
Il sogno di tutti gli scienziati più o meno pazzi (e dei visionari): la macchina del tempo.
Poter tornare indietro, vivere - o rivivere - ciò che è stato (o si è perso).
Bene. Qualcosa del genere esiste già. Da millenni.
Si chiama uva.
E nel vino che se ne ricava, è possibile ritrovare - a saperla leggere, interpretare - la memoria del tempo.
Il calore di un'estate, la pioggia di un autunno, il tepore di una primavera.
E' possibile avvertire la grandine, la siccità, la luce e il buio, il caldo, il freddo, il vento; sono tutti lì, imprigionati nel vino. Nei suoi colori, nei profumi, nel sapore.
Per questo la degustazione verticale di un vino è sempre un'esperienza di grande interesse e valore didattico.
E, quando questo vino è un paradigma del suo genere, è a dir poco un privilegio.
Venti, più un paio di "fuori programma": tante sono state le annate di Calvarino Soave Classico che Leonildo Pieropan ha messo a disposizione di un gruppo di giornalisti di una nota testata di settore.
D'accordo: il Calvarino non è un Soave come tutti gli altri.
E' un modello, e in quanto tale sono in molti a considerarlo inarrivabile.
E d'altra parte, non è fatto solo di uva garganega e trebbiano di Soave: è fatto di tutta l'esperienza, la passione e la tradizione di casa Pieropan. C'è la mano della natura e l'impronta dell'uomo, e viceversa.
Si fa presto, così, a dire "originale, unico, inconfondibile".
Tuttavia - e qui risiede, a nostro modesto parere, la grandezza "didattica" di questo vino - il Soave Calvarino rappresenta anche ciò che le uve di queste terre sono capaci di dare quando vengono gestite/trattate come Dio comanda.
Con tutte le cure, ma anche con solida conoscenza, rispetto, competenza, perfino ostinazione.
Niente di miracoloso, dunque: solo tanto lavoro, tanta pazienza, tanta umiltà. E volontà di far bene veramente.
Il resto sono chiacchiere, scuse, alibi.
Il Soave è uno dei più grandi vini bianchi del mondo, e questa verticale l'ha dimostrato.
Sarebbe ingiusto comprimere in poche righe le molteplici impressioni rilevate in quasi tre ore di un assaggio che è stato entusiasmante quanto impegnativo.
Qui perciò riporterò solo qualche nota, insieme ad alcuni commenti dello stesso produttore.
La prima: è gratificante constatare, un anno via l'altro, la coerenza stilistica di un vino. E' come un marchio di fabbrica, già al primo sorso capisci che è il Calvarino di Pieropan perchè rispecchia l'annata con saggezza e garbo: buona, eccellente, difficile o mediocre che sia stata.
Non trucca le carte.
"Abbiamo notato una certa ciclicità nel nostro vino: 1991-2001, 1992-2002, 1993-2003...le caratteristiche stagionali si ripetono, con poche varianti. E i vini di quelle annate finiscono per assomigliarsi in maniera sorprendente".
I profumi si evolvono: fiori e frutta nei primi anni entusiasmano, ma col passare del tempo cedono il passo a sentori più minerali, terragni (si può dire?). Ai profumi del soprassuolo si sostituiscono quelli del sottosuolo: vulcanici, tufacei. Scurissimi, come il basalto.
"Il 2003 è stata un'annata caldissima: non abbiamo nemmeno defogliato. Quell'anno l'uva migliore l'abbiamo colta dalla pergola, mentre l'anno successivo, più fresco, con buone escursioni termiche tra giorno e notte, è andata meglio con la spalliera. Il 2004 infatti esprime la sua potenzialità soprattutto in bocca, dove si rivela pieno, strutturato, lungo.
L'importante è riuscire a capire, a prevedere cosa succederà e agire in campagna di conseguenza. Perchè quando l'uva arriva il cantina, il più è ormai fatto".
2002 e 2001 sono state due annate non facili. La prima perchè molto piovosa, con attacchi di Botrytis. Raccolte più tardivamente, le uve hanno dato un vino dai profumi rotondi e tendenzialmente dolci senza esserlo davvero, sfumati di pesca bianca e mandorla. Dal canto suo, il 2001 ha concesso una vendemmia non perfettamente matura, che si riflette in un Calvarino dal naso più severo e scontroso, che in bocca chiude più amarotico degli altri.
"Non c'è niente da fare: riflette l'annata" dichiara serafico Nino Pieropan. E va bene così.
2000: l'annata del secolo, dicono. Mah! Certo, l'andamento era dei migliori: ma nella fase finale ha un po' ceduto. "Ph alti e acido malico basso". Promossa, ma con qualche riserva; perchè ha dato un Calvarino grassottello, piacevolmente fruttato (tutti i Calvarino lo sono: per contratto non scritto con Madre Natura!) e...basta. Scusate se è poco, comunque.
1999: "Annata molto positiva, ma non di grande spessore: gli acini grossi hanno dato molto mosto rispetto alla buccia. Ne è risultato un vino un po' diluito, rispetto il suo solito".
1998: la grandine di giugno ha lasciato il segno. Il colore è abbastanza intenso, dorato, i profumi ancora fruttati sono però disturbati da una leggera nota ossidativa.
1997: un'annata di grappoli spargoli. L'autunno fresco ha indotto a vendemmiare un po' più tardi, regalando un Calvarino dall'aromaticità evolutiva.
1996: ah, che bel naso! Intrigante e sorprendente, ha ricordi di miele grezzo e cera di favo, mentre al gusto si presenta austero, quasi teso, con una robusta spalla acida che gli regala freschezza, salinità, grande persistenza. Agrumi verdi ed erbe aromatiche si affacciano a fiotti dal bicchiere, rendendo affascinante questo giovane decenne. Tra il 1990 e il 2000, è questa l'annata che più ci ha impressionato.
E tuttavia, il Calvarino più rappresentativo arriva con la vendemmia precedente: il 1995. "E' il vino che meglio esprime il suo terroir, fatto di mineralità vulcanica ma anche di florealità..." E infatti è un vino complesso e sfaccettato, con profumi quasi lattei nella loro pienezza.
1994: annata più umida che fresca. L'uva raccolta in due momenti per rispettare i diversi tempi di maturazione dei filari ha dato un vino ancora floreale al naso, con note balsamiche. Più caldo il 1993; come dieci anni più tardi, si avvertono di più le note di frutta esotica e miele. Largo nell'ingresso in bocca, chiude però anche più rapidamente degli altri. Meno felici il 1992 e il 1991: ne risultano due Calvarino più... snelli dei loro fratelli.
1990: altra vendemmia del secolo. "Ci aspettavamo tanto da questa annata, invece ci pare inferiore al 1991, che tutto sommato è stata normale". In bocca e al naso, datteri, fiori, frutta gialla...
1989: annata simile a quella di dieci anni dopo. L'estate fresca e con poco sole ha costretto ad una vendemmia più avanzata. Il 1988 ricorda negli esiti il 1998, ma un tappo traditore regala dei sentori ossidativi estranei alla vendemmia e al vino...presenti invece, ma di tutt'altra qualità, nel 1987: signori, è l'età. E anche l'annata, che si ricorda difficile.
Piacevole e persino un po' languido il 1986... ma ecco il 1985, ancora bello pimpante: se il primo ricorda un ventenne dopo una nottata in discoteca, il secondo è un ventunenne sportivo che è andato a letto presto, e ora si presenta fresco e fruttato, teso e vivo e balsamico anche in bocca.
Fuori concorso, il 1978: dorato, evoluto, mette soggezione con quel bouquet così scuro, quasi da idrocarburo.
Morale della degustazione? tanto di cappello.
Ai vini, al territorio, al produttore: perchè anche la sapienza di chi lavora nel vigneto fa parte della grandezza di un cru.