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31.01.07

Il vino onesto è un prodotto della terra

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L'Associazione nazionale Città del Vino compie vent'anni.

Quattro lustri nel corso dei quali la faccia del mondo del vino italiano - e non solo - è radicalmente cambiata.

La festa di compleanno si svolgerà a Roma, l'8 febbraio 2007, in Campidoglio, dalle 11 in poi, alla presenza delle autorità cittadine, ma anche i numerosi appuntamenti già programmati in giro per l'Italia saranno occasione, durante quest'anno, di bilanci, riflessioni e - speriamo - nuove proposte.

Nel frattempo, l'Associazione fa punto e a capo, con un "Manifesto per una vitivinicoltura di qualità" ricco di spunti di discussione. E nel quale questo modesto wine-blog si riconosce in buona parte.
(Soprattutto nell'intestazione del 4° capoverso).

Premessa: Nuova OCM vino, pratiche enologiche che non convincono affatto, come il consenso europeo all'uso dei trucioli per favorire il "finto" invecchiamento del vino; potenziali nuovi espianti, rischio omologazione dei prodotti e dei gusti, tendenze proibizioniste che criminalizzano in modo ingiustificato il vino, che deve essere considerato un alimento necessario per i suoi effetti salutistici - se consumato con moderazione - e non una banale bevanda: sono alcuni dei temi e fatti che stanno minando alle radici la cultura e la tradizione vitivinicola italiana.

Non è accettabile che il vino, con tutti i valori simbolici e culturali di cui è portatore, diventi una bevanda anonima, senza memoria del territorio, senza storia.

Il vino è un prodotto culturale, non una bevanda anonima senza storia e territorio
La proposta della Commissione europea sulla Ocm vino (Organizzazione Comune di Mercato) introduce elementi positivi – produrre meno per competere meglio – ma con forti contraddizioni; rischia di mortificare la dimensione culturale,sociale,economica e ambientale della viticoltura.

I paesaggi del vino sono opere da tutelare,non vigneti da estirpare
La nuova Ocm vino prevede un taglio di 400 mila ettari di vigneto in Europa. Un pezzo importante della viticoltura europea rischia di sparire. Molte viticolture – soprattutto quelle difficili, di montagna e delle isole – vanno rilanciate e con esse va tutelato l’ambiente viticolo e il paesaggio.

I mestieri del vino sono un patrimonio da custodire

Il vino buono è un prodotto della terra che porta i segni di conoscenze consolidate e maturate nel tempo. I mestieri del vino vanno promossi tra le nuove generazioni per favorire il ricambio professionale, l’aggiornamento, il mantenimento dei saperi e dei redditi del mondo rurale che vive di vitivinicoltura.

Il vino buono è lentezza e saggezza,non si “fabbrica”in fretta

La Commissione europea ha autorizzato l’uso dei trucioli,una pratica enologica che consente di dare al vino un “falso”aroma di legno,abbattendo tempi e costi. Ma il vino buono non si fa così. Le buone pratiche enologiche devono restare al centro dell’attività delle aziende vitivinicole.

Onesto è quel vino che si svela
Il nuovo regolamento sui trucioli non prevede l’obbligo di indicare in etichetta il loro impiego:pertanto il consumatore non saprà e quindi non sarà in grado di scegliere mentre i produttori che intendono avvalersi di pratiche enologiche "tradizionali” saranno penalizzati da coloro che applicano.

Il vino onesto è un prodotto della terra
La terra produce sempre valori positivi.
È la risorsa naturale che i vitivinicoltori saggi sanno come far emergere nei loro prodotti. Il vino buono si fa in vigna, non si fabbrica in cantina.

I vitigni autoctoni sono la varietà,una polizza contro l’uniformità

L’Italia è ricca di vitigni antichi e autoctoni,un prodotto unico della terra. Ma il mercato del vino tende a impiegare solo alcuni vitigni e quindi a dimenticare la terra e la sua biodiversità.

La ricerca sul vino fa bene alla salute:bere sì,ma bere bene.
Va promossa l’educazione al bere bene con moderazione. Programmi educativi nelle scuole e nelle università possono sviluppare consapevolezza intorno ai valori positivi del vino e della terra. La ricerca scientifica sul rapporto tra vino e salute va sostenuta, potenziata e sistematizzata. La divulgazione scientifica è necessaria per informare sul corretto consumo di vino a fini salutistici.

L'Associazione Nazionale Città del Vino intende coinvolgere l'opinione pubblica affinché il vino sia difeso e,con esso,siano difesi e tutelati sotto ogni profilo,ambientale,storico e culturale, i territori del vino.
Pertanto invita i Sindaci e gli amministratori delle Città del Vino,i produttori vitivinicoli, i Consorzi, esponenti del mondo tecnico e scientifico, gli enoturisti e tutti i cittadini consumatori, a sottoscrivere questo manifesto.





28.01.07

Qualità della qualità, tutto è qualità

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Chi l'avrebbe mai detto.
I consumatori sono più sensibili alla qualità che al prezzo. Così, almeno, pare ai docenti della Sda-Bocconi di Milano.
Persino la grande distribuzione organizzata appare sempre più sensibile a questa caratteristica.
Sulla quale, tuttavia, prima di procedere con altre considerazioni, sarà opportuno mettersi d'accordo.

Perchè il concetto di qualità non è lo stesso per tutti.

Per chi produce, è quella cosa che ti fa vendere e quindi guadagnare.

Per chi compra, è quel "quid" che il bene in vendita deve giocoforza possedere - e se non la percepisco d'istinto o quasi, lascio il prodotto dov'è. Cioè sullo scaffale.

Si dice che il cliente ha sempre ragione. Beh, sembra che non sia del tutto vero. Infatti, "la capacità di valutazione della qualità da parte dei consumatori è sovrastimata" (G.Troilo).

Perchè i consumatori decidono tutto in base alle loro percezioni: per questo, interpretare il mercato facendo uso di questa sola chiave di lettura è quantomeno rischioso, azzardato. Nel migliore dei casi, insufficiente.

Dev'essere anche per questo che spesso il dialogo tra mondo della produzione e consumatori è così faticoso, difficile, ambiguo: parliamo lingue diverse. Attribuiamo ad uno stesso vocabolo significati diversi. Le stesse aspettative di cui lo carichiamo, sono diverse.

Al di la' del problema di riuscire a intendersi - il concetto di qualità dovrebbe essere univoco per tutti - resta quello del valore simbolico di cui questo concetto dovrebbe essere carico, e che invece un po' alla volta ci siamo persi per strada.

Qual'è stata infatti la reazione dei produttori di vino di fronte alla richiesta (assolutamente generica) di una "maggior qualità" dai parte dei (già abbastanza confusi) consumatori?
Hanno migliorato viticoltura/enologia - e obiettivamente ci hanno dato dei vini più buoni di quelli che potevano bere i nostri padri/nonni. Senonchè, di conseguenza, hanno aumentato anche i prezzi. D'accordo, produrre meglio costa di più, ma oltre un certo limite (di prezzo) non si riesce più a percepire tutta 'sta grande differenza di qualità... Senza contare che, così facendo, si è indotto il consumatore a credere che il prezzo sia sinonimo di qualità (e viceversa).

Andiamo avanti: dopo aver migliorato viticoltura/enologia, i produttori hanno lanciato una marea di nuove etichette, hanno ampliato la rete distributiva, hanno concentrato gli sforzi di comunicazione sui media di settore.

Risultato? La qualità è diventata un fattore scontato. I consumatori ci si sono abituati, in fretta e bene (per fortuna).
E così non può più essere invocata come elemento discriminante per il marketing e la comunicazione di un vino.

Domanda: se non si può più dire che un vino "è di qualità" - perchè equivarrebbe a dire che il fuoco scotta e la pioggia bagna - quali altre caratteristiche immediatamente percepibili si possono invocare?

Per facilitare il compito a chi volesse cimentarsi nell'impresa, dirò che NON si possono adottare, a sostegno della bontà dei propri vini, i seguenti termini-concetti:

- territorio (ormai se lo attribuiscono anche i cileni, i cinesi, e gli indigeni della Terra del Fuoco);
- tradizione, storia (parole scontate e abusate: non fanno più effetto);
- sostenibilità (si da' per scontata. Un'azienda non-sostenibile sarebbe altamente impopolare).

(This is a tipical marketing problem, I think....)




25.01.07

Marketing e vino, un rapporto da costruire

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Nei giorni scorsi, si è tenuto a Verona un convegno dal titolo significativo: "Marketing e vino: un connubio da costruire".
L'incontro era promosso da Confindustria Verona e Alub-Bocconi, più un paio di sponsor tecnici.

Passerella consueta di politici a parte, il docente della SDA Bocconi, Gabriele Troilo, invitato a parlare di "Valore simbolico della marca - dalla gestione del prodotto alla gestione della marca" ha espresso alcuni concetti piuttosto utili e interessanti.
Sarebbe stato bello che i produttori l'avessero ascoltato. Invece, come al solito, tra il pubblico erano presenti solo 2-3 esponenti di grandi case vinicole - che il marketing lo conoscono e lo praticano -.
Coloro ai quali il convegno era in realtà indirizzato, ovvero i produttori medio-piccoli, hanno brillato per la loro assenza. Come al solito.

Il che ci riconduce, una volta di più, al problema di sempre.
Perchè? Perchè i produttori non partecipano mai a questi (del tutto gratuiti) incontri? Le spiegazioni, a mio avviso, si riducono a 2-3.

La prima: mancanza di interesse. Del marketing si riempiono la bocca, ma in realtà gliene importa poco o nulla, perchè ritengono di non aver nulla da imparare. Oppure, all'estremo opposto, pensano di aver tutto da apprendere. E non sapendo da che parte cominciare, stanno assolutamente fermi. Su questo, ahimè, c'è poco da fare.

La seconda: orari/location sbagliati. Alle 17 in centro storico. Un'ora in cui, a fine gennaio, la luce comincia a scarseggiare, e quindi in campagna - dato anche il periodo - non c'è nulla da fare. In cantina nemmeno, se si escludono i produttori di vino da appassimento per i quali questi son giorni di pigiatura...ma la verità è che per i ciechi non è mai giorno. E per chi non è motivato a partecipare a qualsivoglia iniziativa, non esiste un orario "opportuno".
E anche su questo fatto non esistono grandi margini di manovra.

La terza: è mancata la comunicazione. Ovvero, i destinatari del messaggio non erano informati della cosa. E' forse l'ipotesi più probabile: il giornale aveva dato notizia della cosa appena il giorno prima, e non tutti (i produttori) comprano il quotidiano tutti i giorni. Non tutti lo leggono da cima a fondo. Anzi, la maggior parte lo sfoglia distrattamente al bar, cercando per prima cosa la pagina dei morti, per vedere se ci sono "novità" (il che mi porta a pensare che se pubblicassimo gli articoli e gli avvisi più importanti in questa sezione, verrebbero letti di sicuro).

Obiezione: però c'è la televisione... Ma non tutti (sempre i produttori) seguono i telegiornali locali. Obiezione respinta.

Certo, c'è anche la radio...Mai sentita, nè in campagna, nè in cantina (o nei fruttai). I produttori non ascoltano la radio abitualmente. Respinta anche questa.

Internet? la posta elettronica? E quando mai. Col computer ci giocano i ragazzini, mica la gente che lavora. La posta elettronica basta guardarla una volta alla settimana.

Inviti cartacei? Il convegno era organizzato da Confindustria. I produttori che "frequentano l'ambiente" al punto da essere inseriti nella mailing list sono una sparuta minoranza (e tutti di un certo livello, che ricadono nella categoria di quelli-che-già-sanno).

Si potrebbe usare il fax... Inappropriato. Stiamo parlando di Confindustria Verona e della Bocconi, non di un qualsiasi studio di commercialista .

Telefonare...? A tutti?? Dico, vogliamo scherzare, spero.

Ultima: l'SMS!! Proposta bocciata. C'è la privacy. Della quale le sempre attuali catene di Sant'Antonio s'infischiano allegramente, ma che non può essere ignorata dagli enti di cui sopra. E poi, quanti produttori hanno dimestichezza con le diavolerie dei telefonini? Conosco dirigenti che non sanno ascoltare nemmeno la propria segreteria telefonica, e incaricano i figli di riferirgli i messaggi registrati.

A questo punto, la conclusione mi pare abbastanza scontata.

Uno dei più autentici, assillanti (e ad oggi, irrisolti) problemi che affliggono il colorato mondo del vino nazionale non è tanto il marketing.
E' la comunicazione.
E non quella dai produttori al resto del mondo, ma da questo ai produttori.
Perchè questi non leggono (non hanno tempo), non ascoltano radio e tv (non gli interessa), non s'informano, non si aggiornano (non hanno tempo), non usano Internet e il pc (non gli piace, non sono capaci, non gli interessa, non hanno tempo).

Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire.
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Comunicare? Ma a chi? e perchè??


ps: piccolissima informazione di servizio. Questo è il post n.100. Se me l'avessero detto un anno fa, non avrei mai creduto che sarei arrivata a "lavorare" così tanto. Per voi e per me. (e gratis, per di più...)




23.01.07

Il Sagrantino in Lombardia (da febbraio a ottobre)

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Riceviamo e (volentieri) pubblichiamo.

Tornano le degustazioni “scientifiche” del Sagrantino di Montefalco, la pregiata Docg dell’Umbria. Dopo l’esperienza dello scorso anno con la “maratona” del Sagrantino, che ha permesso di analizzare le percezioni di un gruppo di 500 sommelier, una nuova iniziativa partirà a febbraio in Lombardia, grazie a una collaborazione tra Consorzio di tutela vini Montefalco e Onav - Organizzazione nazionale assaggiatori di vino, fondata nel 1951.


Il programma di “Il Sagrantino in Lombardia” prevede 6 grandi degustazioni tecniche con gli esperti Onav ai quali saranno sottoposte le migliori etichette di Sagrantino di Montefalco Docg, nella versione secco, e Montefalco Rosso Doc, in abbinamento a prodotti umbri. Gli assaggiatori saranno chiamati a compilare una scheda di “piacevolezza” con informazioni sul grado di conoscenza dei vini di Montefalco, sulla loro gradevolezza, sulla loro percezione organolettica. I risultati dell’indagine saranno diffusi il prossimo autunno dal Consorzio di tutela vini Montefalco e dall’Onav Lombardia.

Questi gli appuntamenti in programma. A Como, 1 febbraio 2007, presso l’Hotel Cruise di via Carducci (ore 21, max 70 partecipanti); a Monza il 12 febbraio un banco d’assaggio presso il ristorante Villa Reale; a Bergamo il 20 aprile; a Varese il 20 aprile presso il Palace Grand Hotel; a Milano il 13 marzo; di nuovo a Milano a ottobre 2007 con la finale del “tour” del Sagrantino presso la sede Onav.

“Siamo molto contenti di questa nuova iniziativa in collaborazione con l’Onav – ha detto il presidente del Consorzio di tutela vini Montefalco, Lodovico Mattoni -. La collaborazione ormai strettissima è stata ribadita anche con la fornitura dei vini Sagrantino necessari per i 20 corsi Onav iniziati nei giorni scorsi in molte città lombarde”.

“Dopo la collaborazione dell’anno scorso, che ha toccato altre città, il nostro obiettivo è di coinvolgere tutte le delegazioni lombarde”, dichiara Carlo Consonni, responsabile selezione vini dell’Onav Lombardia.





18.01.07

Vino dei blogger #4: Foja Tonda (ora anche Doc)

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Una premessa doverosa: Albino Armani è un mio buon amico e uno dei migliori produttori della Valdadige.
Conosco il suo vino-bandiera, il Foja Tonda, da...quand'è nato, ne ho seguito la crescita, faccio il tifo per lui perchè, obiettivamente, è un vino che mi piace molto. Ho avuto la fortuna e il piacere di far parte della commissione finale che l'ha "incoronato" - alla cieca, in mezzo ad altri vini veronesi e trentini, e dopo un'anticamera di ben 4 anni - tra i migliori vini d'Italia della Guida Vini Buoni 2007 del Touring Club.

Perciò il tema per il "vino del blogger n.4" è dichiaratamente di parte!
Grazie ancora a Marco per avermi passato la mano.

Questa volta, il compito che aspetta i wine bloggers che vogliano cimentarsi nell'impresa è molto semplice:
bisogna recensire una bottiglia di Foja Tonda.
Verrà scelta la recensione più appropriata, ovvero quella che meglio riuscirà a descrivere questo particolare vino, tratto da uve casetta in purezza.
Per reperire il Foja Tonda, potete scatenarvi in una caccia al tesoro nelle enoteche delle vostre città.

Se non lo trovate, potete prendere contatto con Giampiero Sappa, che cura le relazioni commerciali dell'azienda ed è un attento lettore dei wineblog, italiani e non, (cell.335-1800152, fax Azienda Armani: 045-7290033 ) e chiedergli di inviarvi un campione, specificando che vi serve per l'iniziativa "il vino del blogger".
Ditegli che vi mando io.

Termine ultimo per la pubblicazione delle recensioni: 25 febbraio 2007.
La sottoscritta ovviamente non prenderà parte a questo giro... Meglio non esagerare col conflitto d'interessi.

Last but not least: per chi volesse approfondire l'argomento "autoctoni della Terradeiforti", segnalo che venerdì 9 febbraio presso Palazzo Venturi ad Avio (TN), il Consorzio tutela Terradeiforti organizza il convegno "Autoctonissima - Il caso Terradeiforti". Si inizia alle 10, relazioni di Vasco Senatore Gondola ("Vini di confine"), Attilio Scienza ("Autoctono: essere o non essere?"), Marco Sabellico ("Casetta ed Enantio: il caso Terradeiforti").




17.01.07

Riflessioni da un altro mondo (quando tutto il mondo è paese)

Vigneto sperimentale parco S bl.jpg

Facciamo un gioco.
Quelle che seguono sono le riflessioni - autentiche - di un importante operatore del mondo del vino. I nomi geografici invece sono di pura fantasia.
Domanda: a quale nazionalità appartiene l'operatore, e a quali paesi si riferiscono le sue parole?
Dai, è così facile da essere banale...

"Nei primi 8 mesi del 2006, le importazioni di vino sfuso in Karima hanno conosciuto un balzo del 214 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Sembra che i motivi di questa crescita siano sostanzialmente tre:
1) Alcuni marchi stranieri consolidati hanno iniziato a imbottigliare direttamente in Karima, probabilmente per risparmiare sugli alti costi di trasporto delle bottiglie;
2) E’ aumentato l’uso di vini importati per metterli in blend con quelli karimici, soprattutto nei vini bag-in-box;
3) Alcuni marchi karimici hanno importato vini come il pinot nero, il pinot grigio e il riesling per far fronte ad una rapida crescita di domanda degli stessi.

L'aumento nell'uso di vini importati da porre in blend con vini karimici di denominazione è motivo di preoccupazione per i produttori di questo paese, in particolare per i viticoltori della Larunia. La legge della Karima specifica che un blend deve contenere almeno il 75% di prodotto karimico, per essere identificato sull'etichetta come vino locale. E ai vini etichettati come karimici non è permesso di indicare l’annata. Ci sono, naturalmente, molti posti nel mondo in cui alcuni dei costi principali di produzione dell’uva e del vino (costi della terra, dell'acqua, di lavoro e di conformità, per esempio) sono più bassi di quelli della Larunia. Tuttavia, considerate le tariffe d’importazione in Karima, il risparmio che deriva dall’importare vini dall’estero è molto piccolo.

Altre considerazioni che spieghino queste importazioni possono essere il rapporto prezzo/qualità del vino importato, e la disponibilità a lunga durata prevista di questi vini, per sostenere le marche che vogliano fare prezzi competitivi.
Per combattere questi bassi prezzi, i produttori hanno esaminato varie possibilità. Una di queste consisteva nella proposta di chiedere un cambiamento nella legge, per far sì che potessero essere etichettati come karimici solo i prodotti con vini nazionali al 100%. Ma si è rivelato un rimedio peggiore del male, perché molti marchi ne hanno approfittato per convertire una parte della loro produzione in denominazioni straniere, bypassando l’obbligo di usare vino karimico, laddove prima erano costretti a metterne almeno un 75%.

Un’altra strategia mirerebbe a educare i consumatori, comunicando il valore aggiunto di uve e vini della Larunia: in pratica, bisognerebbe spiegare alla gente perché i vini di questa terra costano più degli altri.

In realtà, la strada più logica e sostenibile da seguire è anche la più difficile: migliorare costantemente la qualità. I consumatori sono sempre molto diffidenti nei confronti di una comunicazione autocelebrativa, ma sono molto interessati ai risultati, soprattutto a quelli che sono verificati da parti terze (come la critica enologica).

Ora, come può la Larunia rispondere alla sfida della globalizzazione?
La risposta migliore viene dall’equazione Valore del Prodotto = Qualità del Prodotto + Prezzo della qualità percepita.

E' bene sforzarsi di migliorare costantemente la qualità del prodotto: ma questa sta crescendo ovunque nel mondo.

Perciò occorrerà incrementare i fondi per la ricerca, lavorare alla costruzione di grandi marche per le denominazioni laruniane, ridurre i costi laddove è possibile – nella misura che è possibile e aprire la mente su certe pratiche agronomiche ed enologiche che potrebbero dare risultati buoni a costi contenuti.

Un sacco di gente ignora da dove viene il cotone di cui son fatti i suoi jeans: ma il vino è un prodotto che, per sua natura, parla del luogo in cui è nato.
Sia i rivenditori che i consumatori sono sempre più interessati alle origini del vino e questo fatto sta arginando l'impatto della globalizzazione. Pur senza rinnegare tale interesse però, sono sempre di più anche i consumatori avventurosi cui piacerebbe assaggiare vini provenienti da altri luoghi.

Insomma, anche per i laruniani, è venuto il momento di darsi una mossa..."




14.01.07

L'assaggiatore delle sei meno un quarto

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Voci dal passato.

Nel territorio vicentino degli anni ‘50, Zermeghedo è una manciata di case sulle colline poste all'imbocco della valle del Chiampo e del Guà. Qui si vive della terra, con la terra e per la terra: legumi, cereali, foraggi, olivi.
Ma soprattutto viti.

Da quelle, - e da tempi ben più lontani dell’immediato secondo dopoguerra - nascono i vini bianchi e rossi della gente di quei dintorni.
Il tipo (di vino) principale è il Garganega dolce, ma c'è un altro tipo, più interessante, frutto di una paziente lavorazione: l’uva viene appesa alle travi dal raccolto fino al principio dell’anno, poi si torchia, e si ottiene dopo alcune decantazioni il “vino santo”, rinomato per il suo bel colore dorato e il sapore dolcissimo (Giulio da Schio, “Enologia e Viticoltura della Provincia di Vicenza”, 1905).

Negli anni ’50, Amedeo è un bambino di sei anni la cui casa è incastrata fra il campetto da calcio, la parrocchia e l’oratorio.

Indovina a chi tocca servire ogni mattina la prima Messa?

Che sia inverno estate o altro, col buio o col chiaro, ogni giorno Amedeo si alza alle 5 e un quarto, si veste, esce e va in chiesa.
Anzi, in canonica, a preparare col sagrestano l’occorrente per la prima funzione liturgica.

Dunque: pisside, calice, e..ah già, le ampolline.
Amedeo guarda quella dell’acqua: dentro ce n’è poca. Quel poco che basta.
Ma quella del vino, no. Quella è colma fino all’orlo, alle 6 meno un quarto.

Il sagrestano suona le campane: una voce familiare che si fa largo nel sonno della campagna circostante e chiama alla prima lode del mattino.
Alle 6 arriva il parroco, e la Messa ha inizio. Al momento della consacrazione, il chierichetto Amedeo porta le ampolline sull’altare.

Oh, bella.

L'ampollina del vino era piena, alle 6 meno un quarto. Com’è che adesso è vuota per metà?
Gli sfugge un’occhiata in direzione del sagrestano, che restituisce lo sguardo impassibile.
Quello è Vin Santo di Gambellara.
Vuoi che non lo provi per vedere se è buono davvero? Deve diventare il sangue di Nostro Signore, mica possiamo mettere nell’ampollina benedetta un prodotto difettato.

L’assaggiatore delle sei meno un quarto ha colpito ancora.

E’ passato mezzo secolo, da quei giorni. Oggi le campane si sentono ancora in campagna, ma spesso non serve più appendersi alle funi per farle dondolare. Basta schiacciare un bottone, e quelle suonano, oppure smettono, a comando. Non si spengono più un po’ alla volta, come un sospiro.

Probabilmente, nemmeno la Messa delle 6 del mattino si tiene più, a Zermeghedo.

E con quella, è sparito anche l’assaggiatore delle 6 meno un quarto.

Oggi il chierichetto Amedeo Sandri è un apprezzato e rinomato cuoco, esperto di cultura gastronomica del Vicentino, appassionato della sua terra e attaccato ai ricordi che questa gli suscita.

Insomma, sono cambiate un sacco di cose da 50 anni a questa parte, a Zermeghedo.
Eppure, chissà perché, l’impressione è che qualcosa – chissà cosa? – in questi anni si sia perso per strada….

(per fortuna, ci resta ancora il Vin Santo di Gambellara...ma questa è un'altra storia).




11.01.07

Figli di un Plinio maggiore (detto anche il Vecchio)

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La razza dei wine writers ha celebrato l’arte di fare il vino e il piacere di berlo per secoli. Plinio il Vecchio scriveva del vino già nel primo secolo d.C. I wine blog sono la più moderna e dinamica incarnazione di questa razza, ed è tempo che i migliori di loro ricevano il giusto riconoscimento”.

Sono parole di Tom Wark, wine-blogger di Fermentation, promotore della prima edizione dell’American Wine Blog Awards (e, da poco, anche nuovo direttore esecutivo della Speciality Wine Retailers Ass.)

Si calcola che, attualmente, negli States siano oltre 400 I blog dedicati al solo argomento vino: per rendere onore ai migliori tra essi, Tom Wark s’è inventato questo premio, dedicato a ben sette categorie di blog (un’evoluzione alla quale noi non siamo ancora arrivati).
Ovviamente, chiunque può contribuire alla nomina dei sette “best of”: è sufficiente esprimere sul blog di Tom le proprie preferenze entro il 18 gennaio. Una volta composta la rosa dei candidati, un panel di giudici esaminerà i blog segnalati, e sceglierà tra essi i quattro che, per ciascuna categoria, andranno a formare il gruppo dei finalisti.
Dopodiché, si tornerà al voto dei cyber-enonauti, che sceglieranno i vincitori.

Mentre oltreoceano si divertono con questo innovativo sistema elettorale, sul (nostro) patrio suolo l’attenzione nei confronti di questo “nuovo medium per scrivere di vino” si fa sempre più frequente.
Nel supplemento “Vini” di novembre-dicembre 2006 di Bargiornale, l’ottimo collega Nicolò Regazzoni ha svolto un'interessante mini-inchiesta nel mondo dei blog di settore, proponendo a margine una sorta di mini-guida di molti f&w blog.

I siti recensiti sono una trentina, ma meritano una segnalazione particolare quelli cui Nicolò assegna lo smile che brandisce felice la coppa del primo della classe: 5 blog che per frequenza di aggiornamento, passione, competenza, varietà di temi affrontati e capacità di coinvolgimento di chi sta dall'altra parte dello schermo del pc (o del Mac...), risultano tra i must di questa forma di comunicazione/informazione.
Com'è facile immaginare, questi 5 imperdibili sono:
- Aristide
- Il Blog di Tigulliovino.it
- Mondo...Divino
- PoggioArgentiera's Blog
- Vino Al Vino
(in rigoroso ordine alfabetico, così non si offende nessuno).

Una nota di merito va fatta però anche per il blog (classificato “veloce come un adolescente”) dell'amico from New York Terry Hughes, entrato di diritto tra i f&w blogger italiani in virtù della sua passione e competenza in materia di vini italiani, oltre che per la sua padronanza della lingua di Dante...

L’augurio è che, leggendo (per l’ennesima volta…) su un pezzo di carta stampata che esiste un mondo parallelo a quello dei tradizionali mezzi di comunicazione, produttori & Co. comincino a domandarsi se non sia il caso di entrare seriamente in relazione con esso, sia da un punto di vista informativo che commerciale.

Perché se i wine blog crescono in quantità e qualità, il primo a beneficiarne è proprio quel mondo del vino che finora ne sottostima – o ne ignora, o finge di ignorarne – l’esistenza, l'importanza e soprattutto l'efficacia comunicativa.





07.01.07

Verjago: very Valpolicella

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Nel multiforme panorama vinicolo della Valpolicella è comparso da poco un oggetto misterioso.
Non è un nuovo Amarone, e nemmeno l'ennesimo Ripasso, e neanche uno dei tanti fantasiosi Igt da uve-autoctone-sì-però.
E' un Valpolicella. Ovviamente un super Valpolicella.

Il vino si chiama "Verjago", è l'ultimo fiocco azzurro appeso sulla porta della Cantina "Valpolicella" di Negrar, ed è stato presentato lo scorso mese di dicembre 2006 dai vertici della Cantina - presidente Ettore Righetti, direttore tecnico Daniele Accordini, direttore commerciale Alfredo Albertini - nel corso di un incontro conviviale con la stampa di settore tenutosi alla Bottega del Vino, a Verona. Ospite d'onore, la master of wine Caroline Gilby.

Del vino e dell'incontro si è già diffusamente parlato - con competenza e ricchezza di dettagli - su Aristide e Internet Gourmet.

Numerosi i commenti in particolare che hanno fatto seguito al post di Aristide: alcuni di questi ponevano degli interrogativi decisamente interessanti e io mi sono premurata di "girarli" al più diretto interessato, il "papà" del Verjago, ovvero l'enologo che più di tutti ha voluto - e ha lavorato a - questo nuovo vino.

Ecco di seguito, perciò, alcune puntualizzazioni concesse dall'amico Daniele Accordini per soddisfare certe (più che legittime) curiosità.

Il Verjago si presenta come un vino dove la Valpolicella si esprime al suo meglio e al suo massimo, un vino di territorio. Però nasce da un appassimento breve, cioè dalla tecnica. Non è un po' contraddittorio?

No, perchè il Verjago non è un vino dove la tecnica (dell'appassimento) è prevalente. Nell'Amarone, l'appassimento influisce sui caratteri finali del vino; nel Verjago il concetto di partenza è l'opposto di quello dell'Amarone.

Ovvero?

Ovvero, le uve che vanno a comporre questo vino non sono quello che resta dalla cernita dei grappoli per l'Amarone. Sono uve pensate e coltivate apposta per fare Valpolicella. Lo stesso vigneto è dedicato a questo progetto.

Un vigneto dedicato, uve di eccellente qualità...eppure, evidentemente tutto questo non basta...

Se voglio un Valpolicella "importante" , complesso, elegante, devo ricorrere all'appassimento, sia pure breve, perchè nella nostra zona non abbiamo un clima o delle varietà tali che riescono ad arrivare da sole a certe concentrazioni. Nemmeno con la surmaturazione in pianta ci riusciremmo.

Ma non si rischia, così facendo, di avere un vino ancora troppo concentrato?

Volevamo avere il massimo da questo vigneto, per ottenere un vino che potesse porsi alla stregua dei grandi rossi internazionali...

...e che tuttavia non fosse nè un Amarone nè un Ripasso...

Esattamente. Vedi? Ormai anche noi diciamo normalmente "Ripasso", sottintendendo la parola "Valpolicella".
Credo che omettere l'origine territoriale dei nostri vini sia un pericoloso autogol.
Per questo abbiamo pensato ad un super Valpolicella: per riportare in primo piano il territorio. E per sottolineare ancora di più questo legame abbiamo studiato un nome - Verjago deriva dal toponimo altomedievale vallis Veriacus, l'antico nome della valle di Negrar - e un'immagine abbastanza classica.

Insisto: perchè, ancora una volta, un Valpolicella "importante"? Perchè non semplicemente un buon, un ottimo Valpolicella...e basta?

Con tutta la buona volontà, siamo una cantina cooperativa, non possiamo ignorare il rapporto costi/benefici.
Un Valpolicella "fresco", per ottimo che sia, non posso farlo costare più di 4-5 euro a bottiglia.
Ma se voglio dare soddisfazione al socio viticoltore, al quale chiedo degli sforzi supplementari per coltivare questo vigneto "dedicato", devo garantirgli un reddito analogo a quello che riceverebbe se facesse uva da Amarone.
Di conseguenza, non solo devo pagargli le uve di più di quello che gli darei se fossero destinate solo a fare un Valpolicella semplice, ma devo anche realizzare un prodotto di qualità superiore. Non a caso il Verjago costa, al nostro punto vendita, intorno ai 13 Euro: meno di un Amarone, ma più del Valpolicella Ripasso.

Torniamo alla storia dell'appassimento: cosa distingue il Verjago da un, poniamo, baby Amarone?

Il fatto che in questo vino si manifestano fenomeni concentrativi, non evolutivi. Sono anni che studiamo le dinamiche dell'appassimento, anche in collaborazione con l'Università di Verona, e abbiamo notato che esiste un confine anche temporale ben preciso: se lo superiamo, il vino cambia, vira in direzione di profumi e sentori complessi, evoluti, di cioccolato, cuoio, frutta sotto spirito tipici dell'Amarone. Ma se riusciamo a non oltrepassare questa linea, il vino manifesta al massimo grado fiori e frutti caratteristici del Valpolicella tradizionale.
Per questo si può dire che il Verjago è...l'evoluzione del Valpolicella fresco.

Pensi che ci sia spazio per un vino così, allo stato attuale delle cose? E come lo spiegherete, al consumatore? Già adesso si fa una confusione tremenda, tra Valpolicella Superiore, Ripasso, Amarone più o meno invecchiato...

A giudicare dall'ottima accoglienza che hanno ricevuto le prime 20 mila bottiglie di Verjago direi proprio di sì, che il consumatore non vuole un nuovo baby Amarone, ma un vero Valpolicella, in grado di soddisfarlo pienamente.
La nostra sfida è proprio questa: riuscire a educare il consumatore, in modo che arrivi a scegliere questo super Valpolicella, quando vuole un'alternativa all'Amarone o al Ripasso.





04.01.07

Vino & salute: nuova sperimentazione sui vini bianchi

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Tirano arie strane per il vino, in Europa.
Da un lato i prodotti vinicoli del Vecchio Mondo devono fronteggiare quotidianamente una concorrenza sempre più efficace e agguerrita su tutti i fronti (da quello produttivo a quello distributivo e comunicativo), dall'altro i legislatori della Comunità Europea sembrano indulgere alla tentazione di un neo-proibizionismo.

Sotto accusa è ovviamente l’abuso di alcol, un problema al quale sembrano però essere sensibili soprattutto quei Paesi del Nord Europa privi di un'autentica cultura vinicola: nel tentativo di porre un freno o trovare un rimedio a questo, tuttavia, le misure che si pensa di mettere in atto finiranno solo per colpire il vino e la relativa economia che ruota attorno ad esso.

“La Commissione Europea vuole arrivare a porre nuove tasse sul vino: finora siamo riusciti a impedirglielo, ma la battaglia è appena cominciata, perché l’assunto di base sostenuto dai questi neo-proibizionisti è che il vino è alcol e l’alcol è droga.

E questo è falso, anche da un punto di vista medico-scientifico”.

Chi parla così è il dott.Alberto Bertelli, medico e ricercatore del Dipartimento di Morfologia Umana dell'Università degli Studi di Milano, nonché vicepresidente della commissione “Vino e salute” dell’OIV (l’Organizzazione Internazionale della Vite e del Vino). Da sempre il dott.Bertelli segue con molta attenzione - e crescente preoccupazione - la posizione (anche legislativa) del vino all'interno dei lavori della CE.

Le prospettive sono tutt'altro che rosee, ci ha detto nel corso di un incontro tenutosi a dicembre scorso in provincia di Verona: per questo è importante che la ricerca medico-scientifica non si fermi, ma dia in tempi rapidi risposte a interrogativi ancora in sospeso. E se negli ultimi dieci anni si è parlato tanto, forse troppo e a sproposito, di vino rosso e relativi benefici, non dimentichiamoci che anche nel vino bianco non mancano gli elementi positivi.

“Consumato durante il pasto, in dosi moderate e in tempo adeguato, anche un vino bianco come il Soave è benefico" ha ribadito il ricercatore.

Ed ecco la notizia: per la prima volta in Italia, il Soave sarà oggetto di una specifica ricerca clinica.

Nei prossimi mesi l’Università di Pisa condurrà degli studi su un certo numero di pazienti ai quali verrà somministrato vino Soave.
"I risultati – ha proseguito Bertelli – saranno resi noti a Soave nel giugno 2008"

L'occasione sarà quella del congresso internazionale dell'OIV, che come da programma si terrà in Italia.
Dove? Giovanni Alemanno, ministro dell'agricoltura del precedente governo, aveva dichiarato che si sarebbe tenuto a Verona, città centrale nell'economia del vino italiano....

Ma ora i suonatori sono cambiati.
Vuoi vedere che cambierà anche la musica, e che il congresso dell'OIV si terrà... altrove..?

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03.01.07

Il gusto del 2007

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Sono eccitanti/divertenti (e, spesso, altrettanto inattendibili...), al pari degli oroscopi d’ogni nuovo inizio anno (alzi la mano chi non li legge tutte le volte che un qualsivoglia giornale li propone).
Parliamo dei trend culinari del 2007.
Quello che sarà in e quello che sarà out in fatto di gastronomia e dintorni.
I futurologi – ovviamente – sono tutti giornalisti statunitensi: redattori e direttori di alcune delle più quotate riviste di food & wine d'oltreoceano.

E considerati i rapporti – commerciali, culturali, politici, strategici, eccetera – tra i nostri due paesi, ci sono fondate probabilità che tali tendenze finiranno per avere un qualche riflesso anche dalle nostre parti.
Poiché però la sottoscritta si occupa professionalmente solo di viti e vini (e non di cibo), mi prendo il lusso di riportare la lista dei trend 2007 senza commentare.

Quello, è un divertimento che lascio ai miei dieci cyber-lettori.

- Il 2007 sarà l’anno della carne a denominazione d’origine controllata. Bistecche extra-large sì, ma a patto che siano certificate e che si sappia sempre e comunque dove è stata allevata la bestia, cosa mangiava, se era felice, eccetera.
Lo stesso dicasi di caffè, cioccolata e miele: a tutti sarà richiesta la carta d’identità.
- Continueranno ad essere in i frutti di mare, ma anche i piatti a base di pesce in genere saranno più apprezzati del solito. In particolare, balzeranno in vetta alle classifiche delle preferenze pesci come lo storione, o la spigola a strisce, o esemplari decisamente esotici come il tilapia o il mahi-mahi.
- Anche nel prossimo anno molta gente continuerà a comprare e consumare cibi eco-bio-salutistico-qualcosa.
- Per contro, molti cominceranno a prendere le distanze da certi regimi alimentari a base di broccoli e succo di pompelmo. Ci sarà pure un modo per mantenersi in salute senza soffrire così.
- Non è previsto nessun "vino ideale dell'anno". Almeno fino al prossimo successo cinematografico.
La tendenza comunque guarda al Sud, sia degli stati che del mondo. Bene l’Australia, benissimo la Nuova Zelanda, discretamente il Sudafrica e il Sud America in genere.
- La vera new entry nelle preferenze culinarie (e non solo: anche turistiche) sarà la Grecia. Il mondo anglosassone riscoprirà la culla della cultura classico-occidentale: sarà il grande momento del formaggio feta, dei dolmades, di baklava e spanakopita.
- Di conseguenza, anche i vini dalla Grecia conosceranno il loro momento di gloria: si scoprirà così che il retsina, per quanto tipico, è buono soprattutto per un certo turismo di massa e last minute, perché in realtà questa nazione e le sue isole sono ricche di varietà autoctone bianche e rosse dai nomi quasi impronunciabili, ma dalle alte e interessanti potenzialità organolettiche.
- La grande madre Africa aprirà i suoi forzieri gastronomici ai fanatici dell'esotismo a tutti i costi. Il 2007 sarà infatti l'anno della cucina etiope e dei suoi piatti dolci-speziati-piccanti.

E chissà che qualcuno non trovi finalmente il coraggio di venire a raccontarci quante olive e quanta uva ci arrivano (sotto mentitissime e semi-clandestine spoglie) da laggiù e dintorni...

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