchio continente avrebbe bisogno di una bella revisione della legislazione comunitaria. Serve una regolamentazione più coerente, omogenea tra gli Stati, snella, facile e rapida da applicare. Ma soprattutto comprensibile. Per citare un caso di questi giorni, il Regolamento CE n.1507/2006 sull'uso di chips appena pubblicato è così contorto che servirebbe una...cartina stradale per orientarsi tra quello che è sottinteso si possa fare (anche se non è esplicitamente detto) e quello che non si può fare (perchè è dichiaratamente vietato).

La seconda: se il governo centrale fosse più efficace nei controlli, dentro e fuori confine, farebbe rispamiare - e nei casi più gravi, risparmierebbe direttamente - un sacco di soldi ai produttori, costretti sempre più spesso a lunghe e costose cause internazionali.
I quali soldi (risparmiati) potrebbero essere impiegati molto più utilmente per fare formazione (presso gli addetti ai lavori) per la promozione in Italia e all'estero, per rimodernare cantine, re-impiantare vigneti, o dare la caccia a quel desaparecido del Catasto Viticolo...

a proposito, l'avete per caso visto in giro, ultimamente? qualcuno ne ha più sentito parlare...? blink.gif




14.10.06

C'era una volta la vendemmia "romantica"

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C'era una volta la vendemmia, quella che facevi per puro divertimento, nel vigneto dello zio o dell'amico: tu passavi una giornata all'aria aperta (piacevole novità per chi di norma vive in città), e intanto davi una mano (inesperta finchè si vuole, ma pur sempre una mano) al proprietario del fondo.

Ebbene, dimenticatevi tutto questo. Il tempo delle vendemmie "casalinghe" è tramontato. Pur non essendo una novità, - la legge è in vigore dal 24 ottobre 2003 e consente solo "l’apporto di lavoro gratuito da parte dei parenti e degli affini dell’imprenditore agricolo, questo non per forza coltivatore diretto o Iap, entro il 3° grado" - probabilmente non è mai stata presa molto sul serio. E invece, cosa succede se la si disattende?

Succede che l'amico, il pensionato, il visitatore che va a vendemmiare "seriamente" (sono escluse dunque le varie vendemmie "dimostrative" o a titolo di gioco, così di moda in questi anni in tante aziende), dedicando magari qualche giornata, sia pure a titolo gratuito (o in cambio di qualche buona bottiglia) in realtà, svolge una "prestazione occasionale di lavoro". E le prestazioni occasionali esulano dal'attuale mercato del lavoro, perchè non sono riconducibili né al lavoro subordinato, nè a quello autonomo. Tali prestazioni, quindi, non fanno sorgere alcun obbligo contributivo.
Per contro, il lavoro dei parenti ed affini entro il 3° grado deve essere prestato rigorosamente a titolo gratuito, fatto salvo il diritto al vitto ed alloggio ed ai rimborsi spese.
Una normativa, questa, che a suo tempo era stata fortemente voluta dalle organizzazioni di categoria.

Insomma, farsi aiutare in vendemmia in cambio di un bottiglione o poco più è diventato contro la legge, se non si può
sventolare sotto il naso degli ispettori un regolare contratto di lavoro.

Pertanto, quelle aziende (in genere medio-piccole) che si fanno aiutare da cugini, cognati, bisnipoti o simili rischiano grosso: le sanzioni stabilite dal recente decreto legge Visco-Bersani (DL del 4/7/2006) parla di cifre che vanno da 1500 a 12.000 euro per ogni dipendente. A questo vanno sommati 150 euro per ogni giornata di lavoro a partire dalla data di inizio vendemmia, più una sanzione in misura forfettaria, più le ritenute fiscali e i contributi Inps. Non solo: la sanzione civile non può essere inferiore a 3000 euro. Di contro, un operaio agricolo percepisce uno stipendio mensile di 930 euro lordi, mentre la paga giornaliera per le campagne di raccolta è di 6,61 euro (lordo).

A titolo di cronaca, in Toscana durante la scorsa vendemmia si sono registrate sanzioni che vanno da 27mila euro a persona a carico dell’azienda per 18 giorni di attività, fino a chi ha dovuto pagare 36mila di euro per tre lavoratori non regolari (nella maggior parte dei casi pensionati o amici). Più contenuta qualche multa: appena 500 euro per mancata consegna del registro di lavoro. Ma in nessuno dei casi, è bene specificarlo, si è trattato di lavoro nero.

Direte: "beh, e a noi che importa? ci penseremo l'anno prossimo. La vendemmia è finita: ora tocca alle olive".

Eh, no, ragazzi. Uva o olive non fa differenza, sempre di raccolto si tratta.

Perciò, se vi beccano sul fatto, provate a fare la faccia ingenua: "cosa ci faccio io qui?? nulla, ispettore! mi era solo caduto il cellulare..."

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12.10.06

Tra acqua e vino, la Maratona TerradeiForti

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Vino e acqua.
Acqua e vino.
Adige e Doc Terradeiforti for ever.
Domenica 15 ottobre, sulle acque del fiume che attraversa una delle valli più suggestive d'Italia, scivoleranno centinaia e centinaia di coloratissime canoe, kayak, Dragon Boat. Uno spettacolo mozzafiato.

Terradeiforti, territorio vitivinicolo a cavallo tra Veneto e Trentino, ospiterà infatti la terza edizione della Maratona Internazionale di canoa e kayak Terradeiforti, alla quale prenderanno parte canoisti da ogni parte del mondo.
Tra i promotori dell'iniziativa, l’omonimo Consorzio Tutela Vini (in cifre: 700 viticoltori, con 15 cantine aziendali e 2 cantine sociali; superficie: 1250 ettari vitati in un territorio lungo ca. 25 km e largo mediamente 2,5; produzione media: 187.500 q.li d’uva e 140.600 hl di vino).

Consorzio che, con Strada del Vino e dei Prodotti Tipici e Slow Food Terre dei Forti, sta attuando un progetto di promozione che vede protagonisti vini e prodotti tipici, fiume Adige ed offerta turistica. Vini autoctoni come l’Enantio od il Casetta, fiume Adige come easy rafting costituiscono il piatto forte di una proposta che racchiude enogastronomia, natura e cultura. Un assaggio di tutto questo lo si potrà avere domenica 15 ottobre durante la Maratona di canoa, organizzata da Terradeiforti Sport, Canoa Club Pescantina e Verona.

Spettacolo ed emozioni attendono il pubblico che potrà seguire l'evento dalle sponde dell'Adige: dalla trentina Borghetto d'Avio, partiranno alle 10 gli agonisti ed i Dragon Boat che supereranno dapprima, in terra veronese, l'Isola di Dolcè, punto di partenza, alle 12, degli amatori; quindi Ponton da dove partiranno, alle 12,30, gli Short Boats. Per tutti l’arrivo è sul lungadige di Pescantina.

Si tratterà insomma di percorrere 35 chilometri d'acqua per gli agonisti, 20 per gli amatori, 7,5 per gli Short Boats. Lungo il fiume ed alle partenze 250 volontari di associazioni locali saranno impegnati in operazioni di sicurezza e servizi di ristoro.

In questi ultimi in particolare faranno la loro figura i sapori e i vini del posto.




11.10.06

Chips, via libera da Bruxelles. A patto che...

Disco verde all'uso dei trucioli di legno anche per i vini europei.

L'ok definitivo è giunto in queste ore da Bruxelles: la Commissione Europea ha sì autorizzato questa discussa pratica enologica - già in uso tra i produttori americani, sudafricani e australiani - ma con l'obbligo di indicare l'uso dei chips in etichetta.

Dal canto suo, l'Italia ha già dichiarato che l'impiego dei trucioli per le pratiche "d'invecchiamento" sarà consentito solo per i vini da tavola, escludendo quindi Doc, Docg e Igt.

"Pur essendo soddisfatti per l'obbligo di darne menzione in etichetta siamo comunque contrari a una pratica enologica che, secondo alcuni esperti della materia, potrebbe indurre danni alla salute - ha commentato Floriano Zambon, presidente dell'Associazione nazionale Città del Vino, che fin dall'inizio della dibattuta questione si era schierata sul fronte del "no ai chips" -. Pensiamo tuttavia che il provvedimento rispetti il consumatore nel suo diritto di essere informato e le cantine che fanno qualità nel loro interesse a una concorrenza leale sul mercato".

Ora la palla passa i singoli Stati, che recependo la direttiva comunitaria dovranno stilare un regolamento ad hoc.
Siamo curiosi di vedere come se la caverà il nostro beneamato paese: nella sua bozza di regolamento infatti, in merito all'uso e al non uso dei chips, di tutto si parlava fuorchè di obbligare a indicarli in etichetta...

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10.10.06

Eventi al Nord e al Centro Italia

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Fine settimana denso di eventi & appuntamenti, il prossimo.
Per chi ha deciso di approfittare di questa grazia di sole che ancora ci è concessa, c'è solo l'imbarazzo della scelta fra cultura, attualità vinicola, degustazioni e ...godimento puro.

Comincio da quest'ultimo, segnalando "Profumi di mosto", la manifestazione in programma domenica 15 ottobre nella zona del Garda Classico.
Per un giorno, 22 cantine dell'enocircuito tra Valtenesi e Basso Garda si trasformeranno in gallerie d'arte, nelle quali gli artisti della Libera Accademia di Belle Arti di Brescia allestiranno le loro opere, interagendo con gli ambienti, con i profumi dell’uva in fermento, con il vissuto antico delle aziende.

Da Bedizzole (dove saranno aperte le aziende agricole Cantrina, Le Gaine e Pasini Giuseppe e Maurizio) a Calvagese della Riviera (dove si potrà far tappa alle cantine Redaelli De Zinis e alla Torre di Attilio Pasini) fino al cuore della Valtenesi, a Puegnago, dove l'itinerario comprende le cantine Masserino, Scolari, Pasini Produttori- San Giovanni, Marsadri e La Basia, mentre a Manerba aderiscono le Cantine Avanzi e l'agricola Taver.

Non manca Moniga, dove si potranno visitare le cantine dei f.lli Turina, l'agricola Monte Cicogna, l’agricola Costaripa di Imer e Mattia Vezzola e la cooperativa Cantine della Valtenesi e della Lugana, fino a Padenghe, dove saranno aperte l’agricola Pratello e la cantina di Emilio Zuliani.

Nell'area del basso Garda, infine, accoglieranno i visitatori la Spia d'Italia di Lonato, l'agricola Colli a Lago-Selva Capuzza di San Martino della Battaglia e la Tenuta Roveglia di Pozzolengo. Ogni azienda proporrà in degustazione un vino abbinato ad una specialità gastronomica: formaggi e salumi del territorio, ma anche piatti della tradizione rurale gardesana.

Spostandoci invece a est, a Villa Favorita di Sarego (Vi), secondo appuntamento con i grandi rossi. "BCM: Merlot, Cabernet e Bordolesi - L’Aristocrazia del Mondo: terra, genio, stile italiani" propone in degustazione sabato 14 e domenica 15 ottobre oltre 300 vini, più di 250 aziende dell’alta enologia internazionale, per un totale di 3000 bottiglie. Coinvolte 17 regioni italiane: Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Abruzzo, Lazio, Campania, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. Un fornito parterre di vini che, prezzo da enoteca, raggiunge il valore di 90mila euro.

Sempre in tema di valore il prezzo medio dei bordolesi è di 24 euro la bottiglia; quello dei Cabernet 25 euro; quello dei Merlot 26 euro. (L'ingresso, ovviamente, è a pagamento: 20 euro).

L’evento, realizzato col patrocinio della Regione Veneto e di Veneto Agricoltura, vede impegnati nella sua realizzazione la Provincia di Verona, la Provincia di Vicenza, Vicenza Qualità, la Camera di Commercio di Verona, la Camera di Commercio di Vicenza e l’Associazione Italiana Sommeliers del Veneto.
"BCM: l’Aristocrazia del Mondo: terra, genio, stile italiani", coordinato dal Consorzio di Tutela Arcole Doc, è il frutto di una collaborazione tra Strada del Vino Arcole e dei Prodotti Tipici, Consorzio di Tutela dei Colli Berici, Consorzio di Tutela Vini doc Vicenza, Strada dei Vini dei Colli Berici, Consorzio di Tutela Vini Doc Breganze.

Accanto ai migliori bordolesi di diverse zone di produzione italiane, saranno in assaggio numerosi Cabernet e Merlot, vanto del Veneto così come di altre differenti aree vocate, dall’Alto Adige alla Sicilia. Merlot, Cabernet Franc e Sauvignon, Carménere, sia in purezza che in taglio stile Bordolese, rappresentano in particolare per tutte le province del Veneto un’identità ampelografica ed enologica condivisa, tanto che si tratta di varietà che in questa regione sono radicate da oltre 200 anni.

Chiudiamo con una segnalazione nel Centro Italia. Venerdì 13 sabato 14 ottobre, a Montalcino, presso il teatro Artusi, si terrà il 3° convegno "Vino Salute da bere", tema quanto mai d'attualità ai nostri giorni. Il programma si può leggere qui. . Sempre il giorno 14, ma alle 17.30, tavola rotonda moderata dall'amico giornalista Fabio Piccoli su "Qualità della vita nelle terre del vino:
il ruolo dei Comuni nella gestione condivisa del territorio".

Al termine, verrà presentato il Premio Massimo Ferretti per la ricerca scientifica in ambito enologico.





07.10.06

Quando il vino "ha la luna"

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Dopo il vino biologico e biodinamico, il vino...lunare.
"Lunare" non perchè venga dalla luna - sebbene un giorno, chissà... !- ma perchè nasce dall'osservazione e dal rispetto rigoroso delle fasi lunari, alle quali la natura - animale e vegetale - risponde dalla...notte dei tempi.

Denis Thomas, patron della maison de négoce Moillard a Nuits-Saint-Georges, non contento di condurre già secondo i dettami dell'agricoltura biologica tutte le vigne dei suoi vigneti in Borgogna, Languedoc e Romania, da oltre un anno sperimenta la coltura bio-lunare. Ha persino fondato un'associazione :
Association bio-lunaire
6 place du cratère Saint-Georges,21700 Nuits-Saint-Georges (tel : 03 80 62 42 37 , Fax : 03 80 61 28 13)
biolunaire.nuicave@orange.fr

Tutto nacque dall'osservazione che uno dei vigneron fornitori della maison riusciva a portare uve bellissime e sane anche nelle annate più difficili. Incuriosito, Thomas chiese al contadino il segreto del suo successo e questi gli spiegò che da oltre settant'anni conduceva le sue vigne guardando...la luna.

In luna crescente, la vita microbica s'intensifica; meglio perciò non lavorare la terra per non disturbare questa fase rimandando le varie operazioni al momento della luna calante.
Si è anche osservato che la vitalità della vite, al pari di quella di qualsiasi altra pianta, aumenta durante la luna crescente. Non a caso è sul finire della luna crescente, nel momento in cui la vite raggiunge il suo massimo di vitalità e di capacità di resistenza, che subirà gli attacchi più virulenti della vita microbica.

In coltura bio-lunare, i trattamenti fitosanitari, sempre fatti a titolo preventivo, dovranno dunque essere realizzati appena prima della luna piena, in modo da proteggere la pianta quando la sua resistenza calerà. Inoltre, se le condizioni meteo lo richiedono, un altro trattamento potrà essere fatto appena prima della luna nuova, in modo da proteggere la pianta quando l'attività microbica è intensa mentre la resistenza della pianta non è al massimo.

Per quanto riguarda invece i lavori sulla vite stessa, occorre evitare di intervenire in luna crescente, per non disturbare la pianta nel momento in cui aumenta la linfa. Questo significa che potature, sfogliature, diradamenti eccetera dovranno esser fatti in luna calante.
Ancora, già i biodinamici avevano notato un'attività insolita nella vita vegetale e animale in occasione di eventi astronomici di un certo rilievo (eclissi, fasi lunari); sulla scorta di queste osservazioni, i viticoltori bio-lunari scelgono di non lavorare né il suolo né le piante, e di fare a titolo preventivo un trattamento fitosanitario giusto prima di questi momenti.

Qual'è il vantaggio di questa "filosofia" viticola?
"Che è molto più semplice di quella biodinamica" è la risposta di Denis Moillard. E, pur non basandosi su spiegazioni scientifiche incontrovertibili, si fonda però sull'osservazione empirica (quella che ha "traghettato" la vite e il vino dai giorni di Noè ai nostri) e sul caro, intramontabile buon senso.

E su fatti incontestabili: "Quest'anno abbiamo effettuato prelievi per controllare la maturità delle uve osservando il ciclo lunare. Otto giorni prima delle vendemmie, eravamo in luna crescente, abbiamo guadagnato nella settimana 1 grado di maturazione. La settimana seguente, la luna era calante, l'aumento è stato di appena 0,1, nonostante le condizioni climatiche fossero migliori".

Per convalidare scientificamente queste osservazioni, Denis Moillard ha incaricato un allievo ingegnere di effettuare controlli e analisi del suolo per misurare l'intensità della vita microbica e di studiare l'influenza della luna sull'affinamento dei vini.

Nulla di nuovo sotto la...luna, dunque. Per chi non avesse voglia di aspettare il responso degli scienziati, e volesse cimentarsi subito con la viticoltura bio-lunare, il consiglio è quello di...intervistare il nonno. La cultura contadina in materia di fasi lunari e lavori in campagna contiene una saggezza che è da stolti sottovalutare.

In alternativa, si può leggere il sempre valido "Calendario di Frate Indovino".
Oppure, si può cliccare qui e qui.




05.10.06

Chi ha paura del vino italiano?

Guerra all'alcol, senza se e senza ma.
E pure senza quartiere.
E' il nuovo diktat dell'attuale Governo, che già ha proibito - giustamente - il consumo di bevande alcoliche nelle mense di aziende "sensibili" (ovvero in quelle che svolgono “attività che comportano un elevato rischio di infortuni sul lavoro ovvero per la sicurezza, l’incolumità di terzi”). E' notizia di questi giorni che il nostro amato prodotto nazionale, bandito persino dai tavoli dei futuri enologi, è diventato uno dei molti bersagli della prossima Finanziaria.

"Perché il tema dell’alcol e dei giovani è finito in Finanziaria?" si chiede infatti l'Associazione Città del Vino in un comunicato.
" E che legame c’è tra il consumo moderato di alcol – principio sacrosanto – con la necessità di mettere a posto i conti dello Stato? E’ forse vero quanto ha dichiarato lo scorso 29 settembre a Roma, in una conferenza stampa di Città del Vino, il professor Alberto Bertelli, grande esperto della materia, consulente Mipaf e vicepresidente della commissione Sicurezza e Salute Oiv? Ovvero che “l’Italia sta subendo pressioni internazionali legate a motivi economici, in particolare da parte dei Paesi non produttori di vino, le cui abitudini alimentari sono diverse dalle nostre”.
E ancora, ha sottolineato l’esperto Bertelli, “nell’ambito di questa aggressione sta passando la falsa equazione vino uguale alcol, uguale droga. Invece – ha puntualizzato il ricercatore – il vino è un prodotto salubre che ha almeno quattro incidenze positive per l’azione frenante delle malattie cardiovascolari, tumorali, dell’invecchiamento, ed è utile in menopausa”.

Dice Floriano Zambon, presidente dell'associazione: "Troviamo assurda questa ondata proibizionista che si sta alimentando. Per una riflessione serena sul vino, sul rapporto vino e giovani, e vino e salute, chiediamo che il tema venga stralciato dalla Finanziaria. Anziché alimentare un’ondata proibizionista indiscriminata sarebbe opportuno stimolare un vero approccio educativo al vino, un prodotto che non può certo essere messo sullo stesso livello delle altre bevande a contenuto alcolico”.

Sull'argomento è subito intervenuta anche l'Unione Italiana Vini, che ha già inviato una lettera al Presidente del Consiglio Romano Prodi, al Ministro della Salute Livia Turco e al Ministro delle Politiche agricole Paolo De Castro:
“Il nostro vino è un immenso patrimonio di storia e cultura, e fa parte da sempre della tradizione alimentare italiana, caratterizzata da quella Dieta mediterranea che tutto il mondo riconosce come parte integrante di uno stile di vita salutare, in cui proprio il vino gioca un ruolo da protagonista, esplicando notevoli effetti benefici sulla salute – come scientificamente ben dimostrato – in un contesto di consumo moderato e durante i pasti".
"Inoltre il vino è una grande ricchezza sia in termini di valori economici - è l’unica voce in attivo degli scambi commerciali del nostro agroalimentare per ben 2,7 miliardi di euro - sia in termini occupazionali, dando lavoro a 800.000 persone, sia di tutela e valorizzazione del territorio".

Andrea Sartori, presidente dell'UIV, così continua: "Si tratta di un patrimonio enorme che non può essere svilito attraverso misure che mirano a colpire il prodotto alcol in generale, senza promuovere alcuna campagna di educazione”.

“La lotta all’alcolismo - continua Sartori - è certamente una cosa seria e sta a cuore agli stessi imprenditori vitivinicoli, tant’è che la nostra Associazione è tra i soci dell’Osservatorio permanente giovani e alcol, presieduto dal professor Umberto Veronesi, ma la strada del proibizionismo non ha mai portato nulla di buono”.

Andrea Sartori chiude la sua lettera chiedendo al Presidente del Consiglio e ai Ministri di intervenire in modo efficiente affinché il mondo del vino italiano non debba subire questa inutile quanto dannosa penalizzazione. “Il nostro comparto - conclude Sartori - versa già da tempo in uno stato di difficoltà sia per la forte concorrenza dei Paesi nuovi produttori, avvantaggiati da politiche liberistiche, sia per il calo dei consumi interni, che in trent’anni si sono dimezzati e oggi sono inferiori ai 50 litri pro capite”.

Siamo alle solite, sotto l'italico sole: è molto più facile (semplice/economico) reprimere, proibire, sanzionare.
Viceversa, è molto più difficile (complesso/costoso) educare e informare.

Nessun governo (finora) ha intrapreso seriamente questa strada. Nemmeno questo. crybaby.gif

Avanti il prossimo.




04.10.06

48 volte Champagne

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A tu per tu con Monsieur Champagne.
Un evento unico in Italia, secondo nel mondo solo a quello che viene organizzato a Londra, ha avuto per cornice nei giorni scorsi il magnifico Palazzo del Giardino Giusti, a Verona.

La giornata, organizzata dal Centro Informazioni Champagne (che in Italia rappresenta il francese Civc, con sede a Epernay), ha portato in terra scaligera 48 maison, tutte presenti sul suolo nazionale. Ciascuna di queste ha presentato ad un pubblico scelto di operatori e giornalisti specializzati – si accedeva solo su invito – 3 prodotti, uno dei quali doveva essere un Rosé, a dimostrazione del crescente interesse per la tipologia.
“Questa di Verona è un'occasione unica per farsi un'idea di cosa significhi oggi Champagne – ci ha detto Daniel Lorson, direttore marketing del Civc – perchè è la più grande esposizione dopo quella di Londra, dove vengono presentati i vini di 70 aziende”
“Non esiste lo Champagne, ma gli Champagne – ha puntualizzato Domenico Avolio, direttore della comunicazione del Centro Informazioni Champagne - Lo Champagne è un grande vino che può accompagnare tanti piatti diversi; un peccato riservarlo solo ai brindisi o al dessert”.

Chi volesse saperne di più sul tema “Champagne” può leggere, per cominciare, qui, e qui,; ad esclusivo beneficio dei...pigri, riassumo di seguito alcuni concetti che è bene conoscere.

I vini di Champagne sono prodotti ed elaborati esclusivamente in una zona ben delimitata dell'omonima provincia: le uve sono solo chardonnay, pinot nero, meunier, la fermentazione naturale avviene in bottiglia (il famoso metodo champenoise!), secondo regole precise dettate da una normativa statale, che costituiscono appunto lo Statuto dello Champagne.

Tali regole fissano, tra l'altro;
il genere di potatura, che dev'essere corta (sistema Royal, Chablis, Guyot);
la resa massima in uva per ettaro;
la gradazione minima (fissata ogni anno);
la resa massima alla pigiatura di 102 litri per 160 kg d'uva;
la preparazione dei vini in locali separati dell'azienda, adibiti al deposito dei soli vini di Champagne;
il metodo di fermentazione (solo champenoise);
la conservazione in bottiglia per un min. Di 15 mesi prima della spedizione.

In Italia il mercato degli Champagne gode di ottima salute: siamo quinti nella classifica mondiale dell'export in quantità, ma appena terzi in quella a valore, segno che gli Champagne più richiesti sono anche quelli più pregiati. Grande passione per i millesimati, per esempio, mentre la categoria più richiesta è quella brut. I Rosé rappresentano una piccola quota: poco meno di 300 mila bottiglie, il 3,4% del totale delle bottiglie spedite. I marchi presenti sul mercato sono 319, facenti capo soprattutto a Maison (93% della quota di mercato).

E ora i miei assaggi. Confesso che con gli Champagne non ho grande familiarità, causa scelte (anche professionali) che prediligono più la produzione nostrana di bollicine che quella estera. Perciò ho fatto come farebbe un qualsiasi entusiasta neofita: sono andata a... naso.

Di seguito gli Champagne assaggiati, con valutazione finale espressa in emoticons (da 1 a 3 “sorrisi”).

Bollinger Grande Cuvéè 1997 (distr.Meregalli): smile.gif

De Saint Gall Brut Blanc de Blancs Premier Cru (distr. Pasqua Vigneti &Cantine): smile.gif smile.gif

De Venoge Blanc de Blancs 1998 (distr.Cantine Montresor Spa): smile.gif
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G.H.Mumm, Mumm de Cramant 200 (distr. Distillerie F.lli Ramazzotti Spa): smile.gif
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Jacquart Blanc de Blancs Mosaique Millésimé 1998 (distr.F.lli Rinladi Importatori); smile.gif

Louis Roederer, Brut Premier (distr.Sagna Spa); smile.gif smile.gif

Pol Roger, Extra Cuvée de Reserve s.a. (Campo di Sasso distr. Srl); smile.gif smile.gif

Pol Roger, Extra Cuvée de Reserve: smile.gif smile.gif

Pol Roger, Rosé Vintage 1999; smile.gif smile.gif




02.10.06

Università - mondo del vino: prove di dialogo e sogni

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Nei giorni scorsi si è inaugurata a S.Floriano, frazione del comune veronese di S.Pietro in Cariano, la sede definitiva del corso di laurea specialistica in scienze e tecnologie viticole ed enologiche : Villa Lebrecht.

All'inaugurazione c'erano ovviamente i notabili locali, politici e accademici, Magnifico Rettore Alessandro Mazzucco in primis.
In Italia i corsi di laurea in viticoltura ed enologia si moltiplicano (il 10 ottobre anche Avellino inaugurerà il suo...), ma quello di Verona è nato, tra l'altro, sotto un auspicio particolare: quello di fornire al mondo vitivinicolo locale (anche) la formazione (delle persone) e i dati (di ricerca) di cui ha più bisogno.
Fin dall'inizio perciò enologi e produttori, presidenti di cantine cooperative e consorzi sono stati coinvolti nella formulazione di una specie di "carta d'intenti".

E questi, pieni di entusiasmo e belle speranze, hanno buttato giù il...libro dei sogni.

I "loro" sogni.
Pratici, concreti, come pratica e concreta la gente della terra è abituata ad essere da sempre.

Ma, a quanto pare, altri sono i "sogni" degli accademici. Più complessi, articolati, teorici. Soprattutto a lungo termine.
Nel suo discorso introduttivo, il M.R.Mazzucco ha detto che tra mondo della ricerca e mondo della produzione si è aperto un dialogo, di cui il corso di laurea è segno tangibile. "Certo - ha proseguito - docenti e ricercatori devono imparare a cogliere i bisogni e le richieste degli imprenditori; questi ultimi, dal canto loro, devono capire che la ricerca ha sì dei ritorni immediati, ma anche a più lungo termine e a largo respiro, e che occorre saperli aspettare”.

E qui si profila il primo ostacolo a questo dialogo: i tempi. Quelli della terra sono lunghi, rallentati, d'accordo.
Ma quelli della ricerca lo sono persino di più. Io ho frequentato per alcuni anni gli ambienti universitari padovani della ricerca astronomica e astrofisica. Di "tempi lunghi" della ricerca posso, senza falsa modestia, considerarmi una buona conoscitrice. So che in certi campi di ricerca i primi risultati li vedranno, forse, le generazioni future. A noi tocca solo il poco gratificante compito di iniziare, di seminare. Altri, non noi, raccoglieranno.

Beh, il mondo del vino non ha la pazienza degli astronomi.
Anche perchè il mondo reale corre, anzi galoppa. La ricerca va bene, è vitale, doverosa, ma...e la pratica...?
Per questo oggi i produttori veronesi sono un filo preoccupati: che ne sarà della loro "carta d'intenti" , suggerimenti, aspirazioni...? la sensazione è che l'Università, dopo tanti educati ringraziamenti, in realtà intenda seguire, per sviluppare il suo corso di laurea in viticoltura ed enologia, altre strade, più consone alla sua mission istituzionale.

Il che, sia chiaro, è un suo legittimo e indiscutibile diritto.

Ma se non saprà agganciarsi al mondo della realtà, della produzione - con le sue grane e le sue paturnie, i suoi problemi e i suoi interrogativi, ma anche le sue intuizioni vincenti e i suoi successi - rischia di trasformarsi nell'ennesima fabbrica.

Una fabbrica di (dott.enol.) disoccupati.