« Ottobre 2006 | Main | Dicembre 2006 »

30.11.06

Bere Dolce 2007, le cinque sfere

logo Cucina e Vini.gif

Ed eccoci finalmente all'ultima delle Guide alle cui degustazioni ho partecipato: Bere Dolce 2007.
Giunta alla settima edizione, quest'anno ha preso in esame oltre 400 etichette di vino dolce presenti sul territorio italiano.

I sei mesi di degustazioni che hanno preceduto la pubblicazione hanno evidenziato che in Italia la proposta di vini dolci di qualità è in costante crescita. “La nostra penisola è caratterizzata da una produzione molto articolata e variegata di Passiti e Vendemmie Tardive – dice Francesco D’Agostino, curatore della guida – Sono questi i vini dolci italiani che hanno preso piede negli ultimi anni e che in special modo hanno segnato il continuum tra il miglioramento qualitativo del prodotto, legato ad uno specifico territorio di appartenenza”.

Oltre alla crescita numerica e qualitativa di queste due tipologie, ciò che emerge da Bere Dolce 2007 è che il settore della produzione enologica nazionale non è più circoscritto ad una specifica area, ma sta interessando lo stivale in tutta la sua lunghezza. “Accanto a realtà ormai consolidate come quella del Veneto, del Friuli, dell’Alto Adige, del
Trentino, della Toscana e chiaramente della Sicilia – spiega D’Agostino - se ne affiancano delle nuove, appartenenti a piccole realtà come Umbria e Val d’Aosta, ma di indubbio pregio”.


Anche per il 2007 la guida si presenta con la formula che l'ha resa celebre: una scheda dettagliata per ogni vino, con relativo abbinamento gastronomico. Cosa che, in tema di passiti e vini dolci, non è per niente semplice, né scontata, ma che proprio per questo propone accostamenti tra l'azzardato, il curioso, l'insolito e l'intrigante.
“Per anni ci siamo limitati a gustare un buon bicchiere di vino dolce accanto ad un dessert - aggiunge Francesco - quando invece alcuni prodotti sposano degnamente molte preparazioni salate”.

Anche quest’anno il panel di degustatori non ha dimenticato le emozioni, nominando il Les Abeilles di Les Crêtes, Vino dell'Emozione 2007.

Ed ecco le 5 Sfere 2007:

Valle d'Aosta: Les Abeilles - Les Crêtes

Alto Adige: Alto Adige Goldmuskateller Vinalia 2004 - Cantina Produttori Bolzano
Alto Adige Vendemmia Tardiva Joseph 2004 - Hofstätter
Alto Adige Goldmuskateller Passito Serenade 2003 - Viticultori Caldaro

Veneto: Recioto della Valpolicella L’Eremita 2004 - Ca’Rugate
Recioto della Valpolicella 2004 - Corte Lenguin
Recioto della Valpolicella Classico 2003 - Viviani
Breganze Torcolato 2004 - Maculan

Friuli Venezia Giulia: Tal Lùc 2004 - Lis Neris
Colli Orientali del Friuli Rosazzo Riserva Picolit 2003 - Livio Felluga

Emilia Romagna: Buca delle Canne 2004 - La Stoppa

Toscana: Aleatico dell’Elba 2003 - Acquabona
Vin Santo Occhio di Pernice 1994 - Avignonesi

Umbria: Umbria Passito 2002 - La Palazzola - Grilli

Abruzzo: Colline Pescaresi Passito Rosso Plaisir 2005 - Ciccio Zaccagnini

Sicilia: Passito di Pantelleria Ben Ryé 2005 - Donnafugata
Sicilia Passito Diamante d’Almerita 2005 - Tasca d’Almerita

Congratulazioni come sempre a tutti i nuovi premiati! clap1.gif

Ed ora, consentitemi qualche piccola nota a margine.
La prima: avrete notato il numero ristretto di riconoscimenti.
17 "5 sfere" - non 20: 17! - sono pochine, in effetti. Ma è giusto che sia così, e proprio a fronte, come dichiarato dallo stesso collega Francesco D'Agostino, di una crescita di produzioni "dolci" un po' dovunque.
Fatto strano, non c'è azienda che dichiari che "il vino dolce interessa solo una piccola nicchia di mercato".

Nessuno lo chiede, però tutti lo fanno...mah.

Sia chiaro: fare un passito, una vendemmia tardiva, un Recioto, un Vin Santo, è molto complicato, rischioso e costoso.

Lo stesso consumatore si aspetta di più, molto di più da questa tipologia di vini: si aspetta l'eleganza ai massimi livelli, l'emozione, la commozione, la sorpresa, l'equilibrio perfetto tra i tannini, l'acidità, gli zuccheri, la struttura...
Si aspetta bevibilità e tipicità.
Insomma, tutto quello che in genere chiede ad un vino eccellente, superbo... ma elevato alla decima potenza.

Altrimenti si avrà solo un banale, a volte stucchevole e noioso "vino dolce".

So che i vini giunti in finale sono molti di più di una ventina: i...sopravvissuti anche all'ultima degustazione (sempre alla cieca), devono aver convinto all'unanimità tutti i degustatori, senza discussioni. Per questo sono in pochi ad aver superato anche l'ultima prova, ma fa piacere notare una certa distribuzione lungo un po' tutto lo stivale.

Seconda nota: mi spiace invece constatare l'assenza tra i premiati di qualche Recioto di Soave, anche se non pochi sono giunti in finale. Ma evidentemente, all'ultima prova d'assaggio non hanno saputo esprimere il "colpo d'ala" decisivo.

Nel caso dei Recioti della Valpolicella, invece saluto con piacere l'ingresso tra i "top wines" in particolare di un'azienda che negli ultimi anni sta facendo incetta di premi e riconoscimenti: Ca' Rugate, casa vinicola dell'estremo Est veronese, già nota per i suoi magnifici Soave (il "Monte Fiorentine", per dirne uno), con questo Recioto rosso conferma di avere i numeri per far bene anche i vini della Valpolicella.

Il che, per un "bianchista" di razza come Michele Tessari, l'enologo di casa, non era affatto scontato...
thumbsup.gif





28.11.06

Vino ai chips: urge una regola sulle etichette dei vini. Di tutti.

Botti.vino.jpg

Che l'Italia sia la patria dei rétori, è storia nota.
Come tali rétori siano diventati anche accaniti irriducibili (e instancabili) polemisti, boh, questo è un po' meno chiaro.
E' però un dato di fatto che dalle nostre parti anche la questione più semplice acquista subito i tratti del casus belli.
Dai risultati di una partita di calcio ai sondaggi pre-elettorali, insomma, poco o tanto, ci piace menare le mani.
Metaforicamente parlando, e non.

I rissosi li incontri a tutti i livelli e quando questi ultimi sono particolarmente alti, il dibattito, la polemica, lo scontro, si fanno prima interessanti, poi noiosi. Finendo per diventare inefficaci, ovvero inutili.

Caso unico - ci dicono - nell'universo mondo, sulla faccenda chips in Italia si è scatenata l'iradiddio. Da fatto meramente tecnico, come a tanti sarebbe piaciuto restasse (perchè tale è), è diventato un fatto politico con connotazioni psicologico-demagogico-emotive. Giusto o sbagliato che sia.

Qualcuno, più lungimirante di tanti, la soluzione l'ha già trovata/suggerita; se non vi piace, beccatevi i vini cippati, oppure datevi alla birra, purché la si faccia finita e si passi ad altre questioni, chè materie di discussioni nel mondo del vino non mancano.

Invece no: contro il provvedimento sui trucioli, la Cia-Confederazione italiana agricoltori ricorre adesso perfino alla giustizia europea.
E' stata avviata,infatti, un'azione giudiziaria per contrastare una misura comunitaria che "non garantisce, anzi inganna, i consumatori e penalizza i produttori vitivinicoli". "Questa nostra iniziativa alla Corte di Giustizia Ue - commenta il presidente nazionale della Cia Giuseppe Politi - si é resa necessaria perché il nuovo regolamento europeo che consente l'uso dei "trucioli" per invecchiare artificialmente il vino introduce un pericoloso precedente. I consumatori sono praticamente indifesi davanti ad un'etichettatura, prevista dal provvedimento, tutt'altro che chiara. Mentre i produttori risultano fortemente danneggiati. Si confonde, infatti, un prodotto invecchiato con tecniche tradizionali in botti di legno, che ha tempi lunghi e soprattutto costi notevoli, con un metodo "rapido", meno oneroso sotto il profilo economico e certamente molto inferiore sotto l'aspetto qualitativo".

"In un contesto del genere - continua Politi - il recente decreto del ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali Paolo De Castro, che vieta l'utilizzo dei trucioli per i vini Doc e Docg, non poteva essere diversamente. Esso si muove all'interno di un provvedimento, quello adottato dall'Ue, che non consente ampi margini di manovra. Quello da cambiare è, quindi, il regolamento comunitario".
Quello che la Cia chiede a questo punto è quello che tutti vorremmo: una corretta informazione in etichetta, " una valida trasparenza che permetta di riconoscere la provenienza del prodotto e con quale sistema sia stato invecchiato".
"La Cia - conclude il presidente della Confederazione - con la sua azione legale vuole, insomma, tutelare le produzioni di qualità del nostro settore vitivinicolo, che stanno riscuotendo sui mercati mondiali un successo straordinario. Un impegno, quello dei vitivinicoltori italiani, che adesso rischia di naufragare davanti alla nuova regolamentazione Ue, penalizzante, ingannevole e mortificante".

Tutto chiaro, no? E' una questione di etichettatura. Finora i paesi nuovi produttori non hanno mai dichiarato l'eventuale uso di chips per i loro vini: dunque, è il ragionamento europeo-italiota, perchè diavolo dovremmo farlo noi? o li dichiariamo tutti, oppure non li dichiara nessuno.
Giustissimo: le regole devono valere per tutti, oppure non valgono per nessuno.

Ma, vedete, è mia modesta e discutibile opinione che, una volta di più, la colpa è nostra. Di noi europei in generale, e di noi italiani in particolare.
Perchè arriviamo sempre col 7° Cavalleggeri, ovvero quando è troppo tardi.
Perchè fin da subito avremmo dovuto pretendere dai paesi nuovi produttori la dichiarazione in etichetta circa l'uso nei loro vini di questo coadiuvante enologico.
Pena l'esclusione dall'import sul patrio suolo di vini cileni-sudafricani-californiani-neozelandesi-austrialiani e via elencando.

Ecchecavolo! esterofila sì, credulona no. Personalmente, pretendo sempre, nei limiti del possibile, di sapere cosa bevo/mangio, made in Italy o in made in USA che sia.
Nel dubbio mi astengo.

Invece no. Pro bono pacis (commercial-politica), abbiamo lasciato che fossero loro a dettarci le regole: vini ai chips, non dichiarati in etichetta.

Adesso, pentiti tardivi, le regole vorremmo imporle noi - vini ai chips dichiarati in etichetta, e se gli altri non lo fanno, che imparino a farlo.

Qualcosa mi dice che la manovra non ci riuscirà, e che stiamo abbaiando alla luna.
Il portone della stalla è spalancato da un pezzo, e i buoi...valli a riacchiappare, se ci riesci.




23.11.06

Il casetta è Doc!

vigneti Armani fondovalle spalliera, blog.jpg
Una bella notizia.
Il fantasma si è materializzato.
L'uva che non c'era adesso c'è, con tutti i crismi.
Insomma - squilli di trombe - al vitigno casetta è stata riconosciuta la denominazione d'origine controllata, come recita il decreto del 7 novembre 2006 pubblicato sulla GU.

La notizia ci giunge dall'amico Albino Armani, produttore della Valdadige, che da anni lotta e investe di suo per ridare al casetta - il famoso "lambrusco a foglia tonda" - la dignità e il posto che gli spetta nell'olimpo delle uve autoctone italiane.

Noto anche come "maranela", secondo alcuni autori questo vitigno deriverebbe direttamente dalla domesticazione di viti selvatiche, mentre secondo altri sarebbe un lontano parente del petit verdot francese: attualmente è diffuso soprattutto nella bassa Vallagarina, nei soli comuni di Ala (TN) e Dolcè (VR).

Quando mi racconta dei suoi ricordi d'infanzia, scanditi dai tempi dei vigneti e dalle stagioni dell'uva, Albino non manca mai di ricordare come questo strano "lambrusco a foglia tonda" fosse tenuto in gran conto dai contadini del posto, come e a volte di più dell'altro, quello a foglia frastagliata, oggi più noto come enantio, vitigno-principe della Doc TerradeiForti.
Tanta stima tuttavia non salvò il "foja tonda" dalla dimenticanza in cui cadde quando altri più "moderni" vitigni cominciarono a diffondersi in Valdadige: un po' alla volta, di quella strana uva non si ricordò più nessuno, e nessuno si preoccupò più di coltivarla e vinificarla.

Nessuno, eccetto Albino Armani, e con lui un altro giovane produttore suo amico, ricercatore presso l'Istituto di San Michele all'Adige: Tiziano Tomasi , che come lui decise di approfondire la conoscenza del casetta e d'intraprendere la pazzesca - e costosa - avventura del suo riconoscimento ufficiale: dall'iscrizione all'albo dei vitigni in poi. Un iter lunghissimo, snervante. Ma che non è bastato a scoraggiare Albino.

A distanza di quasi vent'anni da quei primi esperimenti, oggi il Foja Tonda è un casetta in purezza che esprime tutto l'orgoglio territoriale di questa "terra di passaggio" che è la fascinosa Valdadige: un vino di grande carattere, per comprendere e domare il quale ci sono voluti anni di prove, e al quale ancora adesso bisogna lasciare tempo.

Fin da subito però regala profumi fruttati e speziati intensi e complessi, nei quali alla prugna e alla marasca si fondono la noce moscata, il pepe nero, la cannella, il tabacco, e soprattutto il muschio fresco, a sottolinearne la rustica scontrosità. Tutti sentori che si ritrovano amplificati in bocca, dove l'acidità naturale e i tannini sono addomesticati da una fermentazione malolattica completa e i profumi evolvono nel tempo in aromi terziari ancora più ampi.

Certo, un casetta in purezza non è un vino "piacione": ma ha fascino da vendere, e promesse che col tempo non manca mai di mantenere.

Come un autentico gentleman di campagna.

ps: dimenticavo un particolare importante. In attesa che le guide del vino (al plurale) si diano una svegliata (o una calmata, a seconda dei casi) ricordo che la Guida Vini Buoni d'Italia 2007 ha "incoronato" questo vino col massimo riconoscimento.

king.gif
Lunga vita al re!

clap1.gif




20.11.06

Il vin dolce più buono che c'è

Recioto Domini Veneti.gif

Si può essere o meno d'accordo sul personaggio, sul suo metodo (filosofia?) d'assaggio, sul suo modo di fare critica enologica e (soprattutto) di comunicare il vino, ma un fatto mi pare incontestabile: Luca Maroni è al momento uno degli enocritici più seguiti e amati/odiati da pubblico e produttori.

In camera caritatis, una volta mi confidò che la sua teoria del vino-frutto era una specie di scoperta dell'acqua calda. Qualcosa che tutti avevano sotto il naso da sempre e che nessuno vedeva.
Gli va dato merito perciò di essere riuscito a esplicitarla - e soprattutto a renderla la chiave di volta del suo successo e del suo business - come nessun altro.
Per quanto sorprendente possa sembrare, 'sta storia del vino-frutto ha aperto gli occhi ad un sacco di produttori, e ha cambiato l'approccio di lavoro di molti enologi. A tutto vantaggio del consumatore: difficile, mi dicono i "maroniani", prendere fregature andando alla ricerca delle aziende e dei vini che lui recensisce, e di cui da indicazioni e punteggi nella sua Guida o nel suo Annuario.

Ci sono un paio di elementi che condivido con Luca.

Il primo: entrambi siamo di estrazione "veronelliana".
Il secondo: entrambi siamo assoluti convinti sostenitori del Recioto della Valpolicella, un vino che lui un giorno definì "l'Yquem rosso". Un vino che adoriamo, e nel quale crediamo, sicuramente molto di più di quanto non facciano tanti suoi produttori.

Tutto questo per dire che per Luca Maroni, il miglior vino dolce d'Italia per il 2007 è il Recioto della Valpolicella Classico Doc "Domini Veneti 2004". . Un vino che si è meritato un punteggio quasi stratosferico: 96 centesimi, nel pur personalissimo sistema di valutazione di Maroni.

I motivi di legittimo orgoglio per l'azienda che lo produce - e soprattutto per il suo enologo, Daniele Accordini - , la Cantina Valpolicella di Negrar, sono più d'uno.

E' stato scelto tra oltre 11 mila vini.
E' un Recioto-base e non un cru (quest'ultimo, è il Vigneti di Moron).
Nasce da vigneti di una cantina cooperativa; non da un''azienda griffata, o dall'aziendina gioiello, ma da una realtà quotidiana fatta di soci (spesso da "educare" alla qualità), centinaia ettari da controllare, grandi quantitativi di uve da lavorare, eccetera.
E, last but not least, è un Recioto "pure steel". Di solo acciaio.
Le uve sono quelle indigene: corvina, corvinone, rondinella, croatina. I vigneti collinari (a Negrar), il processo di trasformazione quello più classico e meno invasivo possibile: appassimento per 120 giorni, pigiatura, macerazione, fermentazione malolattica completa, affinamento in acciao per 6 mesi, in bottiglia per quattro. Stabilizzazione naturale per soli travasi, senza filtrazione.

Il risultato è un vino golosissimo per profumi fruttati e floreali, denso, setoso, una crema che sa di ciliegia sotto spirito avvolta nel cioccolato, uvetta passa, amarene e prugne della California.

Se avete qualcosa da farvi perdonare da qualcuno, o un regalo da fare - o da farvi -, se volete stupire (con poca spesa...), ecco, questo Recioto è perfetto.
La quintessenza del senso dell'amicizia, del calore degli affetti, dello star bene con gli altri e con se stessi.

Un vino filosofico.

Anzi, un vino...pigro.




15.11.06

Di che tappo sei?

_closures.jpg

Certo che una volta la vita, il mondo, tutto, era più semplice.
Entravi in un ristorante, in una trattoria e un solerte cameriere ti domandava se volevi bere vino. Sì, certamente.
"Bianco o rosso?" era la domanda successiva - e definitiva.

Oggi invece quella che dovrebbe prospettarsi come una delle esperienze più piacevoli e foriere di longevità - la mia nonna diceva sempre che "a tavola non s'invecchia", perciò da lei pranzi e cene duravano dalle 4 alle 6 ore - rischia di trasformarsi non solo in una specie di verifica della tua cultura (o ignoranza) enoica, ma anche in uno spiacevole interrogativo esistenziale.

Ai nostri giorni infatti la scelta dei vini infatti non è più di tipo binario (acceso-spento, 0 e 1) ma a risposte multiple.
Perchè in carta solitamente ci sono i vini a Doc, Docg, Igt, (e va bene), bianchi-rossi-rosati-frizzanti-secchi-dolci (e va bene), giovani, di mezza età, maturi e anziani (e va ancora bene), italiani e stranieri. Tutti questi elementi poi possono essere combinati tra loro in mille modi, seguendo le regole basic dell'insiemistica imparata alle scuole medie (vino rosso-giovane-fermo-italiano; vino rosso-giovane-fermo-straniero; vino rosso maturo-fermo-italiano. Eccetera).

Ma le variabili non si fermano qui. Tra un po' ci sarà un'altra opzione: "con quale tappo, signora?".
Tappo? che c'entra il tappo? Invece c'entra.

Come riporta un articolo di Focuswine, il master of wine David Gleave, direttore generale della Liberty Wines di Londra, (nota casa d’importazione specializzata in vini italiani), ha scritto al nostro Ministro per le Politiche agricole una lettera in cui chiede espressamente la revoca del decreto che obbliga l’uso del tappo di sughero per i vini Docg.

In pratica, Gleave chiede di lasciare ai produttori italiani la scelta del tipo di tappo da usare nell’imbottigliamento dei vini di maggior pregio.
Il manager britannico è infatti del parere che, in generale, i clienti della sua ditta sono favorevoli all’uso del tappo a vite e non riescono a capire perchè gli italiani si ostinino a usare il tappo in sughero (con tutti i problemi che comporta) per vini come il Chianti o il Gavi di Gavi.

Tale scelta, dice Gleave, penalizza i produttori italiani, perchè i loro concorrenti esteri possono scegliere il tipo di tappo che ritengono più idoneo per i loro vini, " tenendo presente che è prerogativa del cliente decidere quale vino e quale tipo di tappo preferisce”.

Perciò, prepariamoci.
La prossima domanda che ci faranno quando andremo al ristorante sarà sulle nostre preferenze in materia di tappi: li vogliamo di sughero, di vetro, a vite, tecnici (birondellati, agglomerati), di plastica....?

Ah, com'era semplice la vita una volta.

ps. A parte gli scherzi, questa delle chiusure è uno dei molti rompicapi che affliggono i produttori. In proposito, può essere utile fare il punto della situazione e dare un'occhiata a quel che c'è sul mercato, con relativi pregi e difetti. Un'occasione è offerta dal seminario di Vinidea, che si terrà in date diverse in Friuli, Piemonte, Veneto e Toscana.




13.11.06

La pagella del Merano IWF 2006

KurhausNEW.JPG
In attesa di leggere qualcosa di “serio” da Aristide, che al salone meranese ha avuto modo di dedicare più tempo della sottoscritta, presente solo per ragioni di lavoro, con spirito più o meno serioso diamo un po’ di voti (dal 4 all’8) a questa imperdibile kermesse

Il prezzo del biglietto: 70 euro. Salato, non c’è che dire. E la previsione è di alzarlo a 100, spostando alcuni eventi su altre location, e limitando l’afflusso del pubblico “pagante” ad una sola giornata (magari quella del lunedì, quando buona parte dei vini sono già finiti…tongue.gif)
Nonostante questo, c’era una ressa che in certi momenti ha rischiato la rissa (e scusate il …bisticcio di parole). Delle due, l’una: o la gente che frequenta queste manifestazioni è ricca sfondata, oppure una buona metà di costoro hanno trovato il modo di bypassare i rigidissimi controlli delle Sturmtruppen poste all’entrata e all’uscita e godersi (si fa per dire) il salone gratis. Voto: 5

L’organizzazione: se qualcosa è cambiato (in meglio, s’intende) non me ne sono accorta. In certi saloni la temperatura equatoriale dopo un po’ avrebbe finito per far saltare i nervi anche ad uno scimpanzé del Gabon. E quest’anno l’ingresso al salone dei Cento era da mission impossible.
Voto: 5

Gli eventi: di carne al fuoco – ma anche di pasta, verdure e non so che altro – ce n’era parecchia. Forse troppa. Bella comunque l’idea del CooKing for wine…se solo fossi riuscita ad avvicinarmi all’area. Invece, lo spazio dedicato era poco più di un angolo, con qualche microtavolino da due persone, ai quali i visitatori s’inchiodavano (chi primo arriva...) dall’inizio alla fine delle dimostrazioni, senza possibilità di ricambio (di spettatori) tra uno chef e l’altro. Voto: 6

ViniBuoni d’Italia: non dovrei dirlo, perché faccio parte della squadra di degustatori, ma l’atmosfera all’evento di premiazione dei “vini coronati” oscillava tra il letargico, l’annoiato e l’istituzionale. D’accordo che non tutti possono essere come l’one-showman Luca Maroni, ma non dovrebbe essere una festa? Un bel zero – in condotta – va dato però a quei produttori che, premiati con la corona, si sono ben guardati dal venire a ritirare l’attestato di premiazione, o di mandare qualcuno a farlo… Voto: 6

Gli incontri: è la parte più entusiasmante (per me) di queste manifestazioni. Vinitaly, Merano, Vinexpo…io ci vado per vedere gente, mica per assaggiare vini! Quello già lo faccio tutto il tempo dell’anno. Scherzo, ovviamente. Ma di incontri interessanti e piacevoli ne ho fatti molti, sia di colleghi/amici (leggasi giornalisti e registi), sia di amici/produttori. New entry tra questi ultimi, il simpatico e cordiale Gianpaolo Paglia. Ottimo come persona e ottimi i suoi vini. La Maremma è la Toscana che mi è sempre piaciuta di più, e da oggi ho un motivo ulteriore per apprezzarla.
Voto: 8

Culinaria: forse abbiamo azzeccato il momento ( prime ore del pomeriggio), o forse la disposizione del padiglione era migliore delle scorse edizioni, sta di fatto che non c’era l’assalto alla baionetta agli espositori, né un caldo da girone infernale dantesco. Così è stato possibile passare da un olio d’oliva ad un assaggio di gorgonzola, da uno di san Daniele ad un altro di pasta di tartufi…e a tanti, tanti di cioccolato. Fondente, alle viole, all’aceto balsamico, ai frutti rossi, al the…Voto: 7

I vini: ebbene sì, qualcosa ho assaggiato, trascinata dall’amico produttore Daniele Accordini alla disperata quanto casuale ricerca di produttori greci (che non abbiamo trovato).
Riporto solo quelli che mi sono piaciuti per finezza-eleganza-bevibilità:
Asinone 2003 - Poliziano
Rosso di Montalcino 2004 – Siro Pacenti
Brunello di Montalcino 2001 – idem
Morellino di Scansano Capatosta 2004– Poggio Argentiera
Ardito Smeriglio 2003 (blend di cabernet e syrah) – Baracchi
Champagne Rosé de Saignée - Duval Leroy
Champagne Blanc de Chardonnay Millesimé 1998 – idem
Champagne Brut Rosé Premier Cru – Brugnon
Château Léoville Poyferré 2004 – Château Léoville Poyferré
Malvasia Istriana Communique 2005 – Demjan

Fuori concorso: uno strepitoso Lugana di cui non sono riuscita a vedere bene l’etichetta. Dalle caratteristiche organolettiche avremmo detto che era un 2001...
Invece era un 1995. Splendido, no? Eh, quel che si riesce a fare con un po’ di trebbiano e qualche vaso d’acciaio…
clap1.gif




10.11.06

Vino biologico: pausa di riflessione?

vin&organic.jpg

In questi giorni si sono tenute presso la sede di Vin&Organic Products le
degustazioni del 12° Concorso internazionale di vini da agricoltura biologica. Gli oltre duecento campioni da tutto il mondo sono stati valutati alla cieca da degustatori (enologi, produttori, sales manager e giornalisti specializzati) sia italiani che esteri, molti dei quali attivi nel settore della vitivinicoltura convenzionale (ovvero non biologica).

Per regolamento, vengono premiati solo i vini che raggiungono o superano gli 85/100.
Solitamente, la percentuale dei vincitori non è altissima: il 15 per cento.
Quest'anno però le cose potrebbero andare diversamente.Vale a dire "non così bene".

Nella mia commissione - che ha valutato 28 vini, quasi tutti italiani - i vini che hanno incontrato l'approvazione di tutti e quattro i giudici non sono stati più di 3-4. Nessuno dei quali ci ha colpiti in modo particolare, se si esclude un Bardolino (ebbene sì!).

Domenica 5 novembre ho fatto una full immersion in vini bio (-logici e/o -dinamici) e non solo, a Fornovo, in ottima compagnia di Aristide e Quadrato.
Un'esperienza che mi ha regalato poche emozioni (con alcune splendide eccezioni: il Recioto 2002 di Gambellara di Angiolino Maule, gli Champagne di Francis Boulard, in
particolare Cuvée Petraea XCVII - MMIII e Les Rachais Nature, e il Barricadiero Marche IGT Rosso 2004 di Aurora) e molte perplessità.

D'accordo, sono biodinamici. A lanciarsi dal trapezio senza rete di protezione e senza cordino di sicurezza spesso si riesce ad afferrare l'attrezzo volante, ma può anche succedere di precipitare a capofitto di sotto. E rinunciando a qualsiasi ausilio men che "naturale", i vigneron biodinamici rischiano lo schianto a terra ad ogni vendemmia. Cosa che si verifica ancora troppo spesso.

Nè va meglio con i vini biologici. Infatti a giudicare dagli assaggi a quest'ultimo concorso, la qualità media dei vini bio non pare aver fatto particolari progressi negli ultimi anni.

Quali le cause? Il vino da agricoltura biologica soffre da sempre di alcuni svantaggi, diciamo così, strutturali. Puntualmente viene lasciato abbastanza solo ad affrontarli (ehi, governo, come stiamo a finanziamenti per il settore del bio?? maluccio, vero?), e quindi ancora non è riuscito ad ovviarli. Si va dai problemi legati alla distribuzione, a quelli relativi alla pletora di organismi certificatori (che disorientano sia il produttore che il consumatore), alle lacune legislative (e per le quali si continua a parlare di vino "da" agricoltura biologica, non di "vino biologico") alle consuete difficoltà della commercializzazione e comunicazione...
Eccetera.

A tutto questo negli ultimi tempi si sono aggiunte le difficoltà date da un mercato che non premia l'alta qualità dei prodotti biologici: un mercato che preferisce comprare vino sfuso (sia pure certificato "bio") piuttosto che le bottiglie, e per il quale anche un centesimo in più o in meno fa differenza. Quasi più che nel settore convenzionale. Un mercato che, nelle fasce alte (leggi Ho.Re.Ca.) si permette ancora di storcere il naso se gli dici che quel Chianti, quel Prosecco, quel Dolcetto o quel Soave sono "anche" bio.
Meglio allora venderglieli per quello che sono (vini di territorio), e lasciare che lo scopra da solo leggendo la retroetichetta.

Nessuna meraviglia perciò se molti produttori di vino biologico si sentono a dir poco disorientati, disincentivati, disillusi.
Sentimenti che si ritrovano puntualmente nei loro vini.
Perchè, se qualcuno non l'avesse ancora capito, un vino - certi vini, almeno - è lo specchio di chi lo fa.

ps. Personalmente ho sempre avuto una particolare attenzione per i vini bio. Per questo sono molto solidale con i loro produttori...




09.11.06

Single-serve

Bandit_pinot_1.jpg

Un formato comodo, conveniente, ecologico: il 250 ml in Tetra Pak®.

Comodo perchè puoi portarlo ovunque, non richede strumenti particolari per l'apertura, è pulito, pratico, maneggevole, sta in borsa e in valigetta.

Conveniente perchè ne compri a pacchi di quattro, e 250 x 4 fa un litro tondo, non 0,750 ml. Un bel risparmio, insomma.

Democratico perchè con poca spesa puoi prendere pacchi ai diversi gusti: così accontenti tutti, in famiglia e tra gli amici.

Ecologico perchè questo tipo di confezione permette un risparmio del 90 per cento sul tradizionale packaging in vetro; inoltre richiede meno spazio sia in fase di trasporto che di stoccaggio.

E' persino elegante: la forma Tetra Prisma sta benissimo anche sulla tavola.

Dimenticavo: dentro a questi mini-brik in America mettono il vino. Noi ci mettiamo al massimo succhi di frutta e bevande fantasia. Invece, la Tetra Pak® ha lanciato sul mercato statunitense per le prossime festività due linee di prodotto: Three Thieves Bandit (versioni Cabernet e Pinot Grigio), disponibili in pacchi da 4 mini-brik ciascuno per meno di $10 il pacco, e Target Wine Cube (Cabernet Sauvignon, Shiraz, Merlot, Pinot Grigio e Chardonnay), sempre in confezioni da 4 single-serve, per $7.99.

Il vino è una bevanda. Industriale.




07.11.06

Chips: per molti ma non per tutti (i vini)

chips.gif
Ancora trucioli. Portate pazienza, è l'argomento del giorno - subito dopo i risultati della partita del cuore e appena prima della Finanziaria -.
Siamo tutti d'accordo che nei Doc e nei Docg non devono finire? Sì, su questo ci siamo, pare. Abbiamo sistemato così 343 fra Doc e Docg, per una produzione complessiva di 13 milioni di hl, suppergiù.

Gli Igt ci danno 17 milioni di hl. I vini da tavola, più o meno, altri 19 milioni. E con questi non ci siamo affatto.
I trucioli, piaccia o no, finiranno qui dentro. Vogliamo scommettere?
Per la cronaca, ecco quanto sostengono tre grandi imprenditori vinicoli, Lunelli, Mastroberardino e Zonin:
"Bene ha fatto il ministro con questa scelta – dice Marcello Lunelli, della Ferrari Fratelli Lunelli di Trento - noi in Trentino siamo sempre stati di questa idea. Allo stesso tempo cogliamo come un segnale di grande intelligenza il fatto di aver lasciato fuori dal decreto i vini a Indicazione geografica tipica (Igt), perché proprio sugli Igt l’imprenditoria vinicola gioca una battaglia durissima sul mercato internazionale, dove contano le differenze in centesimi di euro”.

“I produttori devono avere mano libera di decidere come operare con i vini Igt - aggiunge Lucio Mastroberardino, vicepresidente Uiv e titolare della Terredora - . Impedire l’utilizzo dei trucioli anche per questi vini sarebbe andare contro lo spirito stesso che ne ha promosso la nascita, ovvero dotare i produttori di quella flessibilità che i vini Doc e Docg non hanno”.

“La parola d’ordine è competere – dice Domenico Zonin - e se i trucioli sono uno strumento che può dare nel frattempo, questi ultimi - i famosi Doc e Docg - siano ancora tali, cioè fatti con uva e non con mille altre diavoleriecompetitività ai nostri Igt, ben vengano, visto che dobbiamo confrontarci sui mercati internazionali con vini che ne fanno ampio utilizzo. Aggiungo che sarebbe il caso di non perdere altro tempo su questa materia, in quanto il mondo va avanti. La Spagna ha appena varato l’Igt nazionale dedicata esclusivamente all’export, che presumibilmente potrà fare ampio utilizzo di questa pratica; la Francia sta per fare altrettanto. Se non mettiamo mano al più presto a una grande Igt Italia, che coniughi flessibilità produttiva, prezzo competitivo e marketing aggressivo, rischiamo di perdere pericolosamente fette di mercato”.

Conclusione: se ai consumatori esteri piacciono i vini di legno, diamoglieli. Domani vorranno i vini ai sentori di ginseng? troveremo il modo di dar loro anche quelli. A certi livelli, in certi mercati e con certi numeri produttivi il vino è una bevanda industriale e come tale viene trattata. Si può essere o meno d'accordo, ma dobbiamo essere realisti.
Attualmente insomma le regole del gioco globale sono queste: se vogliamo giocare e avere qualche probabilità di vittoria dobbiamo osservarle, al pari degli altri.

Oppure cambiare gioco, e inventarne uno dove le regole le facciamo noi. Con la moda è già successo. Riusciremo a farlo anche con il vino?
E chissà.
Forse, a furia di bere legno, prima o poi anche i clienti stranieri si stancheranno...
e andranno alla ricerca dei vini d'uva.

Che noi, nel frattempo, avremo amorevolmente curato e preservato da questa e altre minacce..




03.11.06

Wine-kit: Federdoc al contrattacco

wine kit.jpg

La notizia è di questi giorni: sono stati trovati in vendita sui mercati del Nord Europa (un paese a caso: la Danimarca) dei wine-kit, ovvero tutto quel che serve (vigne escluse ovviamente) per farsi il vino in casa.

La cosa farebbe un po’ ridere, - a noi italiani ricorda tanto quelle bustine che una quarantina d’anni fa si aggiungevano all’acqua per renderla frizzante - , ma fuori dai nostri confini la cosa è maledettamente seria e lucrosa, soprattutto per chi questi kit li vende.

Perché non di soli merlot, zinfandel o chardonnay si tratta, ma anche di Barolo, Chianti e Valpolicella. L’Amarone fai-da-te insomma non è l’unico caso.
Interpellata sulla questione, la Federdoc aveva assicurato di essere già al corrente della cosa, e che anzi aveva informato anche le alte sfere del Mipaf.

Tutto sotto controllo, perciò, tranquilli.
Cioè, quasi. Non pretenderete mica che facciamo tutto noi, vero?
Datevi da fare anche voi, italiani all’estero. Guardatevi intorno, segnalateci la presenza di queste maledette scatole di montaggio (anzi, di assemblaggio) dei più celebri e preziosi vini italiani.
Questo il senso del messaggio che la stessa Federdoc ha lanciato ad alcuni Consorzi di Tutela italiani, tra i quali quello della Valpolicella.
In sostanza, una richiesta di collaborazione: italiani (e stranieri-amici-dei-vini-italiani) all’estero, siete i nostri occhi. Moltiplicate la vigilanza e segnalate, segnalate. Poi ci penseranno le autorità italiane a fare le debite rimostranze agli omologhi europei.
furiosi45.gif

Chi pensa che questa del vino fai-da-te sia l’ennesima americanata, ha perfettamente ragione. Basta fare un giretto su internet e i wine-kit saltano fuori come pupazzetti a molla da una scatola a sorpresa.
Incredibile (per noi) a dirsi, esiste perfino una rivista per questi home-winemaker.
Non si tratta però di una moda recente: i primi esemplari di kit risalgono nientemeno che ai tempi del Proibizionismo, per motivi che è facile immaginare. La mania, l’hobby, è però degli anni ’70, quando un certo Stanley Anderson di Wine-Art inventò il primo kit composto da succo d’uva concentrato e confezioni di acido, tannino, lieviti e nutrienti per i medesimi. Il Piccolo Chimico versione cantiniere, insomma. Oggi di questi kit ne esistono in commercio di ogni genere, con tutto quel che serve, chips compresi (nella confezione di cartone la barrique non ci sta).

Finora questi kit erano il passatempo di qualche “bello spirito” statunitense, ma adesso che la moda approda in Europa, forse è arrivato il momento di smetterla con i sorrisetti di compatimento e di prendere provvedimenti seri.

Perciò, armiamoci di santa pazienza (‘sta gente è davvero dura di comprendonio) e ricominciamo tutto daccapo: “dicesi vino una bevanda alcolica ottenuta esclusivamente dalla fermentazione alcolica (totale o parziale) di uva…” rassegnato.gif




01.11.06

Bere Spumante: le 5 sfere 2007

logo Cucina e Vini.gif

Dopo 5 mesi di assaggi in giro per l'Italia e le sue aree spumantistiche, il 30 ottobre si sono svolte a Roma le degustazioni finali della guida "Bere Spumante 2007" edita da Cucina&Vini.

Di seguito le 5 sfere, ovvero le bollicine che dopo ripetute degustazioni hanno trovato la commissione - composta dal curatore Francesco D'Agostino, dal suo vice Alessandro Brizi, e da numerosi degustatori da varie parti d'Italia, tra cui la sottoscritta - assolutamente concorde nell'assegnare loro il massimo punteggio:

Trento Riserva Cuvée dell'Abate Brut 2001 - Abate Nero
Prosecco di Valdobbiadene Vigneto Giardino Dry 2005 - Adami
Franciacorta Gran Cuvée Brut 2002 - Bellavista
Franciacorta Cuvée Annamaria Clementi Brut 1999 - Ca’ del Bosco
Prosecco di Valdobbiadene Superiore di Cartizze Dry - Col Vetoraz
Riserva Nobile Brut 2002 - D’Araprì
Franciacorta Extra Brut 1999 - Ferghettina
Trento Giulio Ferrari Riserva del Fondatore Brut 1997 - Ferrari
Franciacorta Casa delle Colonne Brut 2000 - Fratelli Berlucchi
Soldati La Scolca D'Antan Brut 1992 - La Scolca
Valdobbiadene Suprème Dry - Le Bertole
Franciacorta Valentino Majolini Brut 1994 - Majolini
Trento Talento Rosé Brut - Maso Martis
Trento Talento Riserva Methius Brut 2000 - Metius
Franciacorta Comarì del Salem Extra Brut 2001 - Uberti
Franciacorta Rosé Demi Sec 2002 – Villa

C'è poi un vino che più degli altri ha sedotto tutti, meritandosi l'appellativo di Vino dell'emozione 2007: il Franciacorta Cuvée Annamaria Clementi Brut 1999.

Ai neo-premiati, ovviamente, le congratulazioni di VinoPigro clap1.gif

Ed ora, un po' di pubblicità: nell'ormai sovraccarico panorama delle guide dei vini, queste di Cucina&Vini si distinguono - almeno in parte - dalle altre perché:
- sono monotematiche (oltre a questa, è appena uscita la nuovissima "Rosati d'Italia", e presto uscirà "Bere Dolce");
- tutti i vini vengono assaggiati rigorosamente alla cieca dalla stessa commissione, e non da commissioni diverse a seconda delle regioni di provenienza. In questo modo si riesce ad avere uniformità nel criterio di valutazione.
- di ogni vino viene redatta una scheda descrittiva. Ciò significa che per ogni vino viene descritta l'azienda, il metodo di produzione, colore, profumi, gusto, retrolfatto, accostamento gastronomico consigliato. Un lavoraccio in fase di stesura che è facile immaginare, e al quale si dedicano a turno tutti i degustatori, sotto la supervisione finale dei curatori, ai quali rimane comunque il compito più pesante: controllare tutti i dati, correggere, completare....

Ciò premesso, tenete sempre presente che quella dell'assaggio è un'arte e non una scienza...
Perciò, come dice il saggio Aristide a proposito di tutte le guide dei vini, "compratele, bevete quel che vi pare e siate contenti!"

thumbsup.gif