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29.06.07

Il linguaggio del vino: la terza via

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Ci fu un tempo in cui il vino era un alimento, e come tale veniva trattato.

La gente lo beveva - più di oggi - senza preoccuparsi di discuterlo, (stra)parlarne, scriverne e descriverlo.
I contadini - non ancora "produttori" - si limitavano a farlo, e i giornalisti non ci costruivano sopra complessi sistemi filosofici.
E nelle trattorie ti chiedevano semplicemente se lo volevi bianco o rosso.

Quei tempi sono definitivamente tramontati, come tutti sappiamo.

Se c'è un argomento di cui oggi si discute con passione, infatti, è proprio il vino (e in genere, succede come per la politica: meno se ne capisce, più ci si appassiona).
Uno dei grandi temi che lo riguardano è come se ne discute, con quale linguaggio.

E' un tema ricorrente; un problema, evidentemente, irrisolto, perchè ogni tanto si riaffaccia. Sui media esteri come su quelli italiani, in convegni, tavole rotonde, libri, eccetera.

C'è chi si lamenta che il vino viene sempre descritto come qualcos'altro, e quindi per analogia o associazioni d'idee, e chi lamenta nello stesso un certo appiattimento, e un'incapacità di accogliere nuove espressioni.

In un recente numero della newsletter di "Alla Corte del Vino", il portavoce di Slow Food Giacomo Mojoli afferma, tra l'altro:
"Insieme alla percezione del vino e del terroir cambia anche il linguaggio. Il nuovo compito non è più solo quello di decodificare il contenuto della bottiglia, il liquido, ma di trasformare in comunicazione tutte le informazioni che lo riguardano.
La sfida è aperta tra la scuola veronelliana, che univa il piacere di scrivere alla conoscenza sul terreno, una capacità resa stucchevole dai suoi epigoni, e quella più tecnica e pragmatica che fa capo a Slow Food. Il nuovo linguaggio per definire i vini buoni da pensare sarà una terza via, ancora tutta da tracciare ".

Domanda: ma esiste davvero, questa terza via? E se già è stata tracciata, chi ne sarebbe il principale esponente?
Se invece ancora è da tracciare, a quali requisiti dovrebbe rispondere?

Pensateci un po' su e provate a dare delle risposte.

Senza fretta: è estate, c'è caldo... prendetevela comoda, insomma.
Nel frattempo, Vinopigro se ne va a riflettere altrove, lontano dai luoghi di frequentazione abituale (tranquilli, il servizio pubblico non va in ferie: prosegue qui).

Fate i bravi e non mettete troppo disordine in giro.

Buone riflessioni e buona estate a tutti.




28.06.07

UIV: Andrea Sartori confermato presidente

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Andrea Sartori, produttore della nota casa vinicola veronese, è stato confermato presidente della Confederazione Italiana della Vite e del Vino-Unione Italiana Vini anche per il triennio 2007-2009.

Lo ha eletto all’unanimità il Consiglio d’amministrazione al termine dell’assemblea dei soci, che ha anche rinnovato le cariche delle tre Federazioni Nazionali: Commercio, Viticoltori e Industriali, rieleggendo presidenti rispettivamente Quirico Decordi, Piernicola Leone de Castris e Lamberto Vallarino Gancia.

Nel suo discorso all’assemblea, Sartori ha ripercorso le tappe di questo suo primo mandato e tracciato le linee del programma futuro, con particolare riferimento, per quanto riguarda lo scenario politico, all’imminente nuova Ocm vino e alla riforma della legge 164 sulle denominazioni d’origine.

“Negli obiettivi, cioè il riequilibrio dell’offerta di mercato - ha detto Sartori - la proposta di riforma dell’Ocm avanzata dalla Commissione europea è condivisibile. Tuttavia gli strumenti ipotizzati ci lasciano alcuni dubbi, in particolare quelli legati agli espianti - peraltro scesi a 200.000 ettari da una prima ipotesi di 400.000 - all’inquadramento giuridico dei Vqprd e alla designazione e presentazione dei vini.
Ora attendiamo il 4 luglio per conoscere nei dettagli la proposta legislativa, sulla quale si sono comunque già intraviste modifiche delle impostazioni iniziali.

“Per quanto riguarda il fronte nazionale – ha proseguito il presidente UIV – la riforma della legge 164, come d’altronde era logico che fosse, partirà dopo che saranno resi noti i dettagli della nuova Ocm. Sempre in questo contesto è da registrare che il decreto sui controlli dei Vqprd varato dal ministero delle Politiche agricole a marzo non ha contribuito a rasserenare gli animi, soprattutto rispetto al piano tariffario e alla definizione della filiera vitivinicola regionale.

Su questo punto le organizzazioni di categoria si sono compattate affermando con forza che la filiera non possa che essere costituita da organizzazioni rappresentative delle imprese economicamente coinvolte nelle fasi di produzione, trasformazione e confezionamento dei prodotti della Denominazione interessata.

“Riguardo a questi e ad altri temi che dovranno essere affrontati nel prossimo futuro, non posso che dirmi fiducioso – ha concluso Sartori – in quanto rilevo con soddisfazione che oggi nella nostra associazione si respira un’aria orientata al dialogo, proiettata verso una nuova progettualità.
Solo in questo modo Unione Italiana Vini può essere vera forza sociale capace di leggere e interpretare correttamente gli interessi della propria base associativa, per essere in grado di incidere significativamente laddove si assumono le decisioni. In questi primi tre anni di mandato abbiamo raggiunto risultati importanti e tangibili, sono sicuro che i prossimi tre saranno ancora più ricchi di soddisfazioni”.

All'amico Andrea, al suo staff e ai suoi colleghi, i nostri migliori auguri di buon proseguimento di lavoro.




26.06.07

Il Recioto di Soave Docg "La Perlara" e... gli altri

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Curiosità, coscienza del territorio, apertura al nuovo (e orgoglio dell'antico), voglia di mettersi in gioco sperimentando e confrontandosi col mondo.
Sono questi i tratti distintivi dell'azienda Ca' Rugate, impersonati in particolare dal giovane Michele Tessari, enologo e portavoce dell'azienda stessa.

Ca' Rugate, nata poco più di vent'anni fa, è oggi una tra le migliori realtà di riferimento sia della Doc Soave che di quella della Valpolicella; malgrado la vocazione sostanzialmente "bianchista" dell'azienda, infatti, anche i rossi della Valpolicella firmati da Michele e dal suo staff sono vini di ottima fattura, e quel che più conta, pienamente aderenti al "modello" originario, privi di discutibili ammiccamenti a tendenze di gusto più internazionali.

Questo però non vuol dire che la famiglia Tessari sia chiusa al confronto col resto del mondo, anzi: più i competitors sono affermati e di alto livello, più si divertono a sfidarli.

Una dimostrazione di ciò si è avuta nei giorni scorsi, con una degustazione organizzata in collaborazione con Slow Food e interamente dedicata ai vini dolci nostrani e internazionali: sei grandissimi vini, autentici miti dell'enologia nazionale ed estera, messi a confronto con uno dei gioiellini della casa, il Recioto di Soave DOCG "La Perlara" 1996.

Gli sfidanti, raccontati dal giornalista Nicola Frasson, responsabile per il Veneto della celebre Guida SF-GR, erano nientemeno che:
- Ben Ryé Passito di Pantelleria 2004 - Donnafugata
- Betsek Tokaji Aszù 6 puttonyos 1993 – The Royal Tokaji Company
- Kanzemer Altenberg Riesling Beerenauslese 1989 – M.Von Othegraven
- Lur-Saluces Sauternes 1996 – Chateau d’Yquem
- Recioto della Valpolicella Classico 1995 – Quintarelli Giuseppe
- Porto Vintage 1985 – Taylor’s

Per chi, come la sottoscritta, ha sempre amato il Recioto (bianco o rosso che sia) e i suoi fratelli/cugini/assimilati, l'occasione era imperdibile: e la degustazione è stata all'altezza delle aspettative.

Lo dimostra il fatto che, alla fine della serata, gran parte dei miei bicchieri conservava a malapena il profumo di quel che aveva contenuto.

A caldo, o quasi, ecco qualche personale (e opinabile) commento sui vini proposti.
- Ben Ryè 2004: icona della produzione dei passiti del Sud Italia, ha dimostrato una dolcezza misurata, una buona acidità (merito dell'annata fresca), un'ottima bevibilità. Al naso e in bocca albicocca secca, pasticceria, mandorle.

Recioto di Soave Docg "La Perlara" 1996. Undici anni e non sentirli, o quasi. Penalizzato all'inizio da note di smalto, aveva semplicemente bisogno di "svegliarsi" dal lungo sonno della bottiglia, per rivelare un naso fruttato di albicocca frutta secca e fichi, che in bocca viravano verso note più mielose. A bicchiere vuoto ha regalato perfino qualche ricordo di legno odoroso (per la precisione cirmolo, per chi lo conosce...).

Betsek Tokaji Aszù 6 puttonyos 1993: il colore ricorda lo zucchero caramellato che inizia a scurirsi, profumo e gusto invece rimandano alle croste di torte appena sfornate e ai datteri freschi. In bocca rivela un'inaspettata freschezza e acidità, bella morbidezza, una sensazione di velluto. E' morbido, lungo e abbastanza equilibrato, ma in fondo in fondo non emoziona. Ci piace, ma senza scosse.

- Kanzemer Altenberg Riesling Beerenauslese 1989 . Ha quasi vent'anni questo Riesling tedesco giallo dorato intenso. Il bouquet da idrocarburo è appena venato da una sfumatura sbarazzina di..mentuccia fresca. Curioso, curioso. Ma in bocca torna serio: è discretamente equilibrato, e ha un'acidità quasi agrumata.

- Lur-Saluces Sauternes 1996 : "Ogni ceppo, un bicchiere", si dice del Sauterne più famoso del mondo. Dal bicchiere, il profumo tipico dei vini da muffa nobile ha qualche rimando a note di pasticceria e agrumi disidratati, e una freschezza "verde" che si ritrova anche in bocca. Elegante, nobile, intriga con grande discrezione.

- Recioto della Valpolicella Classico Quintarelli 1985.. Un'emozione. Assaggiare un vino di Giuseppe Quintarelli è un'esperienza che non può mancare nel bagaglio di conoscenze di un appassionato.
Nel bicchiere si presenta di un rubino scuro non troppo denso, con profumi che rimandano alla polvere di caffè e di cacao. In bocca è straordinario: cioccolato fondente, ciliegia sotto spirito, e un sottofondo di rosmarino che ho sempre ritrovato in tutti i vini di Quintarelli e che ormai rappresenta, almeno per me, una sorta di marchio di fabbrica.
Anzi, di territorio.
Di una bevibilità da manuale, ritrovo in questo il vero Recioto della Valpolicella, lontano anni luce da certi marmellate concentratissime, dolcissime e iperalcoliche degli ultimi anni.

- Porto Vintage 1985 : una tipologia di vino dolce che ho sempre apprezzato moltissimo. Purtroppo questo non è il migliore tra i molti assaggiati. E' buono, dolce, fruttato...e basta.

Al termine della degustazione, Michele ha offerto agli attentissimi (e soddisfatti) presenti anche un paio di "fuori programma": due spumanti.
Uno tedesco (Hans Schmidtt, Riesling Brut 1994) e uno italiano (Gatti, Franciacorta).
Due ottimi esemplari di bollicine che hanno chiuso in bellezza una "dolce" serata tra amici.

A corollario di quanto assaggiato e descritto, una riflessione.

Come giustamente ci ha fatto notare lo stesso Nicola Frasson, quelli passiti (in Italia e non) sono vini "antichi".
Vengono realizzati secondo tecniche spesso plurisecolari, che oggi troveremmo assurde, antieconomiche, spesso ai limiti del masochismo - si pensi alla produzione del Tokaji - ma che nessuno osa discutere (o cambiare).

E sulla loro produzione è difficile perfino avere dei dati precisi, aggiornati.

Eppure sono vini straordinari: vengono dal passato ma non vi appartengono, e rispondono ad uno dei bisogni più radicati e primordiali dell'essere umano: la fame di dolce .

Per questo - consolatori e gratificanti, amichevoli, intriganti e seducenti come sono - quelli dolci e/o passiti sono i vini ideali per... convertire gli astemi.

Chissà se, prima o poi, i produttori lo capiranno.




25.06.07

Message (and wine) in a bottle

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Riceviamo e (volentieri) pubblichiamo:

Una spedizione in barca a vela ripercorre il viaggio di Pietro Querini che diede il via alla tradizione del baccalà. Nella stiva un carico di bottiglie di Vespaiolo.

Se durante una gita in mare vi capita di scorgere una bottiglia con dentro un messaggio, sappiate che non si tratta di pirati e nemmeno di uno scherzo.
Potrebbe essere una delle 20 fortunate bottiglie lasciate dalla Mandrake II, la barca a vela che sta viaggiando da Venezia all’isola norvegese di Røst.

A bordo vi sono sei vicentini che stanno calcando le orme di Pietro Querini, commerciante Veneziano che nel 1431 partì con un carico di 800 barili di vino diretto alle Fiandre, ma che, sorpreso da una tempesta, naufragò nell’isola di Røst dove fece una scoperta destinata a cambiare la storia della gastronomia veneta: il baccalà.

La spedizione, che arriverà in Norvegia il prossimo 7 luglio, è organizzata per far conoscere nei 10 porti in cui farà scalo i prodotti veneti, primi tra tutti proprio il bacalà alla vicentina e il vino Vespaiolo della Cantina Beato Bartolomeo, che tradizionalmente accompagna questo piatto.

Alcune delle 500 bottiglie trasportate e stappate durante il viaggio vengono ributtate in mare con un messaggio all’interno. Chi le troverà e rispedirà il messaggio in Italia, riceverà una fornitura per un anno di vini di Breganze, dove oltre al Vespaiolo si annoverano anche il dolce Torcolato e vini rossi strutturati.




22.06.07

Jerez de la Frontera (2): da enologi a enologi

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Uno degli aspetti che ha caratterizzato il recente viaggio-studio a Jerez de la Frontera e dintorni è stato l'elemento tecnico. E non solo - o non tanto - perchè ci si è trovati immersi in una diversa tradizione enologica, quanto perchè gli interlocutori e le guide nelle visite fatte a bodegas grandi e piccole sono stati proprio i tecnici: gli enologi spagnoli.

Ad accoglierci fin dal giorno del nostro arrivo a Jerez è stato Juan Gòmez Benitez, presidente della Federazione spagnola delle associazioni di enologi, che raggruppa 11 associazioni, tra cui quella andalusa (di cui è presidente D. José Alberto Casas Asíín).

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(nella foto: Giancarlo Prevarin e J.G.Benitez)

E Benitez è stato una presenza tanto discreta quanto costante per quasi tutta la permanenza in terra spagnola del nostro gruppo: insieme a Carmen Aumesquet, direttrice della promozione del Consejo Regulador ha gestito e predisposto la maggior parte delle visite, facendo gli onori di casa anche all'Università di Cadiz (Facoltà di Ciencias/CAIV), di cui è uno dei docenti.
Al pari di Benitez, tutti gli enologi incontrati sono stati prodighi di informazioni, cordiali e disponibili ad accoglierci e guidarci (anche fuori dall'orario di lavoro): soprattutto, molto orgogliosi di spiegare una enologia che, dal nostro punto di vista, appare fuori dal mondo, e che a buon diritto possono considerare unica.

Anche perchè fortemente sostenuta e "difesa" da politiche commerciali e strategie di marketing a dir poco aggressive ed efficaci (come ben spiegato qui)

Gran finale al Museo Taurino, dove la sera prima della nostra partenza si è tenuta la cena di gala, nel corso della quale, accanto agli immancabili vini di Jerez - alle cui, diciamo così, particolarità organolettiche, cominciavamo ad abituarci un po' tutti, dopo quattro giorni di ripetuti e ostinati assaggi... - si sono finalmente portati in tavola anche i vini di casa nostra, Soave e Lessini Durello in particolare, che hanno fatto la loro brava figura.

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(nella foto, da sin: Accordini, Benitez, Prevarin)

A ricordo della visita, gli enologi spagnoli hanno regalato ai due presidenti Prevarin e Accordini una originale venencia, lo strumento con cui fanno i prelievi di vino dalle botti.

Come presidente della Federazione spagnola degli enologi devo dire che è stato un grande onore e un piacere accogliere i colleghi italiani, perché ci sentiamo in profonda sintonia con essi – ha detto Joan Gomez Benitez – I vini di Jerez sono molto particolari e, per quanto apprezzati, non sempre sono facili. Tuttavia credo che in questi quattro giorni gli enologi italiani siano riusciti a cogliere la nostra filosofia, e ora siamo sicuri di avere in loro degli ambasciatori anche dei nostri vini”.

N.d.c.d., nota di cronaca doverosa; nelle foto ufficiali non compare, ma è stata una figura indispensabile per tutto il viaggio: Antonio, nostra (preparatissima ed entusiasta) guida e interprete. Simpatico, infaticabile, sempre disponibile, se l'è cavata egregiamente anche con i vocabili più tecnici, in un italiano impeccabile, che solo a tratti tradiva la sua origine spagnola. Grazie, Antonio!
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19.06.07

I difetti dei vini: come riconoscerli

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Riconoscere un vino (poco o tanto) difettato non è sempre così semplice e immediato come può sembrare.
Non solo: gli aspetti soggettivi della degustazione, la personale predisposizione all'assaggio - in quel momento e in quella circostanza - , persino la stessa tradizione vitienologica locale giocano un ruolo non da poco nel giudizio di un vino.

A volte basta spostarsi di qualche migliaio di chilometri e scoprire che ciò che noi bolliamo irrimediabilmente come "difetto", poco più in la' è classificato come pregio.

(Ne sa qualcosa la vostra umile wine-blogger, che dopo cinque giorni di assaggi degli ossidatissimi vini di Jerez de la Frontera cominciava ad abituarcisi e, quasi quasi, ad apprezzarli...)

E tuttavia esistono sicuramente delle soglie oltre le quali un difetto è proprio un difetto, non un (opinabile) elemento di tipicità.

Per saperne e capirne di più, per conoscere sempre meglio le stesse tecniche dell'assaggio, in questi giorni si sta svolgendo in Veneto, Marche e Piemonte un ciclo formativo sul riconoscimento sensoriale dei difetti dei vini, organizzato da Vinideanet.

Scopo del corso è insegnare a riconoscere i principali difetti sensoriali dei vini, attraverso l'assaggio di numerosi vini contaminati artificialmente con i composti responsabili dei difetti descritti.

Una degustazione forse poco...allettante, ma sicuramente istruttiva.

Aggiornamenti tecnici a parte, tra i numerosi appuntamenti in agenda uno ci sembra degno di particolare attenzione:
la II Giornata Nazionale ORWINE sul vino biologico (22/06/2007).

Orwine è un progetto di ricerca finanziato dalla Commissione Europea, il cui obiettivo generale è di fornire un background scientifico per lo sviluppo di un quadro legislativo europeo di riferimento ed un codice di buona pratica agricola per la produzione del vino biologico e per l’etichettatura.

In un momento in cui a Bruxelles hanno appena decretato in agricoltura l'ammissibilità della soglia dello 0,9% di contaminazione da organismi geneticamente modificati - cosa che nel mondo dell'agricoltura bio ha scatenato un putiferio, e che porterà il 20 giugno ad una giornata di protesta e mobilitazione generale a Roma - diventa sempre più urgente fare chiarezza in questo settore, fornendolo di un quadro normativo ad hoc.

Ovvero sensato e applicabile.





17.06.07

Il quinto elemento

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Una cantina viva e sorprendente.

Un luogo dove le barrique sussurrano storie di vento e di bosco, e tra le botti guizzano sagome rosse come lingue di fuoco.

All'ingresso dell'azienda, figure vestite di bianco raccontano l'acqua, e mentre le segui, cosciente di subirne il fascino quasi ipnotico, improvvisamente ti ritrovi tra sassi e barrique, in uno stretto corridoio, ascoltando il dialogo poetico dei due ballerini che così facendo ti conducono da un luogo all'altro del vino.

Dalla terra delle origini alla terra del presente, sempre la stessa: la Vallagarina.

Aria, acqua, terra e fuoco sono i quattro elementi che marcano la storia di tutti. Anche quella della famiglia Armani, viticoltori in Vallagarina dal lontano 1607.

Quattro secoli su cui Albino ed Egle hanno voluto riflettere nel più elegante, originale e tuttavia semplice dei modi: con una festa, riservata a pochi amici - un centinaio - tenutasi negli spazi della azienda di Dolcè, dentro e fuori.

Interpreti di questo tema, una quarantina di ballerini della Compagnia di Sisina Augusta , che hanno preceduto, seguito e accompagnato gli ospiti nella loro scoperta dei luoghi dell'azienda in una performance ininterrotta, efficace e al tempo stesso molto discreta.

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Ad ogni spazio - dall'ingresso alla bottaia, alla sala degustazioni, al vigneto della Conservatoria - non solo corrispondeva un quadro coreografico e recitato, ma anche uno straordinario menù a tema, giocato sulle suggestioni della cucina della valle e i sapori del bosco, oltre che sui colori dei soggetti evocati: bianco per l'aria e l'acqua, marrone e verde per la terra, rosso per il fuoco.

E ovviamente, ad ogni quadro, ad ogni menù, erano abbinati i vini Armani: bianchi come il Sauvignon o lo Chardonnay, rossi come il Foja Tonda.

Il tutto accompagnato dalla musica quasi sussurrata di un trio d'archi da camera.

Un gioco di equilibri - musica, danza, recitazione, cucina, vini - di grande raffinatezza, una scelta del tutto inconsueta in un'azienda del vino (sebbene Albino Armani non sia nuovo a collaborazioni con Sisina Augusta).

Chiusura ad effetto nel vigneto della Conservatoria, a notte inoltrata: alla luce dei fari, il corpo di ballo al completo ha mimato la vendemmia, il contatto con la terra e i suoi frutti.

Rivelando così che gli elementi promordiali non sono quattro, bensì cinque: il quinto è l'anima.
Della terra e di chi la coltiva.

Un'anima che è bene espressa anche nel meraviglioso libro fotografico (opera del mago dello scatto Fernando Zanetti, con testi di Raffaele Manfredi ed Elisabetta Gazzi) intitolato "Una terra da amare - 400 anni di viticoltura nella Valle dell'Adige" e che Albino ed Egle hanno regalato agli ospiti prima del taglio della torta dei 400 (anni) finale.

Un volume che vuole essere un omaggio all'amore per la terra e alla natura, nel racconto della storia dei viticoltori Armani.
Una storia pluricentenaria, eppure brevissima.

"E' stato bello e interessante scavare nei testi d'archivio, cercare tra le carte dei miei antenati - ha raccontato Albino - Abbiamo letto, cercato e trovato...Che cosa?

Niente.
Assolutamente niente.
Nessun conte, nessun principe, nessun castello. Nessun tesoro degli Armani.

E allora ho capito.

Non siamo noi che possediamo la terra, anche se questi che vedete qui intorno per la legge sono vigneti nostri.
E' la terra che possiede noi, gli Armani. Da sempre; da almeno quattro secoli.
L'anima dei miei vecchi, la mia anima, sta qui.
E' un privilegio: io resto qui".

...per i prossimi 400 anni. Almeno.




13.06.07

Jerez de la Frontera (1): saggezza del tempo, memoria del legno

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C'è un aspetto nell'abusato, inflazionato e spesso frainteso concetto di tradizione nel mondo del vino su cui in genere non ci si sofferma mai abbastanza.
Perchè è qualcosa che, a pensarci bene, attiene più alla sfera della riflessione filosofica, e solo in parte e occasionalmente a quella della pratica enologica.

E tuttavia, esistono situazioni e contesti enologici nei quali l'importanza di questo elemento - il tempo - balza agli occhi.

Il viaggio a Jerez de la Frontera, al quale ho potuto aggregarmi grazie ad Assoenologi, Enologica Vason e Cadalpe, è un chiaro esempio di quanto, nella realizzazione dei diversi vini di questa zona, i veri protagonisti siano in realtà il tempo e il legno.

Il tempo è una componente essenziale nella tradizione di molti vini di Jerez e del Brandy (i Brandy migliori, Reserva o Gran Reserva, hanno almeno 15-20 anni): le annate infatti sono ininfluenti, l'uva conta abbastanza poco (nel caso del Brandy, le uve in genere sono airen della Mancia e dell' Estremadura), e l'enologo è solo un tecnico al servizio di una tradizione millenaria. Qui non c'è spazio per le star.

Tutto il resto è questione di tempo.

Il quale, nelle cantine che abbiamo visitato - come la piccola Bodegas Tradicion, la famosa Osborne, perfino la grande Gonzalez Byass - sembra improvvisamente frenare, fino a dare l'impressione di fermarsi del tutto.
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Sotto le altissime volte delle catedrali del vino jerezano, le colonne di botti (misura unica: 600 l, 516 per il Brandy) permettono ai lieviti (non selezionati) di lavorare in santa pace, e ai vini di maturare ed evolversi senza stress. E senza la fretta commerciale che caratterizza invece tanti altri vini, compresi i nostri: al punto che, in confronto ad un Amontillado da 20 e più anni, un Amarone di 4 anni fa la figura di un Novello.

Il tempo, si diceva. Che lascia la sua impronta anche nel legno.
Perchè le botti di rovere americano usate per il Brandy devono aver contenuto vini di Jerez per almeno tre vendemmie.

Si plasma così la memoria del legno: trasmettendo l'essenza del luogo, fatta di originalità pedoclimatiche, geologiche, tre precisi vitigni (palomino, Pedro Ximenez, moscatel), un complesso sistema di vinificazione e maturazione, nel quale ciò che noi, in genere, cerchiamo di evitare come la peste (l'ossidazione), è invece ricercato, favorito e indotto.

Un'altra dimostrazione che nel mondo del vino c'è più posto per il relativismo che per dogmi e verità assolute: un assunto che vale soprattutto per i gusti di chi i vini li consuma.

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E' così preziosa questa memoria del legno che si cerca di preservarla da qualunque trauma possa subire la botte stessa, fosse anche un semplice trasloco da un luogo all'altro.

Le botti insomma non si toccano: semmai si sposta tutto il resto.
E se l'usura comincia a lasciar segni pesanti, si interviene con tutta l'attenzione e la cura del caso: in molte bodegas il mastro bottaio è spesso al lavoro.

Così, nati e cresciuti alla scuola della saggezza del tempo e della memoria del legno, i vini di Jerez, il Brandy e persino l'eccellente Vinagre per i quali questa zona va famosa hanno attraversato i secoli.

E se è vero che la Spagna è un po' l'Australia d'Europa, penso che una parte del merito possa essere attribuita anche alla sempre tanto criticata tradizione, a pratiche enologiche fuori dal tempo, a scelte anche controcorrenti con le tendenze di gusto attuali.

E soprattutto, ad una visione del vino che travalica i ristretti confini dei mesi e si allarga sulle decadi, estrema dimostrazione di un popolo che crede in se stesso e nella sua storia enologica, prima che nelle mode (e nei critici...).

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Piccola annotazione di costume: come già nelle scorse occasioni, il gruppo che ha partecipato al viaggio era composto da oltre una trentina di enologi (tutti calibri massimi: direttori tecnici, consulenti di aziende di grido, direttori generali, produttori rinomati. Presente anche il presidente nazionale di Assoenologi, Giancarlo Prevarin, e quello della sezione Veneto Occidentale, Daniele Accordini) e da tre giornalisti: oltre la sottoscritta, erano presenti Angelo Peretti e Lucio Bussi.

Più un celebre wine blogger.
Non era mai successo, prima.

Un altro segno dei tempi (che cambiano)?




05.06.07

Andalusia, il fascino dello Jerez

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VinoPigro riparte.

Come già lo scorso anno, quando il tema del viaggio-studio con il gruppo degli enologi del Veneto fu il Porto e la new age enologica del Douro, anche questa volta si seguiranno le tracce e la storia di un celebre vino fortificato, lo Jerez (o Sherry che dir si voglia); forse per convincersi una volta per tutte che cancellare il Recioto della Valpolicella liquoroso dal disciplinare di produzione della locale Doc è stato un clamoroso autogol, un atto di miopia, una colossale sciocchezza.

Una volta di più il cortese invito a unirsi al viaggio organizzato dalla sezione Veneto Occidentale di Assoenologi con la collaborazione di due importanti aziende del settore, Vason Group e Cadalpe, è stato esteso anche un piccolo manipolo di "infiltrati": 3 giornalisti e 1 wine blogger.

Ebbene sì, gli "irregolari dell'informazione" stanno facendo rapidamente (e inesorabilmente) breccia anche nella cortina di ferro dell'aggiornamento professionale degli addetti ai lavori.

Con i quali per quattro intensi giorni condivideremo curiosità e fatiche, incontri e assaggi.

Il programma del viaggio-studio, come di regola, prevede il benvenuto ufficiale da parte dell'ambasciatore italiano in Spagna, nonchè incontri con docenti universitari, enologi e visite a bodegas-università-vigneti.

E, incredibilmente, per la prima volta, ci sarà qualche ora di tempo anche per fare "semplicemente" i turisti.

Qualcosa mi dice che, grazie a ciò, mi farò una rapida ma esauriente cultura in enoteche locali, tanto per restare in tema.

Essendo l'unica donna del gruppo, le probabilità che mi permettano di andarmene in giro per conto mio a fare del sano shopping, infatti, sono pressocché nulle...
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04.06.07

Forum Spumanti d'Italia: le nuove linee guida

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“Meno assaggi indefiniti, più confronto mirato“.
E' la filosofia di fondo del Forum Spumanti d'Italia 2007, sancito da alcuni numeri: 360 etichette presenti ai vari eventi ( di cui 175 provenienti da altre 13 Regioni italiane), 5.000 visitatori dicui 2.000 addetti ai lavori in 4 giorni, 10 incontri di studio e di lavoro tematici con personalità da tutta Italia (nella foto, Giampietro Comolli, anima organizzatrice del Forum).

L'appuntamento principale è come al solito a Villa dei Cedri, dal 7 al 10 settembre prossimi, ma la macchina del Forum si è messa in moto già nello scorso marzo, presentandosi come struttura in grado anche di fare corsi di formazione riservati ai giovani imprenditori del settore.

A maggio si è svolto l’ormai tradizionale 2° Simposio Nazionale sulle più recenti ricerche tecniche, con la presenza di 12 Istituti Universitari e le conclusioni tenute dal Ministero delle Politiche Agricole e dalla direzione economica della Commissione Agricoltura dell’ Unione Europea sulla nuova Ocm-vino con particolare riguardo ai vini spumanti italiani.

Inoltre sono confermate alcune novità già lanciate nelle edizioni precedenti: dalla riduzione dei vini premiati al 6° Concorso Enologico Nazionale (da 57 a non più di 20), alla presentazione del 4° Rapporto annuale dell’Osservatorio Nazionale Economico degli Spumanti per rimarcare sempre più i diversi consumi nei vari mercati e nei canali distributivi, analizzare il consumo nelle differenti stagioni, offrire numeri e dati di riflessione per le imprese (e per avere dati aggiornati sulle esportazioni di spumanti, ci soccorre il sempre preciso e aggiornato Bacca).

Tra le novità in programma quest'anno, la presenza di Veronelli Editore, con cui è stata avviata una strategia operativa e una gestione delle degustazioni dei Consorzi di tutela durante il Forum in linea con la condivisione della nuova guida oro sugli Spumanti d’Italia (la cui prima edizione è stata presentata a Milano alla presenza di un altro partner fondamentale per il mondo del vino italiano, il Vinitaly di Verona). Sarà l’occasione per presentare insieme alle università di Padova, Verona,Trento,Milano ,Torino ed altre e i Cra del Ministero il progetto di un Master di primo livello per i “ Dottori in Spumanti”.

Prima dell'appuntamento settmbrino, a Ferragosto Cortina d’Ampezzo ospita le giornate del Buonsenso&Buongusto nell’ambito del programma di Cultura&Natura con presenze di politici, scrittori, attori e giornalisti nazionali.

Infine, novità assoluta per l’anno 2007, è l’evento nella città di Fabriano, dove è nato il medico Francesco Scacchi che nel 1622 scrisse il primo compendio sulla elaborazione dei vini spumanti, a cui il Forum ha intitolato e dedicato il premio Nastro d’Oro del concorso enologico.