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28.08.07

L'ho scoperto prima io, ecchecavolo!

uva bianca Valdadige, b.jpg

Ho sempre pensato che un cronista sia come un soldato; caschi il mondo, si resta al proprio posto di combattimento.

Per questo, oggi che il mondo - o almeno un pezzo considerevole - m'è davvero franato addosso, non posso venire meno al mio dovere di operatrice dell'informazione.
Anche perchè la notizia - per il settore vitivinicolo - è importante.

La rivista internazionale Nature ha pubblicato la prima analisi dettagliata del genoma della vite, progetto di ricerca cui ha lavorato un consorzio franco-italiano di ricercatori.

Mercoledì 29 agosto alle 10,30 in Sala Barbieri di Palazzo Giuliari, a Verona, si terrà la conferenza stampa per la presentazione dei risultati ottenuti e delle possibili applicazioni della ricerca.

(Per la cronaca, alla conferenza stampa saranno presenti il Rettore dell'ateneo scaligero (tra i protagonisti dello studio), Alessandro Mazzucco, il preside della facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali dell’Università di Verona Roberto Giacobazzi, e i docenti di Genetica Agraria Massimo Delledonne e Mario Pezzotti. Sono stati invitati inoltre Eugenio Caponi, vicepresidente vicario della Fondazione Cariverona, Andrea Sartori, presidente Unione Italiana Vini e Giorgio Pasqua, presidente della sezione Vino dell’Unione industriali di Verona).

A tale annuncio ha fatto immediatamente riscontro una vibrata presa di posizione dei colleghi ricercatori dell'Istituto di San Michele all'Adige, come riferisce una nota ANSA: «È un fatto pubblico che i primi a decodificare il genoma della vite sono stati i ricercatori dell’Istituto agrario di San Michele: i dati sono stati depositati dal 19 dicembre 2006 nelle banche dati internazionali e il risultato è stato annunciato alla comunità scientifica internazionale a San Diego il 14 gennaio 2007».
Lo ha detto questa sera (ieri per chi legge, ndr) l’assessore alla programmazione, ricerca e innovazione della Provincia autonoma di Trento Gianluca Salvatori in relazione alla pubblicazione sulla rivista «Nature» di un articolo che accrediterebbe la mappatura del dna della vite da parte di un consorzio franco-italiano, di cui fanno parte anche alcune università italiane fra cui Milano, Padova, Udine, Bari e Verona. «Già nel corso del primo semestre 2007 - ha aggiunto - è al lavoro un nuovo gruppo di ricerca, sempre a San Michele, per studiare le possibili applicazioni della ricerca, finanziata interamente dalla Provincia autonoma di Trento, sul versante del miglioramento genetico della vite».

A giudizio di Salvadori, «la celerità con cui il consorzio franco-italiano ha pubblicato il suo articolo risulta un pò sospetta, considerato che in realtà loro hanno ancorato solo due terzi del loro genoma, quindi in sostanza centrando due terzi del loro obiettivo.
La rivalità nel mondo scientifico non è una novità, ed anzi contribuisce all’avanzamento della ricerca. Ma resto perplesso quando vedo insinuarsi nelle dinamiche del lavoro scientifico scelte che poco hanno a che vedere con gli standard di deontologia scientifica, omettendo di riconoscere almeno l’attività dei ricercatori di San Michele e fondando le conclusioni di una ricerca su dati parziali».

"Parlarsi" prima, da colleghi a colleghi, no, eh?
Ah, già...dimenticavo.

Gli uni parlano francese, gli altri (spesso) tedesco.

E gli italiani in mezzo fanno colore.





26.08.07

I vip del vino o il vino dei vip? Tutti a Cortina

vinovip.gif

D'accordo.
Qualcuno comincia a pensare che i wine-blogger siano come la gramigna: spuntano fuori ovunque, soprattutto dove non vuoi, e non riesci a liberarti di loro.
E tuttavia, nemmeno noi riusciamo ad essere davvero sempre dappertutto. Il mondo del vino, grande e perennemente in agitazione, costringe a fare delle scelte.
Soprattutto quando, in realtà, scelta non hai.

C'è una manifestazione che mi ha sempre stuzzicato molto, ma alla quale nessuno mi ha mai invitato, pur essendo io abbastanza nota ad alcuni organizzatori.

E' Vinovip Cortina, appuntamento biennale organizzato dalla rivista Civiltà del Bere, in programma quest'anno il 30 e il 31 agosto.
Sul sito della manifestazione si legge che il tema del talk show di quest'anno riguarderà il nostro marketing vinicolo internazionale e la valorizzazione dei nostri vitigni autoctoni.

Tra gli ospiti in scaletta il professor Eugenio Pomarici dell’Università Federico II di Napoli parlerà di marketing, mentre dirà la sua sui vitigni autoctoni il professor Antonio Calò, dell’Istituto sperimentale per la viticoltura di Conegliano e presidente dell’Accademia italiana della vite e del vino. In sala, per "ascoltare", per "capire", per "esprimersi": 30 giornalisti italiani specializzati, della stampa e della televisione, 12 giornalisti esteri, 35 autorità politiche e settoriali, 58 titolari di aziende vinicole di grande prestigio, gli operatori commerciali italiani e del CentroEuropa del vino di qualità, enologi di successo, agronomi della nuova generazione, sommelier, 35 ristoratori classificati tra i top della Guida delle Guide.

Dal basso della mia esperienza, faccio umilmente notare ai miei 5-6 lettori che il prof. Calò è quello stesso (e non un suo sosia) che in un memorabile incontro in Valpolicella, molti anni fa, sostenne con forza che il Valpolicella non avrebbe mai potuto affrontare la concorrenza estera finchè veniva fatto con l'uvaggio tradizionale di corvina, rondinella e molinara.

Alle uve autoctone della tradizione veronese andavano assolutamente sostituiti cabernet sauvignon e merlot, non c'erano santi nè madonne.

Erano i tempi in cui gli internazionali te li trovavi tra i piedi dappertutto, non c'era vino che si salvasse.
Oggi che, poverini, sono caduti in disgrazia a favore degli autoctoni, il prof. Calò viene chiamato in causa in quanto indiscussa autorità in materia degli stessi.

Se fosse ancora vivo il grande Veronelli, non so se si sarebbe incavolato come una biscia o sarebbe scoppiato a ridere, continuando a sbellicarsi per mezz'ora, lui che con questo personaggio non è mai andato particolarmente d'accordo.

Ma tant'è.

Dimenticavo: il talk show con Pomarici e Calò sarà condotto per la prima volta da una donna, la nota (e autorevole) giornalista-degustatrice-esperta enogastronomica Irene Pivetti.

Dev'essere anche per questo che noi giornalisti del settore chiamiamo l'appuntamento di Cortina "il circo".

ps. per la cronaca, la due-giorni di Cortina prevede anche cose più serie, almeno sulla carta, come il Wine Tasting delle Aquile, mega-degustazione al Rifugio Faloria.
Se qualche fortunello sarà presente all'evento, questo fazzoletto virtuale sulla grande rete è a sua disposizione per cronaca-opinioni-commenti assortiti.




23.08.07

La mezza bottiglia

half bottle.jpg

Il mondo del vino è curioso.
Come gli umani, è volubile, capriccioso, imprevedibile. Capace di amori tenaci e altrettanto ostinate antipatie.
O indifferenze. O tiepidi interessamenti.
Quello dei formati dei contenitori, per esempio, non è un affare da poco. Alcuni sono molto amati, altri meno, altri affatto.

Ne esistono di tutti i tipi (e materiali: è di questi giorni la notizia che Sainsbury, una delle più importanti catene di distribuzione del Regno Unito, si appresta a lanciare il vino in bottiglie PET, come se fosse una bibita o un'acqua minerale), a seconda del tipo di vino, ma anche del mercato o del target cui è destinato.

Nell'imbottigliato, il formato che va per la maggiore anche nel canale moderno, è quello da 0,75 l, sebbene qualche spicchio di mercato anche altri formati riescano a ritagliarselo: nei paesi nordici, per esempio, si registrano richieste per vini in contenitori da 200 ml.

E poi c'è il formato 0,375. La mezza bottiglia. Sugli scaffali degli iper più forniti, e a maggior frequentazione di turisti, è relativamente facile trovarli.
Perfino di vini a Docg.

Malgrado questo, il formato della mezza bottiglia non sembra riscuotere particolare entusiasmo tra gli addetti ai lavori.
E questo ha suscitato la curiosità di un produttore campano, che così ci scrive:

"Mi piacerebbe sapere se esistono studi, dibattiti, analisi sul posizionamento e consumo di vini nel formato da 0,375 lt, vale a dire le mezze bottiglie.

Io reputo questo standard indispensabile sia per veicolare i vini di qualità in un consumo "giornaliero/famiglia" sia per meglio diffondere presso nuove categorie di consumatori (come i single)".

La parola a voi lettori. Consumatori, distributori, produttori e ristoratori.

Davvero la mezza bottiglia è brutta-antieconomica-fuorimoda-irrispettosa della qualità del vino?

Oppure per qualche motivo è caduta in disgrazia?
Chissà. Forse è il nostro tempo e la nostra società che diffidano delle..vie di mezzo.




22.08.07

Vinea Tirolensis

vigneti tirolesi.jpg

Ultimi sorsi, d'estate e di vini, prima di metter mano a forbici e cassette e passare tra i filari per la raccolta 2007.
Vinea Tirolensis è una manifestazione che per l'ottavo anno consecutivo vedrà riuniti vignaioli dell'Alto Adige con (fino a) 5 vini ciascuno.

L'appuntamento è per lunedì 27 agosto, al Teatro Comunale di Bolzano, dalle 15 alle 21.

La particolarità della degustazione nasce dal fatto che saranno presenti 60 piccoli produttori provenienti da tutte le zone viticole altoatesine, con oltre 280 vini "tipici" di nome e di fatto, in quanto seguiti dal campo alla bottiglia e significativi delle peculiarità dei luoghi d'origine.

Insieme ai 60 altoatesini saranno presenti per la prima volta anche 8 produttori della prestigiosa Vinea Wachau Nobilis Districtus, una delle più apprezzate associazioni austriache di vini di qualità.
Nata nel 1983, questa associazione si è dedicata fin dall'inizio a promuovere e difendere la qualità dei vini dell'area di riferimento, la Wachau appunto, arrivando ad elaborare un proprio rigoroso “Codex".

Sempre in tema di appuntamenti, per i tecnici (agronomi, enologi, produttori, ma anche appassionati particolarmente curiosi...) si rinnova quello con il Focus sulla vendemmia in corso, a Borgo Rocca Sveva (Soave), venerdì 31 agosto alle 15.30.
Maggiori dettagli qui.




20.08.07

Alcyone PM 03; quanto è rossa la tua uva rossa?

Alcyone.jpg

C'era una volta - e per molti pigri c'è ancora - un tempo in cui la vendemmia s'iniziava quando le uve raggiungevano un certo grado zuccherino. Ph, acidità, zuccheri: al contadino non serviva sapere altro.
Se poi il vicino di vigneto iniziava a raccogliere, era segno inequivocabile che era venuto il momento di metter mano a gerle, ceste, cassette e bins (persino quando le uve erano diverse).

Oggi è tutto un po' più complicato. I parametri che entrano in gioco per determinare la maturità delle uve sono numerosi: oltre alla maturità tecnologica si considerano anche quella fenolica e quella cellulare.

Quest'ultima è significativa soprattutto per le uve rosse, perchè è posta in relazione alla degradazione delle pareti delle cellule della buccia. Più l'uva è matura, e più è facile schiacciare l'acino. Ne consegue che anche le sostanze coloranti si diffondono nel mosto più facilmente.

Cosa fanno allora i vignerons più esperti? Strofinano gli acini tra le dita e guardano quanto si sporcano di rosso. Un'osservazione ad occhio, del tutto empirica, perchè la determinazione analitica di questo indice è piuttosto laboriosa e richiede tempi lunghi.

O meglio: era laboriosa e lunga. Perchè oggi, grazie a questo geniale strumentino (chiamato Alcyone PM 03), in 15 secondi è possibile conoscere il PMI (polyphenolic meter index) già nel vigneto.

Autori di Alcyone PM03, frutto di una ricerca pluriennale, sono tre ricercatori: gli enologi veronesi Giuseppe Carcereri e Paolo Fiorini e il prof. Emilio Celotti del Dipartimento di Scienze degli Alimenti dell’Università di Udine. I risultati preliminari dello studio erano stati presentati ad Enoforum 2007 e al 5° congresso internazionale Tecniche in Viticoltura di Stoccarda. La ricerca inoltre ha vinto il Premio SIVE “Ricerca per lo Sviluppo” 2007.

Cosa fa lo strumento? simula lo sfregamento degli acini tra le dita, e sostituendo all'epidermide umana una pinza dotata su un lato di una sorgente luminosa calibrata e sull'altro di un fotodiodo, misura un dato che opportunamente elaborato fornisce l’indice PMI, proporzionale al contenuto di polifenoli totali e antociani della buccia.

In questo modo, girando per i vigneti e schiacciando gli acini nella pinza (oculatamente scelti a campione), è possibile avere informazioni sul potenziale di polifenoli e antociani contenuti nelle bucce delle stesse uve rosse.
L'uso è facilissimo: si prende un acino, lo si schiaccia tra due dita per spremere via la polpa, si mette la buccia nell'alloggiamento della pinza, si chiude la pinza stringendo bene e si preme un tasto. Qualche secondo, e sul display dell'apparecchio compare il valore ricercato.

Ripetendo la misura più volte, lo strumento conserverà tutti i dati in memoria, e una volta giunti in azienda sarà possibile scaricarli sul computer, in un foglio di elaborazione dati. E fare le considerazioni del caso.

Oltre al potenziale polifenolico, Alcyone misura anche le curve di maturazione, permettendo un confronto diretto a pari data tra appezzamenti, confronti tra filari, tra esposizione e gli effetti nei vigneti di irrigazione, potature verdi, concimazione, trattamenti diversi, altre tecniche agronomiche e colturali (altre info qui).

Perchè ne parliamo? perchè la genesi di questo apparecchietto, leggero e facile da usare, semplicissimo come tutte le innovazioni più azzeccate, è esemplare di come procede il ragionamento scientifico.

Di chi guarda e vede. Osserva e riflette. Confronta, studia e sperimenta. E riproduce, realizza.

Prendi un acino, lo sfreghi tra le dita...e queste si colorano di succo. Di quel colore che poi dovrà avere il vino.
Chissà se è possibile misurare questa caratteristica...e come...? E perchè certi chicchi sono più colorati degli altri? Che effetto ha questo colore su quello del vino finale...?

Einstein aveva ragione: il distintivo dell'intelligenza è un punto interrogativo.




18.08.07

Ma alle donne piace??

FotoFlesje.jpg

Partiamo da un dato di fatto: negli USA, le donne sono considerate "The Mega Niche", la grande nicchia.
Il sotto-mercato di tutti i mercati. Probabilmente perchè oltre il 50 per cento della popolazione è donna, responsabile di oltre l'80 per cento delle decisioni d'acquisto.
Di qualsiasi acquisto.
Sarà per questo che le grandi firme di tutti i settori merceologici e di business si stanno impegnando a fondo per "pensare donna" (e soprattutto produrre).

Da un punto di vista strettamente commerciale, la cosa sta portando - e porterà - ad un ventaglio di esiti (prodotti, servizi, biz-ideas) che spaziano dall'interessante al curioso al ridicolo, passando per l'esilarante.

E tuttavia, c'è poco da sorridere di fronte alle ennesime "americanate" in cui sono capaci di prodursi oltreoceano: questione di tempo, e certe mode, certe tendenze, approderanno anche ad altri lidi, i nostri.

Tralasciando per un momento kit in rosa per la manutenzione della casa, coltellini multiuso "apposta per donne", e due ruote al femminile, sul fronte che più ci interessa, quello del vino, le iniziative in corso hanno un che di sottilmente inquietante, persino di ghettizzante, come gran parte di queste pensate exclusively for women.

In Olanda per esempio hanno messo in campo Sophie & Sophie, un drink ipocalorico a base di vino.

Il colore? Pink, ovviamente.
"Il vino tradizionalmente è un prodotto da "uomo-anziano-con-sigaro", si legge sul sito della casa produttrice di questo geniale beveraggio, " Sophie & Sophie rompe questa immagine. E' la soluzione per donne che ora sanno cosa aspettarsi quando ordinano il loro drink. E per i proprietari dei locali, che ora possono mostrare che hanno a cuore la clientela femminile, dal momento che offrono un drink pensato apposta per le donne".

Non è la prima volta, né sarà l'ultima, che il mondo del vino e delle bevande in genere si sforza di "pensare rosa", (persino) con vini fatti da donne per le donne. Dal vino all'etichetta, al linguaggio, alla comunicazione e al marketing, tutto viene declinato al femminile.

Personalmente, non ho mai capito, condiviso, gradito questo genere di "attenzioni".
Le trovo discriminanti, e quindi offensive.

A meno che qualcuno non abbia stabilito che le donne non appartengono al genere umano.

Sono - siamo - un'altra razza.
Provenienti da un altro pianeta.

Ma se ciò fosse vero, chi assicura che abbiamo gli stessi gusti dei terrestri?

Battute a parte, il fatto che nel XXI secolo ci sia ancora qualcuno che associa (e spaccia) l'idea del vino a quella di una bevanda da nonno con la pipa (o con il sigaro) dovrebbe far riflettere, e non poco, un po' tutti: comunicatori, strateghi del marketing, produttori.

Perchè questo sì, è un problema.

O, se preferite, la dimostrazione che tanta comunicazione/informazione pseudo-glamour-snob-elitaria-trendy del vino stesso si è rivelata un clamoroso buco nell'acqua (più o meno zuccherata, come certi pink drink)...




16.08.07

Giovani e vino, un (difficile) possibile rapporto

vinitaly, ragazze,b.jpg

“20-25 Year Olds and Wine” è il titolo della ricerca – presentata in occasione dello scorso Vinexpo – realizzata da Brulé, Ville & Associés (BVA) per capire come i giovani 20-25enni di alcuni paesi avanzati (USA, Francia, Giappone, Belgio, Gran Bretagna) percepiscono la bevanda-vino, e soprattutto cosa si attendono da essa.

Dopotutto, sono loro uno dei target più interessanti per il mondo di Bacco.

Dall’indagine risulta che la lezione vino-bevanda-della-salute è ormai un fatto acquisito: il vino è la più salutare tra le bevande alcoliche e chi lo consuma è una persona “colta, raffinata, educata”.

Al punto che, come ha commentato il dg di Vinexpo Robert Beynat, “bere vino fa parte della nuova identità che i ragazzi si stanno costruendo; il consumo di vino diventa un segno distintivo dell’essere adulti”.

Malgrado tali premesse, il rapporto tra giovani e vino continua ad essere problematico: il vino viene percepito come una bevanda costosa e difficile da scegliere, anche a causa della grande – eccessiva – varietà di tipi ed etichette (un disagio condiviso anche da molti adulti).
Non solo: molti ragazzi percepiscono nel mondo del vino anche una notevole dose di snobismo, un’aura di seriosità che li scoraggia dal tentare di avvicinarlo.

Uno dei rilievi più interessanti della ricerca riguarda però la percezione che del vino hanno i ragazzi; com'era facile prevedere, essa cambia a seconda della nazione di provenienza.

Per i giovani francesi o belgi, il vino fa parte del patrimonio di abitudini familiari, mentre per i ragazzi americani o giapponesi è una bevanda nuova, e come tale da riservare alle occasioni speciali.

I primi riscontrano nel vino una natura duplice: nobile ed elitaria quella che rimanda al fascino delle più grandi e celebri famiglie di produttori, semplice e ruspante quando si pensa alle piccole aziende a conduzione familiare.

I secondi vedono solo…l’aspetto glamour e trendy. In USA e Giappone il vino è soprattutto un sofisticato status symbol.

Ciò premesso, cosa chiedono questi giovani agli strateghi del marketing e della comunicazione del vino?

Di dargli un’immagine più giovane, di renderlo più accessibile, liberandolo dall'’aura di mito che lo circonda.

Al vino chiedono di essere "un prodotto più fruttato, rinfrescante, leggero". Buono per far da base a quei cocktail alcolici tanto di moda.

I giovani europei vorrebbero che il vino si presentasse nei contenitori e nei formati più tradizionali e coerenti con il territorio di provenienza, mentre quelli del Nuovo Mondo sono aperti ai packaging più pazzeschi, innovativi e colorati. Magari studiati apposta per loro.

Lasciamoli crescere. Diventeranno esattamente come i loro genitori.
Tradizionalisti gli europei, innovatori tutti gli altri.

Perchè il vino non è un semplice prodotto: è una weltanshaung(visione del mondo).




14.08.07

Quanto alcol c’è in una lattina di birra?

matematica.gif

S’ode a destra uno squillo di tromba: “Basta con le stragi del sabato sera!”
A sinistra risponde uno squillo: “Troppi i morti sulle strade a causa dell’alcol!”

Il grande Manzoni ci passi la citazione un po’ irriverente, ma il ritornello dell’alcol-che-uccide- sulle-strade, in questi giorni è tornato in vetta alla top ten delle notizie e dei luoghi comuni.
Una triste litania che risuona dai quattro punti cardinali dell’italico stivale – e in Parlamento attraversa tutto l’arco costituzionale. Per una volta, ecco un tema che trova tutti d'accordo.

Bene, anzi malissimo.

Da questo oscuro angolino del web, vorrei provare a spostare il riflettore su un altro fatto, parimenti grave; quanti italiani sono consapevoli della quantità di alcol presente in una normale lattina di birra?
E’ un equivoco in cui si cade facilmente: prendi al supermercato una lattina di birra a bassa gradazione – diciamo una a 4% Vol, com’è scritto sulla confezione –, e alla prima occasione te la scoli, bella fresca da frigo, magari in compagnia o davanti alla tv.
E a stomaco vuoto, come capita spesso: soprattutto in estate, un sacco di gente si disseta con la birra, anziché con l’acqua.

Ebbene, l’alcol così assunto supera perfino quello presente in un bicchiere di vino (da 100 ml) da 12,5 gradi.
Vi risparmio i calcoli perché li ho già fatti io, date solo un’occhiata allo specchietto che riporto:

Birra (330 ml):
4% Vol = 13,20
4,50% = 14,85
5% = 16,50
6% = 19,80
7% = 23,10
9% = 29,70
12% = 39,60

Vino (100 ml)
:
11,50% Vol = 11,50
12,50% = 12,50
13,50% = 13,50
14,50% = 14,50
15,50% = 15,50
16,50% = 16,50
17,50% = 17,50

Interessante, no? Una lattina da 0,33 cl di una bella birra scura, del tipo “Abbazia” o “Trappista”, a 12 gradi, mette in circolo più del doppio di alcol di un robustissimo bicchiere di Amarone della Valpolicella.

D’accordo: non sono molti i giovani che scelgono questi tipi di birre.
Ma non sono molti nemmeno quelli che si limitano a bere solo una lattina, e rigorosamente a stomaco pieno, o pasteggiando.

Si beve birra per compagnia, per noia, per sete, una, due, tre lattine in una serata. Il più delle volte a digiuno.
E si finisce per incamerare più alcol di quanto se ne assumerebbe in una degustazione di Barolo.

Ma questi conti, i giovani – e anche i meno giovani - in genere non li fanno mai. Forse perchè non li sanno fare.

Che abbia ragione Fioroni?

Ps: riportati su un istogramma, questi valori fanno ancora più effetto. Nel match alcol-quantitativi vince sempre la birra, non c’è dubbio.




11.08.07

Operazione Prosecco Sicuro: le indagini continuano

vino.jpg

Se pensate che truffatori del vino & affini chiudano per ferie almeno a Ferragosto, vi sbagliate. Il (loro) lavoro continua. E i poveri tutori dell'ordine e della sicurezza agroalimentare sono costretti a stargli sempre addosso, a prescindere dalla stagione.

Le indagini degli uomini del CFS e e dell’ICQ per accertare le dinamiche della truffa che ha portato all’illecita commercializzazione di 25.000 ettolitri di Prosecco “taroccato”, infatti, continuano.
Come riferisce un comunicato ufficiale, nella giornata di ieri (10 agosto, ndr), in seguito all’acquisizione di nuovi elementi attraverso gli interrogatori di persone informate sui fatti, il personale del Nucleo investigativo di Polizia ambientale e forestale (NIPAF) del Corpo Forestale dello Stato di Alessandria, e gli uomini dell’Ispettorato Centrale per il Controllo della Qualità dei Prodotti Agroalimentari di Asti, su mandato del Sostituto Procuratore presso la Procura della Repubblica di Pordenone Dr.ssa Annita Sorti, hanno nuovamente sottoposto a perquisizione la ditta NUOVA COMMERCIALE SRL di Ovada (Al).

La perquisizione ha portato al rinvenimento di documenti ed appunti “informali”, i quali costituivano una sorta di “doppia contabilità” della cantina, e che evidentemente sono apparsi fondamentali agli occhi degli inquirenti per il proseguimento delle indagini, rispetto alle quali non si escludono eventuali futuri colpi di scena.

Sempre in Piemonte, nuovi sviluppi si sono avuti anche nell’operazione dei carabinieri del NAS di Alessandria contro la contraffazione di vini pregiati da esportazione, avvenuta per alcuni anni tra le province di Cuneo, Asti e che aveva interessato anche il territorio di Alessandria perché in una tipografia della zona venivano stampati i contrassegni di Stato falsi apposti sulle bottiglie.

L'organizzazione smantellata infatti vendeva all'estero, in particolare in Germania e Danimarca, bottiglie di vino con false etichette Doc e Docg, spacciandole come Barolo, Brunello, Amarone della Valpolicella e altri vini pregiati e di forte richiamo.
Dieci le persone denunciate all'autorità giudiziaria, sette i denunciati per associazione a delinquere ( i particolari li trovate qui).

Ovviamente, ci spiace che episodi simili continuino a verificarsi, non fanno bene all'immagine del nostro vino, dentro e fuori l'Italia.
Per fortuna, c'è chi vigila e interviene.

Da questo piccolo angolo del web, per quanto ci sarà possibile, daremo sempre il giusto risalto a queste operazioni. Se il vino italiano di qualità - quello vero - raggiunge le tavole del mondo, il merito infatti è anche di queste persone, e del loro indefesso e spesso misconosciuto lavoro di controllo e intervento.




10.08.07

Sempre a proposito di etichette

FascetteDOCG.jpg

...notiziola a margine del post precedente. Non ho avuto modo di verificarla, perciò prendetela con il beneficio d'inventario.

Come tutti sanno, un vino a Docg è contraddistinto dalla fascetta di Stato sulla bottiglia.

L'ultima puntata (ufficiosa) della tribolata storia della Docg per l'Amarone della Valpolicella (divenuta ormai una sorta di leggenda metropolitana, anzi rurale) era incentrata sull'appassionante soggetto di una "fascetta-di-Stato-che non-è-quella-della-Docg-ma-quasi".

In pratica - e spero di aver capito correttamente, perchè la faccenda è disperatamente contorta e confusa - pur senza aver ancora ottenuto il riconoscimento della Docg, le bottiglie dell'Amarone della Valpolicella si sarebbero presto potute fregiare di una fascetta numerata, ottemperando così ad almeno uno dei veri, unici e reali obiettivi sottesi alla richiesta della Docg stessa: contare le bottiglie, tenere sotto controllo la produzione.

Mai condizionale fu più obbligato.

Le ultime notizie - da fonte ufficiosa ma attendibile - dicono infatti che, a Roma, di fascette nessuno parla più.
E non solo di quelle dell'Amarone, ma anche di altri pregiati vini italiani.

Il motivo è tipicamente italiano, anche se per indicarlo usano un termine anglosassone.

Restyling.

Qualcuno ha deciso che le attuali fascette di Stato non vanno più bene, sono antiquate, superate, in una parola: brutte. E quindi vanno ridisegnate.
Nel frattempo, fermi tutti: metti subito giù quel pacco di fascette. Da adesso e fino a quando non saranno pronte quelle nuove, non si da' in giro più niente.

E le vecchie fascette, ovvero quelle che ancora giacciono tra le scartoffie di Consorzi di Tutela e Camere di Commercio? Boh.
Liberi tutti di farne l'uso (creativo) che riterranno più opportuno: cartine per sigarette, carta per mini origami, decoupage, segnaposti... Oppure un allegro falò.

Sinceramente: sebbene la persona che mi ha passato questa informazione sia assolutamente degna di fede (ed era molto seria quando mi parlava), credo - no, anzi: spero - che stesse prendendosi gioco di me.

Una notizia così è degna della rubrica "Incredibile, ma vero!" della Settimana Enigmistica.
Roba da chiacchiere ferragostane sotto l'ombrellone.

L'Amarone della Valpolicella non può subire quest'ennesima, crudele beffa.

Oppure sì?
Ditemi che non c'è niente di vero, in tutta questa storia. Per favore.




09.08.07

La qualità del vino: una questione di etichetta

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Vi siete mai chiesti perchè la maggior parte delle degustazioni, soprattutto le comparative o le orizzontali, e in particolare quelle relative alle guide dei vini e dei concorsi enologici, vengano fatte alla cieca, ovvero a bottiglia coperta/anonimizzata?


E' una domanda che probabilmente si sono posti e continuano a porsi anche nel Nuovo Mondo, se un'università di chiara fama come la statunitense Cornell University ne ha fatto l'oggetto di una ricerca.

Le cose si sono svolte così: presi due gruppi di persone e messe in tavoli diversi, hanno proposto a ciascuno lo stesso pranzo a prezzo fisso da 24 dollari, offrendo però un bicchiere di Cabernet Sauvignon proveniente da due diverse località - o così almeno dichiaravano le etichette delle due bottiglie - una californiana e l'altra del Nord Dakota, sia pure della stessa casa vinicola.

Ora, anche i (loro) bambini sanno che il miglior Cabernet a stelle e strisce nasce dagli ubertosi vigneti della California, mentre dal Nord Dakota tutt'al più possono venire delle buone bistecche per accompagnarlo.
E così devono aver pensato anche i fortunati commensali cui era toccato in sorte questo vino: si sono goduti il pasto, lodando il vino e facendo onore alla fatica del cuoco - ovvero mangiando più del dovuto - mentre ai commensali del secondo tavolo, che dopo aver visto l'etichetta sulla loro bottiglia si erano convinti che il loro cabernet fosse una ciofeca, la voglia di mangiare e bere è passata subito.

Senonchè il vino non era nè californiano, nè del Nord Dakota.

In entrambe le bottiglie era stato messo lo stesso identico, mediocre e economico vino rosso, ma è bastato presentarlo in due bottiglie etichettate in maniera diversa per far diventare il primo "un vino di qualità" e il secondo un'emerita schifezza.

I ricercatori della Cornell University hanno concluso che basta cambiare l'etichetta per cambiare la percezione che una persona può avere non solo del vino, ma dell'intero pasto.

E' il potere dell'(auto) suggestione...e il motivo principale per cui, in certe circostanze, è meglio ignorare di chi è il vino che si sta assaggiando, onde evitare condizionamenti di qualsivoglia genere.

La qualità del vino: una questione (anche) di etichetta?
(A giudicare dal successo, sia pure temporaneo, di certe operazioni, evidentemente sì)




03.08.07

La vendemmia che verrà

vigneti Valdadige, b.jpg

Bei tempi quando le scuole cominciavano il 1 ottobre (e il 4, festa di S.Francesco, era già vacanza), a Natale c'era sempre la neve e, soprattutto, recitare la carducciana "S.Martino" aveva davvero un senso.
Non tanto per la nebbia agli irti colli che piovigginando saliva, quanto per " l'aspro odor de i vini" che per le vie del borgo dal "ribollir de' tini" andava l'animo a rallegrar.

Perchè erano i tempi in cui si vendemmiava d'autunno: tempo di castagne e braciole sul caminetto.
Non sotto la canicola di Ferragosto, tra una fetta d'anguria e un bagno di sole sulla spiaggia.

Eppure, sembra che anche in questo 2007 - come già qualche anno fa - la raccolta delle uve comincerà in anticipo.
Così in anticipo che per alcune aziende del Sud Italia è già iniziata, e per altre del Nord partirà - ma solo su uve precoci come chardonnay e pinot grigio - la prossima settimana.


Ovviamente, i possessori di sfera di cristallo si sono già lanciati a "vedere e prevedere" come sarà l'annata 2007: da un punto di vista quantitativo si prevede un calo contenuto (il 5% rispetto alla produzione dello scorso anno) e una qualità media, anzi no, buona, in certi casi ottima.

No, dai, sarà ottima ovunque.
Sicuramente.
Di vendemmia del secolo o del millennio ancora non si azzardano a parlare, ma è solo questione di qualche giorno.
Quando qualche zelante funzionario vedrà che meraviglia di grappoli finiscono nelle presse - sanissimi, pieni - sicuramente rivedrà al rialzo tutte le stime.

Bene.
Non per fare la Cassandra, ma non credo a questi ottimistici proclami.
I miei amici enologi e agronomi - a bassa voce - mi dicono che una vendemmia anticipata non è mai premessa di qualità particolarmente elevata.

Perchè l'uva per maturare bene non ha bisogno solo di sole-acqua-eccetera. Ha bisogno, guarda un po', anche di tempo.

L'uva ha bisogno di un monte-ore di luce e calore. Se la stagione anticipa e il calore accelera la maturazione, costringendo di fatto a raccogliere prima, il monte-ore di luce non si completa.

E alla nostra uva mancherà sempre qualcosa.
Generalmente, quando si parla di qualità di un vino, ci si concentra sempre su altro: il tipo di vendemmia, la pressatura, la vinificazione, l'invecchiamento-affinamento...
Ci si dimentica dell'importanza assolutamente cruciale del momento esatto della vendemmia.

Quando un'uva può dirsi pronta per essere raccolta?
Una risposta può essere "quando presenta le caratteristiche richieste dal progetto enologico".

E io come faccio a saperlo? con degli strumenti appositi. Ma anche assaggiandola (ovviamente, dopo aver appreso a farlo correttamente a questo scopo).

Oppure...?
Finiti i tempi in cui si guardavano solo tre-quattro parametri per determinare un'uva di qualità (grado Babo, ph, acidità, sanità...), oggi la faccenda è un po' più complicata.
Al punto che è bene cercare di conoscere meglio l'annata stessa.

Prima, non dopo, aver iniziato la raccolta.

Per questo, come già lo scorso anno, per il Veneto occidentale la locale sezione Assoenologi organizza un incontro tra addetti ai lavori (agronomi ed enologi) il 31 agosto, alle 17,nella sala congressi di Borgo Rocca Sveva, a Soave (VR).

Si parlerà delle caratteristiche dell'annata, di quello che ci si può aspettare dall'uva targata 2007, e anche, tra l'altro, di legislazione vinicola e delle ultime news dal fronte dell'Istituto Centrale per la Qualità (ICQ, già Repressione Frodi).

E' anche probabile la presenza del Direttore generale di Assoenologi, Giuseppe Martelli, che darà un'anteprima sulla situazione vendemmiale in Italia e nel mondo.
Un pomeriggio intenso.

In ogni caso, utile.




02.08.07

Vino dei Blogger # 9

vinodeiblogger9.jpg

Questa volta il guanto di sfida lanciato dal Maiale Ubriaco era dei più suggestivi e (falsamente) semplici.

"Parlateci di un vino che vi ha emozionato, entusiasmato, di un vino che è legato ad un ricordo particolare, ad una persona, ad una situazione, ad un luogo - dice l'amico Giacinto con contagioso (e studiato) entusiasmo - Va bene qualsiasi tipologia: bianco, rosso, rosato, liquoroso, spumante, novello, biologico, sfuso, legno o acciaio, autoctono o meno, provato da botte o consumato al ristorante, mignon o magnum... l'importante è che abbia emozionato e lasciato qualcosa nella memoria, nel bene o nel male".

Bene; dopo lunghe e sofferte riflessioni, ho deciso di lasciar perdere i vini della delusione - non è carino parlar male del lavoro altrui, ma potrebbero diventare il tema di un prossimo Vino dei Blogger... - ovvero tutte quelle etichette (troppe), da tanti decantate, descritte e (soprav)valutate, e che al mio personale ed opinabilissimo parere non si sono mostrate all'altezza della loro fama e delle aspettative ingenerate.

Ovviamente parlo di grandi vini: Brunello, Barolo, Amarone della Valpolicella, ma anche Pinot Noir della Borgogna, Chardonanny del Nuovo Mondo e via elencando.

Ciò premesso, per una volta voglio provare ad avventurarmi in un campo (minatissimo) che non è nemmeno il mio, quello gastronomico, e provare a tirar fuori dal cassetto dei ricordi l'emozione che sa suscitarmi uno degli abbinamenti cibo-vino a mio avviso più difficili da realizzare, la prova del nove dell'abilità di un cuoco, di uno chef, e anche di un sommelier.

Quello tra vino e dessert.

Poche volte infatti mi è capitato di chiudere in bellezza un pranzo "importante".

Per qualche misterioso motivo, quando si arriva all'abbinamento del vino con il dessert si ha l'impressione che in cucina giochino alla "o la va, o la spacca" (e, generalmente, "la spacca").
Sembra cioè che tirino a indovinare, col risultato che non ci azzeccano mai, quasi mai.

Vino e dessert s'ignorano, parlano lingue diverse, spesso anzi litigano furiosamente, lasciando il commensale perplesso e deluso.

Nel migliore dei casi, si presentano come unioni di convenienza: stanche, anonime, incolori. Prive del benchè minimo fascino e interesse.

Viceversa, quando vino e dessert s'incontrano e si fondono, è un tripudio di sensazioni positive, di emozioni che si stampano a fuoco nella memoria.
Di questi momenti beati,finora, ne ho vissuti pochi.

Il più recente risale a...l'altro giorno.
Luogo, il ristorante-enoteca "Il Giardino delle Esperidi" di Bardolino (VR) della mia amica Susy .
Oggetto: una crema pasticcera con pezzetti di frolla e un copertura di lamponi e rabarbaro. Un mix di dolce-grasso-acidulo che metterebbe sulla graticola molti sommelier.

Susy l'ha proposto con un vino "imperfetto":
"Audace - Passerillé Rouge 2004 - Stephane Tissot," 13,5% Vol, Triple A.

Un rosso da uve poulsard passite, ferocemente biodinamico, con un colore rubino lucido sfumato di ciliegia rossa, profumi e gusto di frutta rossa piccola (lamponi, ribes, marasche) e... un'acidità volatile troppo alta (per il mio naso, s'intende).

Ciò malgrado, sembrava nato per accompagnarsi a quel dessert (peraltro fresco e semplicissimo); una coppia riuscitissima.

In questi tempi di individualismo spinto e solitudini militanti, quando vedi due che stanno bene insieme, è una soddisfazione.

Persino quando "i due" sono solo un vino e un dessert.