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Wine Blogger: se non puoi combatterli

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...come dicevo, il Vinitaly n.41 appena conclusosi tra squilli di fanfara e rullo di tamburi - peraltro meritati: è stata una bella edizione, che ha regalato soddisfazioni di pubblico e critica un po' a tutte le categorie della filiera vino - ha visto, forse per la prima volta, anche un'alta partecipazione di wine blogger. E siamo solo agli inizi.

Sguinzagliati un po' ovunque, impegnati soprattutto in degustazioni e scoperte enoiche, questi nuovi protagonisti dell'informazione/comunicazione enogastronomica avevano però un punto di riferimento preciso nello stand del Consorzio del Soave: i primi tre giorni della fiera sono stati perciò ricchi d'incontri e di confronti anche tra loro.

Tale presenza/partecipazione è significativa, e andrebbe intesa dall'informazione "ufficiale" (e convenzionale) come il segno di un nuovo bisogno - oltre che di un nuova forma espressiva - d'informazione sul vino.

Un'informazione meno soggetta a dubbi e sospetti (spesso fondati) di connivenze e collusioni assortite con il mondo del vino, ovvero con quella parte di cui si dovrebbe, appunto, informare (nel bene e nel male).

Inutile negarlo: la categoria alla quale appartengo e in cui mi riconosco - sia pure dal basso del mio girone infernale, quello dei pubblicisti, considerati (e spesso trattati) come i paria del giornalismo italiano - prova sentimenti ambivalenti nei confronti dei wine blogger.

Molti giornalisti infatti ne diffidano, altri li snobbano scandalizzati ("Per favore! non saranno mica giornalisti, quella gente li?!"), altri ancora fanno spallucce e li ignorano ("Dilettanti. I wine blogger sono solo dei dilettanti").

I pochi illuminati, ammettendo in materia la loro più profonda ignoranza, si sforzano almeno di conoscerli.
Avvicinano questi strani animali che sulla rete si moltiplicano come funghi a velocità fotonica, e cominciano a interessarsene. Non si sa mai che si riesca a intrecciare una qualche forma di collaborazione tra i media tradizionali e il web...

Resta il busillis centrale, l'interrogativo ontologico principale (in filosofia, l'ontologia è lo studio dell'essere in quanto tale), sul quale già si stanno versando fiumi d'inchiostro:

il wine blogger - e il blogger in generale - è un giornalista oppure no?

Chissenefrega, dico io.
Fanno opinione, ti muovono il mondo, la gente li segue, da' loro credito, li legge.
Più di giornali e riviste e, tra non molto, probabilmente, anche più di televisioni e radio.

Al punto che i più autorevoli tra i wine blogger - e questa autorevolezza, questa credibilità se la sono conquistata sul campo, con i fatti, non con le chiacchiere o le amicizie "che contano" - cominciano a venir preferiti (negli eventi e nei concorsi enologici, nazionali e internazionali) perfino a tanti giornalisti accreditati.

Già ora, insomma, appare problematico arginare questa marea montante.

Certo, in mezzo c'è anche tanta spazzatura, che si traduce in improvvisazione, qualunquismo, superficialità, volgarità, mancanza di stile, banalità, conformismo, povertà di contenuti.
(Esattamente come accade in tanto giornalismo...)

Ma, come per qualsiasi altro prodotto, passata la novità e l'entusiasmo del breve termine, sul lungo termine ciò che conta è la qualità del servizio offerto: l'autorevolezza che il wine-blog è riuscito a conquistarsi.
E affidabilità e serietà non sono appannaggio esclusivo dei giornalisti professionisti iscritti all'Ordine nazionale.

So che ci sono colleghi giornalisti che cominciano ad avvertire una sottile inquietudine: la sensazione che nasce dal veder messa in discussione l'esclusività della propria mission di paladino dell'informazione.

Personalmente, non credo che il mestiere del giornalista sia giunto al capolinea.

Ritengo piuttosto che sia in atto una rapida, radicale trasformazione dello stesso - più o meno indolore.
Pensare che la cosa possa risolversi ed esaurirsi da sola senza troppi danni, come se questa per i wine blog (e per i blog in genere) sia una specie di cotta adolescenziale di gente smanettona, è però un pericoloso errore di sottovalutazione del fenomeno.

E' come continuare a ballare sul ponte del Titanic, e credere che quello che si profila all'orizzonte sia il ghiaccio per il cocktail.
Invece è la punta dell'iceberg, e tra un po' saremo tutti a mollo.


ps: i wine blogger, se non puoi combatterli, fatteli amici.

Commenti

La preoccupazione da parte dei giornalisti mi pare esagerata. Quelli buoni non ha nulla da preocuparsi. Infatti la maggior parte dei bloggers non hanno nessuna velleità di spacciarsi per tali. Alcuni sì, e allora dovranno dimostrare alla prova dei fatti di avere quelle caratteristiche che rendono un giornalista un professionista (lascio a te dire quali sono...).
Se poi la preoccupazione è quella derivante dal sentirsi sfuggire un esclusiva, in tanto che ordine professionale, beh, forse conviene che i professionisti comincino ad abituarsi all'idea che ormai lo stesso concetto di ordine professionale comincia a divenire sempre meno uno scudo per ripararsi dal mondo esterno e sempre più come un qualcosa che rischia di essere "sopportato" (male) dalla società. E questo naturalmente vale per tutti gli ordini professionali (che personalmente abolirei, almeno per come sono congegnati adesso).

Il fatto è che spesso quella dei giornalisti viene vissuta (e percepita) come una casta. Peraltro con un sacco di problemi interni e conflitti irrisolti. Io per esempio appartengo alla categoria più numerosa, quella dei cosiddetti freelance: cani sciolti senza collare, senza padroni, de facto senza contratto nè tutele di sorta (a dispetto di quel che dichiarano i nostri vertici sindacali). Già con noi non sanno come comportarsi, come considerarci (e siamo tutti iscritti all'Ordine e molti anche al sindacato, la federazione nazionale della stampa); figurati con i blogger! Perplessità e diffidenza comunque li ho percepiti al Vinitaly soprattutto nei colleghi dell'informazione generalista: chi lavora nel settore wine&food non si sorprende più di tanto, ormai comincia a far l'abitudine anche a questa nuova figura professionale, che vanta rappresentanti tali ai quali del giornalista manca solo la tessera.
Personalmente non sono contraria all'esistenza di Ordini professionali, laddove assolvano al loro compito di formazione e controllo (di eventuali abusi e abusivi); soltanto, sarebbe ora di riformarli alla radice. Nel settore dell'informazione, siamo fermi ad un'ipotesi di riforma leggermente datata: risale a oltre 40 anni fa...

Francamente, cara Lizzy, l'interrogativo che tu definisci ontologico non mi pare molto centrato. La domanda reale da porsi ( soprattutto da parte di chi si definisce "giornalista del vino") non è se i blogger siano o meno da considerarsi giornalisti, quanto piuttosto se il giornalismo di settore "tradizionale" abbia ancora un ruolo e se sì, quale.
Ricordi la domanda che posi durante il nostro incontro di wine-blogger a Soave? Si leggono meno riviste specilizzate o no, da quando si è intensificato il numero dei blog di enogastronomia? Nessuno dei giornalisti presenti ha fornito dei dati. Ed invece credo che sarebbe interessante conoscerli.
Penso di tastare abbastanza bene il polso al cosiddetto "mondo dei consumatori medi" o, se vuoi, quello delle persone che intendono aumentare le proprie conoscenze di base e coltivare un non superficiale interesse per il mondo del vino. Ebbene: penso che i blog rappresentino la possibilità di accedere e di scambiare informazioni e opinioni, senza altri filtri che il proprio cervello. C'è in giro una certa noia per corsi, classifiche, degustazioni "su carta" redatti da penne più o meno famose. Il pubblico vuole essere protagonista delle proprie scelte ed oggi può avere a disposizione i mezzi per esserlo. Non da ultimo - il blog, in modo eccellente e rapido, permette quell' interazione che sulla carta stampata è impedita o molto difficile.
Son d'accordo con Giampaolo: chi ben scrive non ha da temere. Nè sulla carta, nè altrove. Finchè dura, il web assicura la massima libertà e circolazione dell' informazione. Se un Ordine professionale ha un regolamento fermo a quarant'anni fa... forse è ora che si svegli.
MG

PS. Come fondatrice del Club GME t'assicuro: nessuna velleità "giornalistica da parte mia", ma amici affezionati con cui condividere efficacemente questa passione, questo sì, senz'altro!

Cara MG, la domanda che poni altro non è che l'altra faccia della medaglia.
Quella che ho posto io è esattamente quella che si pongono i miei colleghi.
Il motivo per cui non hai avuto risposta alla tua domanda a Soave è perchè non abbiamo dati.
Ciò che sappiamo per certo è che ci sono sempre meno lettori che si rivolgono alla stampa e ai media convenzionali del W&F per informarsi. Noi possiamo presumere che siano trasmigrati ai blog, ma non possiamo averne la certezza.
Al momento i blog in Italia non vengono presi in considerazione dagli studi di settore.
Quanto al disamoramento del pubblico, è il minimo che possa capitare ad un giornalismo che - parlando solo della carta stampata - per campare deve vivere di pubblicità che va a cercare presso gli stessi soggetti di cui parla nella rivista.
Se questo non è conflitto d'interessi, cos'è? E ti assicuro che non ci sono vie d'uscita, perchè voi, cari lettori, siete sempra stati troppo pochi per mantenerci e ora siete anche meno. Non si riesce a far vivere una rivista di soli abbonamenti/numeri venduti in edicola. (E guarda quante testate ci sono. Dovreste comprarle TUTTE!)
Succede così che il direttore ti dica di scrivere di certe zone o di certi produttori perchè la forza commerciale ha già preso i debiti accordi. Poi, ok, tu scrivi quello che ti pare, nel bene o nel male, ma intanto il tema te lo danno loro.
Questo della convivenza blogger/giornalisti è cmq un tema attuale: non fosse altro per il fatto che la gran parte dei miei colleghi ha una dimestichezza con il web pressocchè nulla, e nessuna idea di che cosa sia, un blog.

Chiunque scriva merita liberta' di stampa e di accesso alle informazioni, indipendentemente se e' giornalista, pubblicista, blogger o un semplice cittadino. Chiunque scriva merita rispetto per le sue opinioni. Gli si puo' chiedere soltanto che non scriva falsita', che non offenda nessuno e che sappia sorridere alle eventuali critiche. Lizzy e' maestra in questo, che abbia il tesserino oppure no.

Grazie, Mario!
E cmq, state tranquilli: io il tesserino ce l'ho...circa le falsità, l'Ordine nazionale giornalisti dovrebbe esistere anche per questo, per evitare che i suoi iscritti le pubblichino, e per sanzionarli qualora invece succeda.
A volte perfino ci riesce .
A volte.

;-)

Troppi giornalisti ricorrono ancora alle querele fra di loro (vedi Cernilli contro Sangiorgi) perche' l'Ordine e' quasi sempre sordo, non fa praticamente nulla per dirimere controversie sulle verita' stampate o dichiarate in televisione. Io ho capito l'Ordine soltanto una volta, quando Bruno Vespa dalla piazza del Vaticano annuncio' l'elezione del cardinal Wojtyla a Papa dicendo che era un africano, perche' piu' che di falsita' si trattava di una gaffe storica, ma non l'ho mai piu' capito in seguito. E le sanzioni sono soltanto per quei giornalisti che stampano dei numeri 0 di testate che poi non vengono in seguito registrate per motivi vari, come Il Postino a Porto Torres, e non mai ho sentito di altre sanzioni. Se di Ordine si tratta, che faccia Ordine!

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