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29.01.08

Passerelle

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Due manifestazioni simili - epperò diverse - a confronto.

Così, per amor di discussione/riflessione - e non di polemica.

Gusto in scena: "Per la prima volta la grande ristorazione mediterranea si interroga sul proprio futuro. Lo farà a Venezia nella splendida cornice del Molino Stucky Hilton in occasione di "Chef in Concerto", un appuntamento internazionale aperto agli chef di tutta Europa, che per l'edizione 2008, affronteranno due specifici temi. “Le verdure e le erbe” e “Tradizione e innovazione”... (dal comunicato stampa ufficiale).

Identità Golose: "Idee, vivere di nuove idee e di storiche certezze. Pensare in grande tra Milano, l’Italia e il Mondo, questo il filo conduttore della quarta edizione di Identità Golose sulla falsariga della guida che dall’Italia si proietta sul pianeta intero perché il goloso di casa nostra (e non solo lui) non ha idealmente più confini. Il piatto di casa vale l’invenzione di un cuoco in qualsiasi angolo si trovi...." (dal sito).

Enzo Vizzari la pensa così.

Chi ha ragione?

NB: Sono assolutamente certa che la riflessione di Vizzari sia da intendersi in modo generale, e non riferita ad una specifica manifestazione. Ho citato quella di Venezia solo perchè è la prossima sul (mio) calendario.




27.01.08

Amarone 2004: vino di tecnica e di brand

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Un mio saggio e competente amico e collega una volta mi ha detto che esistono tre tipologie di vino: "di vitigno", "di terroir", "di tecnica".

Io ne aggiungerei un'altra: di brand (o di stile, se preferite).
L'Amarone della Valpolicella, allo stato attuale delle cose, è proprio questo.

Un vino di tecnica e di stile.

Non è un vino di (mono)vitigno perchè è un uvaggio di corvina, corvinone, rondinella (e croatina, e oseleta, e molinara, e cabernet, e merlot, ecc...).

Nè può più dirsi vino di terroir: non quando le microzone vengono stravolte da sbancamenti, apporti di terra, rimaneggiamenti vari, o quando le uve (e i vini) viaggiano allegramente da una valle all'altra, grazie alla compravendita dei medesimi tra gli stessi produttori.

Capita così che un Amarone di Negrar sia fatto in realtà con uve (o vino) della valle di Marano - e siamo fortunati se la cosa comincia e finisce qui.
(D'accordo, non facciamo i pignoli. Sempre di Valpolicella si tratta. O di zone confinanti).

No: l'Amarone è un vino che nasce dalla sapiente ed esperta applicazione della tecnica dell'appassimento.
Che è molto più complicata da gestire di quel che sembra.

Non è come girare un interruttore: acceso/spento. Metto l'uva in fruttaio, apro/chiudo le finestre (o accendo/spengo i ventilatori) e tutto va da se'.
L'appassimento è un processo delicato, complesso, il cui buon esito dipende moltissimo dalle condizioni ambientali, oltre che dall'uva di partenza.

Il 2004 è stata un'annata - finalmente - "normale", dopo le intemperanze freddo/caldo delle due annate precedenti.
Ma il periodo dell'appassimento (settembre-gennaio; settembre-febbraio per i Recioto) è stato climaticamente difficile.
Ovviamente, l'esperienza e la competenza dei produttori hanno permesso di portare a buon fine l'operazione: in generale dunque, gli Amarone della Valpolicella 2004 sono dei buoni vini.

Degustati alla cieca però, molto difficilmente rivelano le caratteristiche territoriali delle zone d'origine: sono tutti un po' uguali, chi più, chi meno.

Ed è qui che entra in gioco il brand, lo stile aziendale.

Perso di vista - da tempo - il modello d'Amarone, l'archetipo, l'Amarone-tipo, ogni azienda s'ingegna a mettere in bottiglia il "suo" Amarone. Quello che piace a lei, o quanto meno ai suoi mercati.

Una scelta, di per se', del tutto condivisibile.
Ma anche piuttosto costosa, nel momento in cui, ovviamente a causa delle richiesta a furor di popolo di questo vino (e non solo della voglia di arricchirsi presto e bene di chi lo produce), la produzione schizza verso l'alto (nel 1997 erano 1milione e 558 mila le bottiglie di Amarone e Recioto della Valpolicella vendute; nel 2007, 8 milioni 350 mila) e da vino raro (perchè limitato) e quindi (giustamente) costoso, si trasforma in vino diffuso.

Ora, per distinguersi in mezzo a questo mare di etichette - per non parlare dei sempre più numerosi vini Amarone style in giro per il mondo - un'azienda può calare solo due assi': il prezzo e il marketing.

E se il primo si mantiene sempre e per tutti piuttosto elevato ("se non è costoso non può essere Amarone"), ecco che il secondo (asso) comincia a diventare strategico...amici produttori, come stiamo a marketing/comunicazione per i vostri Amarone??

In una parola - anzi, domanda -: spiegatemi perchè dovrei comprare/bere, poniamo, l'Amarone di Carlo piuttosto che quello di Giuseppe.
Non ditelo a me (che lo so, perchè conosco sia Carlo che Giuseppe, e ho già fatto la mia scelta): spiegatelo a Jurij, consumatore russo.
O a Sayaka, consumatrice giapponese.

Mi fermo qui.

Degli oltre 50 Amarone della Valpolicella in degustazione ne ho assaggiati pochi - avendo già fatto in precedenza altre degustazioni tecniche -, e li ho scelti volutamente tra quelli presentati da aziende abbastanza nuove/giovani.

Queste le mie valutazioni, da 1 a 5 @:

Amarone della Valpolicella 2004 az.agr.Monte del Fra: @@@ Prezzo al consumatore: 22 E.
Amarone della Valpolicella 2004 az.agr.Grotta del Ninfeo: @@@@ Prezzo al consumatore: 27 E.
Amarone della Valpolicella 2004 az.agr.Gnirega: @@. Prezzo in cantina: 50 E.
Amarone della Valpolicella 2004 "S.Giorgio" az.agr. Boscaini Carlo:@@@ Prezzo al consumatore: 16,50 E.
Amarone della Valpolicella 2004 az.agr.Arduini: @@ Prezzo al consumatore 18 E.

Recioto della Valpolicella 2006 az.agr.Arduini: @@@ Prezzo al consumatore: 11 E (0,500 cl)
Recioto della Valpolicella 2006 "La Sengia" az.agr. Boscaini Carlo: @@@. Prezzo al consumatore: 12 E (0,750 cl)
Recioto della Valpolicella 2006 az.agr.Grotta del Ninfeo: @@@@. Prezzo al consumatore: 11 E. (0,500 cl)
Recioto della Valpolicella 2006 az.agr. Monte del Fra: @@@@. Prezzo al consumatore: 13 E (0,500)

Outsider:
Recioto della Valpolicella 2006 "L'Eremita" az.agr. Ca' Rugate: @@@@@ Prezzo in cantina: 22 E (0,500)

ps: avete notato? vi ho dato un elemento nuovo per valutare un Amarone della Valpolicella prima di acquistarlo. D'ora in poi, non limitatevi a chiedere "com'è stata l'annata".
Chiedete anche com'è stato il periodo dell'appassimento.
Avrete così un'idea, in anticipo, del peso che anche la tecnica, e non solo la natura, può aver avuto nella realizzazione del vino.




24.01.08

La migliore OCM possibile

corvina grandinata, b.jpg

Non abbiamo vinto, ma non abbiamo nemmeno perso, ci dicono.
O meglio: abbiamo perso con l'onore delle armi (poteva andarci peggio).

Possiamo vantarci di portare a casa un ammontare di risorse superiore a quello di qualsiasi altra nazione europea.
Peccato che ce le daranno con il contagocce: passeremo da 231,4 milioni di euro (nel 2009) a 376,4 (nel 2015).

Questo, a meno di correzioni di rotta, deroghe e ripensamenti vari& assortiti (sempre possibili), il succo della nuova OCM vino, di cui il sottosegretario al Mipaf Guido Tampieri ha dato notizia agli agricoltori veronesi in un recente incontro .

In sintesi, Tampieri ha detto che la nuova OCM vino aveva i i suoi capisaldi soprattutto in tre argomenti: estirpazione di 400 mila ettari di vigneti, eliminazione della pratica dello zuccheraggio, liberalizzazione degli impianti.

Ecco quel che l'Italia è riuscita a ottenere in proposito:

"Siamo riusciti a ridurre la superficie da espiantare, e a renderla inapplicabile in aree di particolare pregio, come certe zone di montagna".

"Non siamo riusciti a impedire il proseguimento della pratica dello zuccheraggio, ma siamo riusciti a limitarla".
Uno dei paesi che si è battuto come un leone per non cancellare quest'uso è stata la Germania.
"Cosa volevamo, fare la guerra al più importante mercato dei nostri vini?!"
Per carità. Non sia mai.
Perciò, a loro lo zucchero, a noi l'amaro...in bocca (addolcito, si fa per dire, dall'uso del MCR. Che l'Italia continuerà a usare, ricevendo i relativi contributi solo per i prossimi 4 anni ancora).

"Partita persa anche sul fronte dell'etichettatura dei vini da tavola generici con vitigno e annata di produzione. Però siamo riusciti a ottenere che quando si tratta di un vitigno tradizionale o a diffusione locale, non venga indicato in etichetta".
A proposito di ciò, ecco qui una lettura interessante.

"Circa la liberalizzazione degli impianti, in se' la proposta non è sbagliata: ma il vino è un prodotto delicato, occorre governare il processo. E' vero che le regole limitano: ma anche proteggono".
La regolarizzazione dei vigneti verrà prorogata al 31 luglio 2008. Auguri.

Questo è, un po' in soldoni, l'estratto secco della faccenda.
Il tutto, ovviamente, a prezzo di discussioni estenuanti.

Perchè, ha spiegato il viceministro, "in Europa per arrivare a dei risultati bisogna lavorare di accordi e negoziati, perchè le argomentazioni non le ascolta nessuno".

Ed è noto che gli accordi più interessanti si stringono ai coffee break, materia nella quale i rappresentanti italiani hanno sviluppato una invidiabile competenza.

Viceversa, spagnoli, francesi, tedeschi, danesi, svedesi (eccetera), quando vogliono proporre/confutare/ottenere qualcosa si ostinano a presentarsi in commissione con quintalate di documentazioni e materiali.

Risultato?
Loro ottengono - quasi sempre - ciò che vogliono, noi - quasi sempre - non caviamo un ragno dal buco, le nostre aspettative e richieste vengono sempre disattese/disilluse.

Dev'essere colpa del caffè.

(nella foto: corvina colpita dalla grandine. Allusiva).




23.01.08

Bio, come mi piace!

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Importante appuntamento venerdì 25 gennaio alle 17 presso la Casa del Vino di Isera (TN): giornalisti e produttori si confronteranno sulle più attuali tematiche del bio (-logico e -dinamico).

Come riferisce il comunicato degli organizzatori, "c’è una “voglia di BIO” crescente in Italia, almeno a giudicare dai numeri e dagli spazi dedicati a questi prodotti sugli scaffali dei supermercati e dei negozi naturali specializzati nei vari quartieri delle grandi città e non.

L’Italia bioagricola è al vertice dell’ Europa nel settore e, nel comparto del bioalimentare, anche il vino sta crescendo.

Dai 4000 ettari del ‘93 ai 16000 del ’98, fino a risultare più che raddoppiati al giorno d’oggi.
Sono centinaia le aziende certificate (oltre 600 nella sola Sicilia), in genere condotte da titolari giovani; aziende fortemente vocate all’esportazione (oltre il 70%).
Nicchie particolari ma importanti sono quelle dei vini biodinamici, naturali e vini veri, che rispondono a differenti filosofie e metodi. Tutte accomunate da un maggior rigore e rispetto per la natura e da una forte limitazione o addirittura rifiuto totale per fertilizzanti e pesticidi".

Tutto vero, tutto bello.
Ma:

"Il vino bio e biodinamico, paga in termini di salute, di immagine e di prezzo? Quale la rispondenza con il territorio? E in quale scenario si collocano?
Ne parleranno, cercando di portare esempi e contributi significativi: Mario Busso, curatore della Guida Vini Buoni d’Italia edita dal Touring Club, Helmut Koecher, Presidente del Merano Wine Festival nel cui ambito si svolge “bio&dinamica” ed i produttori bio della Vallagarina.

Presente al convegno anche Luigi Cremona, noto giornalista del settore, Oscar del Vino 2007 quale miglior giornalista dell'anno.

All'incontro farà seguito una cena a base di prodotti BIO della Val di Gresta, con degustazione di vini biodinamici delle aziende presenti e dei vini della Vallagarina.
Con un'ospite d’eccezione: Paola Budel, chef allieva di Marchesi, che dopo l’importante esperienza al Principe Savoia di Milano, è ora in procinto di ripartire per una nuova avventura".

Com'è giusto che sia, dopo i vini - o accanto ad essi - i cibi...




21.01.08

50 mila (ettari)

uve bianche e nere, b.jpg

"Che il Ministro delle Politiche Agricole Paolo De Castro faccia il miracolo di darci il Catasto Viticolo Nazionale entro il 2008. Il primo a sollecitarlo fu Renato Ratti; il mondo del vino ne è rimasto in attesa per trent’anni".

E' uno dei desiderata di Angelo Gaja per il 2008. E non solo suo, ma anche di tutti coloro che, prima di mettersi a discutere di qualsivoglia riforma del settore, amerebbero avere in mano tutte le informazioni possibili. A partire dalla quantità della produzione (quella vera), dalla sua collocazione.
Eccetera.

Bene. Lungi dal poter esaudire questo primo desiderio, VinoPigro può però darne un aggiornamento.

Il Catasto Viticolo Nazionale - detto anche "schedario" - è pronto.

O quasi.

L'ultima volta che ne avevo chiesto notizie in sede ufficiale - leggasi conferenza stampa: tutti i microfoni accesi, telecamere e faretti sparati sul personaggio di turno - era stato in occasione di un Vinitaly, con l'allora ministro del Mipaf Giovanni Alemanno.

"Signor Ministro, a che punto siamo con il Catasto Viticolo?"
"Siamo alla conferenza Stato-Regioni". Punto.
E a capo.

Illasi (VR), gennaio 2008. Incontro dei viticoltori locali con il sottosegretario del Mipaf Guido Tampieri. Tema: “Nuova OCM Vino e agricoltura veronese – i risultati dell’ultimo negoziato tra i ministri europei e le politiche agricole nazionali".

"Signor viceministro, che fine ha fatto il Catasto Viticolo?" (è una delle mie domande preferite ai big della politica agricola nazionale).

"E' stato completato".

Ci siamo.
Ecco la notizia tanto attesa. E la da' così, con non chalance...che classe.

"O meglio: diciamo quasi completato". Ahi. Lo sapevo che c'era la fregatura.

"Il fatto è - continua Tampieri - che dai rilievi fatti finora risultano 50 mila ettari di vigneto abusivi. Tutti regolarizzabili, naturalmente. Ma stiamo aspettando i dati dalle relative Regioni". Le quali, neanche a dirlo, sono in ritardo.

50 mila ettari. Non 500, o 5 mila.
E da dove saltano fuori?
Non sono mica fazzoletti.
Ammesso - e non concesso - che siano ben sparsi in giro per l'Italia (un ettaro qui, 2 ettari là, mezz'ettaro su e 200 metri giù), messi insieme fanno una superficie ragguardevole.

Ci piacerebbe poter dire che da questi vigneti nascono alcuni dei migliori vini italiani. E magari è vero, almeno per alcuni di essi.
Non possiamo farlo, perchè per la legge - e per i Consorzi di tutela - questi fantasmi non esistono.

Sono solo l'ennesima prova di (in ordine sparso):
1) l'inutilità dei controlli;
2) l'inefficienza degli organismi preposti agli stessi;
3) l'ingordigia dei produttori (che piantano vigneti senza i relativi permessi/diritti d'impianto);
4) l'italico costume di infischiarsi della legge;
5) l'impossibilità di ottemperarla, perchè troppo contorta e/o incomprensibile e/o costosa.

Tutti mali noti. Di cui abbiamo avuto ulteriore prova dopo un lavoro di catalogazione atteso da trent'anni.
Certo, anche questa è una notizia.
Ma non so quanto buona.




17.01.08

Manuale di conversazione per enoturisti (1)

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“Abbiamo peccato di eccesso di entusiasmo e di ingenuità”.

Così il famoso wine-maker Roberto Cipresso, ideatore del Treno del Vino, ha commentato lo spiacevole infortunio occorso al suo treno, e del quale si è occupata anche la trasmissione di “Mi manda RAI Tre” (i particolari qui).


Premesso che simili “peccati d’entusiasmo e ingenuità” sono difficilmente spiegabili/perdonabili a chi del vino e del suo mondo ha fatto un mestiere e/o una ragione di vita - soprattutto quando si ha “un nome che conta” e quindi, si presume, (anche) una discreta conoscenza del mondo degli affari (e dei suoi rischi) - resta il fatto che l’enoturista è un appassionato del vino particolare: curioso, partecipe, più o meno competente in materia, fiducioso.

A volte un po' troppo.

Così fiducioso che spesso abbassa la guardia, e si lascia totalmente condurre dalla sua guida di turno – il produttore di vino, l’enologo, l’addetto/a alle pr… -
Fino (quasi) a rinunciare a usare i propri sensi e la propria testa per valutare ciò che vede, ascolta, assaggia.

Fra qualche settimana, la bella stagione risveglierà in molti la voglia di andar per cantine, vigneti, feste del vino et similia.
In vista di ciò, VinoPigro ha pensato di proporvi un modo un po’ più consapevole di fare enoturismo, usando cioè tutti i sensi e imparando a fare le domande più opportune per raccogliere quante più informazioni possibili.

Cominciamo.
Immaginiamo di voler visitare un’azienda.

Come facciamo a capire che è seriamente orientata alla qualità?
Tutte – a parole – lo sono.
Ma ci sono dei particolari che possiamo cogliere da soli e che possono concorrere a confermare (o a smentire) questo assunto.

La prima cosa da fare è capire il tipo di azienda che stiamo per visitare: si tratta di un’azienda agricola, proprietaria di tutti i suoi vigneti, oppure ne ha qualcuno in affitto? Compra le uve da altri e le vinifica? O si limita a comprare del vino sfuso e a imbottigliarlo con le proprie etichette?
O tutte queste cose insieme?
Ecco delle domande interessanti...

Il caso ideale, naturalmente, è quello dell’azienda agricola proprietaria di vigneti; in questa situazione infatti il controllo sulla filiera – dal campo alla bottiglia – è (o dovrebbe essere) totale.
Il produttore conosce perfettamente le sue uve, le ha coltivate e raccolte, sa cosa aspettarsi dall’annata, e anche in cantina saprà fare le scelte più opportune. Questo è possibile anche quando coltiva vigneti in affitto, ma solo in una certa misura, perché è difficile che ci si preoccupi di fare investimenti o migliorìe, quando i terreni appartengono a qualcun altro.

Chiediamo di essere accompagnati a vedere i vigneti dell'azienda e guardiamoci intorno: se la zona nella quale ci troviamo è, come si dice, “vocata alla viticoltura”, l'azienda che abbiamo scelto di vedere dovrebbe trovarsi in buona compagnia: nel raggio di pochi chilometri dovremmo trovarne altre, di fondazione più o meno recente (ci sono altre aziende qui intorno? A quando risale l'inizio della loro attività?).

Il paesaggio stesso dovrebbe essere dominato dai vigneti: se sono giovani, è segno che l'area è vitale, guarda in avanti con fiducia e le sue aziende hanno voglia d'investire (a quando risalgono gli impianti di vigneti più recenti? Sono sorte nuove aziende negli ultimi cinque anni?).
(1- continua)





13.01.08

I..."bugiardini" del mondo del vino

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Nel parlare comune, i “bugiardini” sono i foglietti esplicativi presenti nelle confezioni dei farmaci.
Probabilmente la gente li chiama così perchè non li legge mai, oppure si limita ad un'occhiata distratta, giusto per conoscere la posologia del farmaco stesso (in parole povere: quando e quanto prenderne).

Se infatti le persone leggessero il foglietto da cima a fondo, si accorgerebbero che la frase “provoca reazioni allergiche simili a quelle del morbo di Pott” è preceduta da quella che dichiara “studi clinici hanno dimostrato che in 1 caso su 1 milione”.
Perciò, avendo assunto il farmaco senza accusare nessun sintomo strano/inspiegabile/curioso che possa in qualche modo essere riconducibile al misterioso morbo di cui sopra, ne deducono che il foglietto racconta storie.

Lo stesso dicasi se, viceversa, pur avendo assunto il medicinale non sono guarite.

Nell'un caso e nell'altro, il malefico foglietto è un “bugiardino” - e le case farmaceutiche dei covi di sadici che si divertono a ingannare la gente.

Bene. Anche il variopinto mondo del vino ha i suoi “bugiardini”.
Sono le cosiddette schede tecniche dei vini.

Intendiamoci: ce ne sono di perfette, da manuale.

Schede tali che, di un vino, non si limitano a dirti da quali uve è tratto e come è stato realizzato, ma ti raccontano anche il paesaggio circostante i vigneti e il numero di sassi contati sotto quei grappoli precisi. La resa per ceppo e quella in vino. Il tipo di allevamento della vite e i trattamenti fitosanitari fatti, e l'epoca di raccolta, e le stelle dell'ultima vendemmia.

Schede che ti dicono il ph, l'estratto secco, l'acidità totale, l'alcol, gli zuccheri residui.

Per i fanatici della tecnica, una goduria. Per tutti gli altri, mah!.

Sennonché, anche la scheda più perfetta e meticolosa nasconde la sua piccola tara: dove?
Nella descrizione organolettica.

La quale, o è perfettamente inutile (perchè fa il pari con le inutilissime descrizioni riportate in etichetta come-legge-comanda), oppure è totalmente inventata.

Questo perchè in genere queste schede sono scritte dai tecnici di cantina.
Oppure dai responsabili commerciali.
O da quelli dell'ufficio marketing.

Mai da tutti e tre insieme.

E le tre categorie – i tecnici, i commerciali e i marketer – com'è noto, non si amano.

Nel migliore dei casi, si tollerano.
Nel peggiore, si evitano, convinti come sono, ciascuno per suo conto, che l'altro non capisca niente del suo lavoro.

Il che, disgraziatamente, è spesso vero.
Risultato?

Di recente un'azienda mi ha presentato un nuovo vino: uno spumante rosè.
Chiedo di parlare con l'enologo: “Tu l'hai fatto, prova a descrivermi questo spumante".
L'enologo, giovane e sveglio, mi parla di profumi lievemente aromatici, che ricordano la rosa, ma con una punta di agrumi. Sapore morbido e avvolgente, lungo, floreale.

Prendo in mano la scheda tecnica, scritta dal responsabile marketing: alla voce "profumi" parla di "frutta rossa con note di sottobosco" (funghi? Muschio? Felce?).
Alla voce sapore: "secco, sapido e fruttato".

Stiamo parlando di un altro vino? No. Di un'altra annata, magari? Nemmeno, è un prodotto nuovo.

Il fatto è che il responsabile marketing, in genere, non assaggia il vino.

Lui/lei deve solo aiutare la forza commerciale a venderlo. E per far questo usa tutto il vocabolario di cui può disporre, ricorrendo agli aggettivi più trendy e alle descrizioni più convincenti.

Anche a costo di “colorire” un po' la realtà, infilando nell'uvaggio uve che non ci sono – meglio un pinot nero di un pinot bianco, no? tanto, chi se ne accorge? - o ricorrendo a lavorazioni fantasiose (“invecchiato in vasi d'acciaio”).

Dal canto suo, nemmeno l'enologo assaggia il vino per trovarci punti di forza markettizzabili (orribile neologismo che rende l'idea), ma solo per controllare che non abbia problemi e/o difetti.

Morale: meglio lasciar perdere le schede tecniche.

A meno che, dopo aver assaggiato il vino, non si voglia farci sopra una risata.





11.01.08

Un vino da...laurea

Stemma di Harvard.JPG

Il mondo del vino è pieno di storie, di tutti i generi: affascinanti, insolite, divertenti, drammatiche, banali...

Questa è una storia curiosa, così come me la riferisce l'amico Piero Valdiserra, eclettico personaggio dalla multiforme attività: giornalista, ricercatore economico, sommelier, scrittore e, dal 1998, direttore marketing e relazioni esterne della Rinaldi Holding, uno dei maggiori gruppi italiani operanti nel beverage alcolico.

Questo il suo racconto:

"Qualche tempo fa un amico fidato ci ha raccontato una storia molto curiosa, di cui nessuno o quasi è a conoscenza. Dopo i controlli di rito, ci è sembrato opportuno portarla all’attenzione di un pubblico più vasto, convinti come siamo che questo sia un esempio dei tesori più autentici che fanno la gioia di chi si occupa di enogastronomia di qualità.

Facciamo un passo indietro nel tempo di poco più di un secolo.

Nel 1906, il grande critico e storico d’arte americano Bernard Berenson acquistò la Villa “I Tatti”, situata a Fiesole (FI) e tre anni più tardi diede incarico a Cecil Pinsent e a Geoffrey Scott di trasformare secondo i suoi intendimenti il fabbricato padronale e l’annesso, meraviglioso giardino. Alla sua morte, avvenuta nel 1959, Berenson lasciò la Villa “I Tatti” e la sua ricca biblioteca alla prestigiosa Università statunitense di Harvard, che da allora ne ha fatto un centro internazionale di studi sul Rinascimento italiano.

La Villa, risalente in parte al XVI secolo, contiene oggi il ricchissimo lascito librario di Berenson, e un altrettanto ampio archivio fotografico. E non è tutto: la proprietà fondiaria, che si estende su 35 ettari complessivi, vanta una piccola, e poco conosciuta, produzione di colture nobili, composta da 3.500 ulivi(che danno una produzione annua di 45 – 50 quintali di pregiato olio extravergine d’oliva) e da 2 ettari di vigneto, da cui si ottengono vini di sorprendente qualità.

Avete capito bene: l’Università di Harvard, orgoglio accademico non solo degli Stati Uniti ma del mondo intero, attraverso la Villa fiesolana “I Tatti” produce nettari sopraffini per la tavola: anche se, con understatement tipico della Nuova Inghilterra, non ci tiene troppo a farlo sapere in giro...

Essendo noi enoappassionati, siamo andati a scovare il responsabile tecnico della tenuta, l’attivissimo Andrea Laini, che si considera un po’ l’erede del fattore dei tempi andati.

Arrivato a “I Tatti“ nel 2001, Laini ha rivoltato come un guanto la produzione dell’azienda, orientandola a un’eccellenza qualitativa senza compromessi.

E i risultati non hanno tardato ad arrivare: oggi Villa “I Tatti” ha puntato a eliminare completamente lo sfuso, ed è arrivata a produrre 8.000 bottiglie complessive, per tre quarti di Chianti Colli Fiorentini DOCG e per la quota restante di Rosso Toscano IGT. Il Chianti, in particolare, è di carattere rimarchevole: dopo sei mesi di barrique francese (mix di vari passaggi, in modo da non esporlo soltanto a legno nuovo), acquisisce un nerbo vivace, brillante, che invita a bere e a ribere, con gradevole facilità, senza essere minimamente stucchevole. Un’autentica, piacevolissima sorpresa.

La proprietà della Villa “I Tatti” non ha comunque intenzione di fermarsi, e già progetta per il 2008 un ulteriore ampliamento della vigna.

Sulle bottiglie della Villa “I Tatti” non campeggiano riferimenti harvardiani.
Il blasonato centro studi non ha certo necessità di vendere – in assoluto e visti i piccoli volumi di produzione – e non intende quindi esibire il leggendario stemma con la scritta VERITAS. L’unica icona che si scorge, nelle etichette peraltro molto eleganti sia del vino sia dell’olio, è l’antico monogramma di Berenson, il mecenate innamorato dell’arte rinascimentale italiana: un’ape sormontata da due “B” giustapposte, a formare le iniziali – Bernard Berenson – del grande studioso statunitense scomparso.

Siamo convinti che quest’ape sia destinata a far parlare molto di sé. E non solo negli ambienti accademici.
(Per informazioni: Villa “I Tatti”, The Harvard University Center for Italian Renaissance Studies, Via di Vincigliata 22, 50135 Firenze, tel. 055 603251, fax 055 603383, e-mail alaini@itatti.it)".




09.01.08

Anteprima Amarone 2004

autunno nelle vigne della Grola, b.jpg

E' di nuovo tempo di enologiche anteprime.

Nei giorni 26 e 27 gennaio, dalle 10 alle 18, nel Palazzo della Gran Guardia di Verona sarà nuovamente di scena l'Amarone della Valpolicella, annata 2004.

A differenza delle scorse edizioni, non sono previste presentazioni di convegni-ospiti guest star-ricerche e/o sondaggi; unico e solo protagonista sarà il vino bevuto.

Questo il programma di "Anteprima Amarone 2004":

Sabato 26 gennaio

Ore 10.30: conferenza stampa: Il punto sull’Amarone (Emilio Pedron, Presidente del Consorzio di Tutela Vini Valpolicella). Presentazione dell’annata 2004 (Daniele Accordini e Paolo Fiorini). Tre anni di zonazione della Doc Valpolicella (Nicola Bottura, Consorzio Tutela Vini Valpolicella).

Ore 11.00: degustazione dell’Amarone 2004 riservata alla stampa. In saletta appartata con servizio sommelier per tutta la durata della manifestazione, e ai banchi di assaggio dei produttori fino alle 16 (a proseguire fino alle 19 in contemporanea con il pubblico)

Ore16.00 - 19.00: apertura degustazione dell’Amarone 2004 al pubblico (partecipazione su invito).

Domenica 27 gennaio

Ore 10.00–18.00: degustazione dell’Amarone 2004, per i giornalisti nella saletta riservata con servizio sommelier, e libera insieme al pubblico presso i banchi d’assaggio dei produttori.

Vinopigro ci sarà, ovviamente: per annusare l'aria, e vedere da che parte tira.

Ma non per assaggiare.

Perchè li avrà già assaggiati alla cieca - in luogo sicuro, appartato, e in anteprima dell'anteprima -, gli Amarone della Valpolicella 2004.

Tutti (o quasi).

Degustazioni di questo tipo sono come certi tuffi in mare d'inverno: li fai una volta, e non te li scordi più.




08.01.08

Adozioni vitivinicole

Filare con neve, b1.jpg

Sono sempre stata favorevole alle adozioni.

Anche a quelle vitivinicole.

La scelta, in questo caso, spazia dall'adozione di una barrique a quella di un vigneto intero, o anche semplicemente, a quella di un filare.

La proposta dell'azienda vitivinicola La Prebenda di Brentino Belluno (VR), in quel della Terradeiforti, va appunto in questa direzione: adottare un filare, seguendolo anche da vicino, e poi godersi il suo frutto una volta vinificato e affinato con tutti i crismi.

Ovviamente, le bottiglie finali saranno personalizzate con etichette che recheranno il nome del "proprietario adottivo", il tipo di vitigno utilizzato e il nome dell'azienda.

L'idea, probabilmente nata sull'onda del successo di iniziative analoghe, è dei titolari de La Prebenda stessa, ovvero i fratelli Chiara, Paolo e Rita Zanoni, quest'ultima (anche) attivissimo presidente della Strada del Vino e dei Prodotti Tipici Terradeiforti, e di Lorella Gesaldi, fiduciaria locale di Slow Food.

La cosa funziona così: il potenziale "produttore virtuale" visita l'azienda e sceglie il filare che preferisce: la scelta è tra le tipologie ammesse dalla Doc locale, ovvero pinot grigio, marzemino, chardonnay ed enantio.
L'obolo per l'adozione (o, se preferite, il costo dell' affitto) oscilla tra i 150 ai 210 euro (a seconda della tipologia di uve) per due anni di contratto: ogni filare si compone di una decina di viti.
Al termine di ogni annata, potrà ritirare dalle 12 (per l'Enantio) alle 18 bottiglie (per le altre varietà).

Chiaramente, ogni vigneto riceverà le cure assidue e professionali di Paolo Zanoni e dei suoi collaboratori, ma se i "genitori adottivi" dei vari filari vorranno partecipare in prima persona, magari con la famiglia al seguito, ad alcune delle fasi di coltivazione del loro tesoro, non potranno che essere i benvenuti.

La Prebenda è una bella azienda, l'ambiente della Valdadige veronese è assolutamente affascinante e l'Enantio della Terradeiforti è un vino che vale la pena conoscere...




05.01.08

Incontriamoci...virtualmente

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Lunedì 7 gennaio, a partire dalle 18 (ora italiana!), alcuni protagonisti del mondo del vino particolarmente attivi (anche) nella grande rete saranno on line per la prima, grande skypecast di Vinix.

I particolari dell'evento si trovano qui.

Come si può evincere scorrendo i nomi delle persone che si sono già prenotate per un intervento, sarà una conversazione a più voci.
Di qua e anche di la' dell'oceano, grazie alla partecipazione dell'amico Terry Hughes.

Molto diversi, ma tutti interessanti, anche gli argomenti.
Ovviamente, i potenti mezzi di Vinix metteranno a disposizione (probabilmente registrandoli, o riassumendoli) anche dei pigrissimi, degli assenti, dei distratti e di tutti quelli che non potranno essere on-line proprio lunedì 7 a quelle ore, i contenuti e/o gli interventi.

Il tutto nel (vero) spirito della rete, cioè a costo zero: anche lo strumento utilizzato è gratuito.

Unica raccomandazione: controllare di averlo installato...





03.01.08

Quelli del Ripasso

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"Valpolicella, stai esagerando".

Anno nuovo, ritornelli vecchi.
E questo è uno di quelli che, tra i giornalisti di settore, comincia a ripetersi un po' troppo spesso per essere ignorato.
L'ultimo a sottintenderlo, in ordine di tempo, è il bravo Carlo Macchi, su Winesurf, alla cui lettura rimando.

Superfluo dire che sottoscrivo ogni parola.
O quasi: personalmente, pur non bocciando tout court l'annata 2003 dell'Amarone della Valpolicella, non posso certo annoverarla tra le mie preferite.
Troppi i sentori di "cotto" e troppo l'alcol, anche per un vino da uve totalmente appassite come questo.

Ma veniamo al Valpolicella Superiore Ripasso.
Chi pensava che il successo dell'Amarone avrebbe dato alla testa ai produttori, aveva sottovalutato l'impatto di quello del Ripasso.
Ormai, per brevità, lo chiamano tutti così. Non più "Valpolicella Superiore Ripasso". Solo Ripasso.

Da (ex) studiosa di filosofia (orientale e non), dico subito che già questo è un pessimo segnale.
I nomi sono importanti, esprimono l'essenza delle cose, la loro anima e identità; quando si rinuncia ad essi, sia pure solo "per comodità e/o brevità", è segno che si è imboccata una pericolosissima deriva, che velocemente porterà ad uno snaturamento del soggetto, al suo evolversi in "qualcosa d'altro".

Cosa che peraltro sta già avvenendo.

Del Valpolicella Superiore infatti, l'attuale Ripasso conserva le uve (ehm! a volte con qualche aiuto...) e l'origine territoriale (a-ehm...!).
Il resto è tecnica, come l'Amarone. E la tecnica s'impara, si copia, si esporta.

Noi degustatori stiamo diventando espertissimi nell'individuare i vini "stile Ripasso/Amarone" anche fuori dal Veneto: difficile confonderli con altri, in genere manifestano profumi, struttura e alcolicità superiori ad altri vini, e un livello di bevibilità inferiore ad altri. Proprio come tanti, troppi Valpolicella Superiore ripassati.

Poi, ovviamente, non sempre l'azzecchiamo, ma intanto il danno è fatto: voilà, the Valpolicella style.

La vendemmia 2007 ha portato nelle cantine quasi 700 mila quintali di uve, di cui oltre 250 mila sono state destinate ai vini d'appassimento (Amarone e Recioto della Valpolicella. Più l'uno che l'altro, chiaramente).

Prima domanda: quanto Valpolicella S.Ripasso se ne potrà ricavare?
Seconda domanda: quanto si crede che possa ancora durare questo bengodi? Un anno, due, tre, dieci? e dopo? Che succedrà quando i consumatori (esteri, soprattutto) cominceranno a stancarsi di questa tipologia?

...Chi vivrà, vedrà?
E' lungimiranza, questa...?