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30.05.08

Enologi di tutto il mondo a congresso


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Giugno è il mese delle ciliegie e - solitamente - dei congressi e dei premi.

Dopo l'Oscar del Vino di Bibenda, che verrà assegnato nei prossimi giorni, sarà la volta della terza edizione del Premio Veronelli, le cui premiazioni si terranno a Milano il 18 giugno.

Ovvero, nel bel mezzo del 31 Congresso Mondiale della Vite e del Vino e della 6 Assemblea generale dell'O.I.V.

Per chi non lo sapesse, l'O.I.V. è una specie di ONU degli enologi, che ogni anno si ritrova in uno dei 43 Stati membri per discutere di problemi d'attualità del mondo del vino.

Quest'anno l'appuntamento è a Verona, dal 15 al 20 giugno e il tema in discussione è "La vite ed i suoi prodotti: il valore del territorio e l'innovazione tecnologica nella comunicazione al consumatore".

Valore del territorio.
Innovazione tecnologica.
E, soprattutto, comunicazione al consumatore.

Ce n'è abbastanza per mettere la testa dentro alle sale in cui si terranno le sessioni tecniche e ascoltare cosa ci riservano per il futuro gli interpreti principali di quel prodotto che ogni giorno mettiamo nel bicchiere.

E, ovviamente, riferire tutto puntualmente: consumatore avvisato, mezzo salvato.

Più o meno in quegli stessi giorni, si terrà anche un altro importante appuntamento: Terroir Vino, cui la settimana successiva seguirà la festa dei vini rosati a Moniga.

Prima però, Vinopigro si prende la consueta pausa annuale di aggiornamento e vola in Ungheria, al seguito della sezione Veneto occidentale di Assoenologi, organizzatrice del viaggio-studio.

Destinazione: il Tokay, inteso come vino e come territorio.

L'esplorazione nel mondo dei vini dolci continua.




25.05.08

Come si votano i vini?

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Correva l'anno 1978 - esattamente 30 anni fa, dunque - e nel mondo della critica enologica, così come in quelli del retail e del consumo, stava per verificarsi una piccola-grande rivoluzione.

Su Wine Spectator, un certo Robert Parker commetteva l'ardire di dare i voti ai vini.

Nasceva così ufficialmente uno dei molti sistemi di valutazione delle bottiglie: quello in centesimi.

Niente di particolarmente originale o nuovo, a ben guardare: semplicemente, i vini venivano giudicati in base ad una scala che altro non era che l'adattamento del sistema di voti in uso nelle High School statunitensi.

Come si può vedere dallo schema in apertura, negli USA gli studenti a scuola non ricevono dei voti in numeri, ma in lettere dell'alfabeto: A corrisponde al nostro "ottimo", B possiamo tradurlo con "distinto", C con "buono", D è "sufficiente", F è "insufficiente".

Parker non ha fatto altro che ri-tradurre questa scala in numeri, ragion per cui un vino valutato 50/100 non vale niente (o è addirittura difettoso), mentre uno tra i 90 e 100 è un capolavoro dell'enologia.

Tralasciando i notevoli e altrettanto interessanti aspetti filosofici che pure sottendono a questo genere di valutazione, sappiamo tutti com'è andata a finire: ancora oggi, un vino che negli USA non riesca a strappare un rating compreso tra gli 80 e i 100 punti, rischia seriamente di restare sullo scaffale.

Allo stesso tempo però, negli anni si sono cercate delle alternative a questo sistema: ecco pertanto la scala in ventesimi di scuola francese, o quella in stelle, variamente interpretate.

Per non parlare delle valutazioni in bicchieri, soli, bottiglie, pallini, chioccioline, grappoli, cuoricini, faccine...

Tutto questo, nel bene e nel male, qualche effetto l'ha prodotto: ha aiutato il consumatore a orientarsi nella giungla di etichette, categorizzando e ordinando i vini, e determinando la fortuna o l'insuccesso - a torto o a ragione - di moltissimi prodotti e aziende.

Ciò, è bene sottolinearlo, nel mondo della carta stampata e dei media tradizionali.
Ovvero in un sistema di informazioni fortemente vincolato ai tempi (di creazione, realizzazione e diffusione del medium stesso) e alle modalità di fruizione che ben conosciamo.

Domanda: tutto questo è valido anche nel web 2.0? In un mondo in cui possiamo avvalerci di nuovi e più dinamici sistemi per scambiarci informazioni, abbiamo ancora bisogno di un qualsivoglia sistema di valutazione dei vini per orientarci nella scelta?

I critici del vino universalmente riconosciuti come "autorevoli" - da R.Parker a Jancis Robinson, a Stephan Tanzer, per citarne solo qualcuno - questi sistemi li usano con la massima disinvoltura (e a volte ne abusano).

E se a farlo sono i wine blogger, cambia qualcosa?

E' un interrogativo che ogni tanto si affaccia sulla rete.

Sarà anche uno dei temi in discussione alla prima European Wine Blogger Conference, in programma in Spagna il prossimo agosto; perciò cominciate a pensarci su, e sappiatemi dire.

Si sa mai che, per l'occasione, faccia una scappata da quelle parti.




24.05.08

Giudici assaggiatori cercasi

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Appassionati di vino all'appello: chi vuol diventare un esperto nell'assaggio?

Per tutti quelli che desiderano approfondire le proprie capacità di degustatori, l'Unione Italiana Vini offre una formidabile opportunità: quella di diventare giudice di analisi sensoriale.

A tutti i curiosi che vogliono imparare a individuare gusti e profumi - assegnando a ciascuna sensazione le corrette etichette semantiche - , o a meglio degustare per conoscere e riconoscere la qualità e la tipicità degli alimenti, l'UIV offre l'opportunità di entrare a far parte di un gruppo specializzato in analisi sensoriale di vini, olii e spiriti.

Le selezioni si tengono a Verona (info: Michela Cipriani) e sono aperte a tutti.

L'iniziativa prevede un corso di formazione teorico-pratico di 20 ore (in orari da stabilirsi, ma comunque flessibili), al termine del quale verranno selezionati i giudici che avranno dimostrato di possedere buone abilità sensoriali.

L'obiettivo dell'UIV è infatti quello di creare un panel ufficiale di degustatori specializzato nell'assaggio di prodotti vitivinicoli e olivicoli.

Corso e selezioni si terranno presso i laboratori scaligeri dell'UIV, posti nel quartiere Fiera di Verona, in viale del Lavoro 8 (tel.045-8200901)

E a proposito di sensi e dintorni, ecco una prima domanda: quanti sono i gusti?
Al primo che risponde correttamente...cedo il passo al momento delle selezioni (se si presenta)!




21.05.08

Vini abruzzesi in degustazione

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Mentre a Egna si apre domani, giovedì 22, la due giorni dedicata al pinot nero, l'Abruzzo vinicolo si trasferisce (almeno in parte) a Verona.

Dopo gli appuntamenti di Torino e Firenze infatti, la parata di etichette abruzzesi con una grande degustazione pubblica continua nella città scaligera, in una location di lusso qual'è l'Hotel Due Torri Baglioni (Piazza S. Anastasia, 4) .
In Sala Casarini, dalle 16 alle 21 ( e con ingresso libero!), 40 produttori presenteranno 80 etichette, in un suggestivo viaggio tra i tesori enologici di una regione tra le più vocate d'italia.

Come dice il comunicato ufficiale, questa operazione di comunicazione voluta dall'Assessorato all'Agricoltura della Regione Abruzzo e dall'Agenzia Regionale per i Servizi di Sviluppo Agricolo si chiama "Note di piacere".

Una campagna che vede i vini abruzzesi in tour in ben 6 città italiane: Roma, Bologna, Torino, Firenze, Milano, e giovedì 22 maggio a Verona.
Vini e produttori racconteranno una delle più importanti realtà vitivinicole italiane, forte di una storia testimoniata da Ovidio, Polibio e Plinio il Vecchio, e di un'attualità che vede l'Abruzzo tra le prime 5 regioni del nostro Paese con oltre 1 milione di ettolitri di vino
D.O.C., provenienti da un territorio incastonato tra l'Adriatico e le montagne del Gran Sasso e della Majella, nel più grande sistema di aree protette d'Europa.

"Con questa iniziativa intendiamo presentarci ai Veronesi per invitarli a conoscere e venire a scoprire il nostro territorio - dice 'Assessore all'Agricoltura Marco Verticelli - , partendo dall'Enoteca Regionale d'Abruzzo, situata nello storico Palazzo Corvo di Ortona, dove è possibile degustare ed acquistare i nostri vini seguiti dalla cortese professionalità dei sommelier dell'Ais Abruzzo".

Appuntamento dunque con il Montepulciano, declinato in tutte le sue territorialità, con la versatilità del Trebbiano, passando attraverso la tipicità del Pecorino e del Cerasuolo.




18.05.08

Chez Delphine, a scuola di Champagne

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Un angolo di Francia nella capitale italiana della moda e degli affari.
Si chiama La Flute concept store, è stato inaugurato da poco e sotto le mentite spoglie di una boutique di vini francesi cela qualcosa di più sovversivo...

Una scuola.

Una scuola di Champagne, voluta, ideata e inaugurata pochi giorni or sono da Delphine Veissière, giovane imprenditrice francese che con l'etichetta La Flute seleziona personalmente, importa e vende Champagne di grande pregio, spesso di piccoli (per quantità) produttori di eccelsa qualità. Persino biodinamici.

Il suo La Flute di via E.Filiberto 4 a Milano è il primo concept store di Champagne su territorio nazionale.

Un luogo dove si entra per acquistare e degustare Champagne, ma soprattutto per imparare ad abbinarlo con la cucina italiana - che notoriamente è molto ricca di sapori, profumi e colori.

E quindi perfetta per le bollicine francesi.

"La Scuola dello Champagne propone un percorso originale, genuino e trasversale attraverso la cultura e la tradizione degli Champagne di vigneron - spiega il comunicato stampa - La Flute ha creato una didattia propria per rispondere alle esigenze più diverse...il programma elaborato da Delphine vanta molte iniziative, quali , per esempio, l'incontro con il Giardino degli Aromi, l'approccio al concetto di mineralità e la degustazione dei suoi Champagne d'autore".

Ma la mission del concept store (aperto da lunedì al sabato con orario no stop 10-19) non si limita a questo: i suoi spazi sono infatti a disposizione per favorire incontri inediti tra lo Champagne e altre espressioni di eccellenza come il design, l'arte, l'alta gastronomia italiana.

Il programma degli incontri didattici è già stato stilato e comprende, oltre alle serate di scuola dello Champagne, quelle con ospiti, tra i quali sono previsti anche chef e una professionista particolare come Lucia De Paola, creatrice di profumi.

Per imparare a gustare innanzitutto con il ...naso.





16.05.08

Vini in scatola

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Indubbiamente offrono molti vantaggi:
- sono più leggeri dei loro equivalenti in vetro;
- sono riciclabili;
- se cadono in terra non vanno in mille pezzi;
- si raffreddano facilmente;
- si "stoccano" meglio, nella dispensa, in cantina o in frigo...

...e non ti fanno impazzire per stapparli.
Si aprono e chiudono con la massima facilità.

Perfino il Mipaf alla fine si è convinto; via libera dunque ai vini a denominazione d'origine in bag-in-box.

Con qualche eccezione: sì a contenitori dai 2 litri in su, no a brik (fa molto succo di frutta) e lattina (fa molto Coca Cola).

Restano esclusi dal confezionamento in "contenitori alternativi al vetro", come vengono definite queste scatole, anche quei vini a denominazione d'origine che si fregiano della menzione "vigna", "riserva", "superiore", oppure di una "sottozona".

La decisione ha ricevuto ovviamente l'incondizionato plauso dei grandi produttori, che da anni lottano con le limitazioni al confezionamento dettate dall'Italia, e che si rivelano dei gravi handicap per l'export nei paesi esteri.

Il vino in scatola insomma era richiesto da tempo e su molte piazze estere.
Ora potranno essere accontentati.

La qualità di un vino non la fa il suo contenitore finale (dice qualcuno).

E l'immagine...?




12.05.08

Come invecchiano i vini bianchi

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La terza edizione di "Tutti i colori del bianco" ha visto come di consueto due importanti degustazioni guidate, riservate alla stampa (presente in forze: su 60 accreditati, almeno 10 venivano dall'estero).
La prima ha messo in campo il "Soave a trazione integrale", "4x4", come si dice: ovvero 4 annate dello stesso vino di 4 diverse cantine produttrici di Soave; la seconda, sedici grandi vini bianchi italiani.

Lasciando ad altri -colleghi e/o wine blogger - il piacere di soffermarsi sulle note di degustazione dei due momenti, vorrei limitarmi ad alcune riflessioni di fondo.

Anche i vini bianchi possono invecchiare al pari dei vini rossi.
Questo, spero, è ormai un fatto acquisito, un concetto assodato.

Ma come invecchiano?

Io credo che, quando si stappano bottiglie di Soave, ma anche di Chardonnay o Verdicchio o Lugana vecchie di dieci anni e più, la prima cosa da fare sia porsi nei panni del produttore.

Il quale, dieci e più anni fa, non aveva la sfera di cristallo; non poteva prevedere il futuro. Sono rarissimi i produttori lungimiranti al punto da progettare i loro vini bianchi in modo da garantire loro un lungo e sereno futuro.

I più onesti, in genere,in occasioni come queste degustazioni lo dichiarano apertamente: "Quando ho fatto questo vino, non pensavo certo che avrei potuto farlo assaggiare a 10, 12 anni di distanza".

Per buoni che fossero quindi, i bianchi degli anni '80 o '90 non venivano concepiti per durare così a lungo.

E quindi, qualche cedimento dobbiamo pur aspettarcelo: se l'uva all'epoca non era piuccherfetta, la tecnica (e la tecnologia) di vinificazione più che collaudata/controllata, qualche difettuccio, nel lungo periodo, finisce per emergere.

Dunque - prima ovvia, banalissima conclusione - per avere un vino bianco da lungo invecchiamento dobbiamo innanzitutto "pensarlo" come tale.
A partire dal vigneto, per continuare e finire poi in cantina.

Seconda considerazione: quali vini, tra i molti assaggiati (16 Soave + 16 bianchi italiani) hanno dimostrato di reggere meglio le ingiurie degli anni?

In buona parte dei casi la scelta del vitigno e della tecnica di vinificazione ha fatto la differenza.

Una volta di più, ho trovato conferma as una mia (opinabile) personale convinzione, e cioè che ci sono vitigni adatti al legno piccolo, e altri meno, a prescindere dalle stelle (assegnate al vino e soprattutto all'annata).

Garganega e chardonnay non sembrano riuscire a reggere troppo a lungo il carattere prepotente della barrique, specialmente quando è di rovere nuovo (magari americano).

Tuttora sono pochi i produttori che sanno dosare il legno piccolo - la qualità dello stesso, il grado di tostatura -; 20-25 anni fa la competenza tecnica, l'esperienza, la saggezza nell'uso della barrique erano di gran lunga inferiori alle attuali.

Succede perciò che vini bianchi a base garganega o chardonnnay passati in barrique, dopo qualche anno (non serve aspettarne 10) mostrino la corda: i sentori di legno prendono il sopravvento sul frutto e sul fiore, emergono note di pietra focaia (accesa), di gomma bruciata, di ..caminetto e non so che altro, e tu cominci ad annaspare alla ricerca di una definizione accettabile, vorresti poter dire che il vino è "minerale", invece no, la parola che si affaccia spontanea e che non si oserà mai pronunciare in pubblico - e in una degustazione di quel tipo, per di più - è semplicemente un'altra: "affumicato".

Un vino affumicato.

Naturalmente c'è a chi piace, e quindi va bene (anche) così.

Se una lezione ho appreso da queste due degustazioni - di grande interesse da un punto di vista didattico - è stata proprio questa.

Se in futuro vorrò bere un grande bianco invecchiato, darò la preferenza ai vini non maturati in barrique nuove.
Pronta ovviamente ad accogliere - con il massimo piacere - le eventuali eccezioni.

In poco meno di vent'anni di professione giornalistica nel settore del vino non mi è ancora capitato di incontrarne una, di queste eccezioni.

Segno che assaggio poco, evidentemente.

Oppure che sono molto sfortunata.

O anche - forse - che ho un filo di ragione.

A titolo di cronaca comunque, dei 32 vini assaggiati di cui sopra ne ricorderò solo 3, ai quali ho dato - a titolo strettamente personale, e in una graduatoria che non renderò mai pubblica - il mio massimo punteggio (@@@@@):

- lo straordinario Soave Doc "Vigneto Albare" 1997di Umberto Portinari;
- il sorprendente Vermentino sardo "Dettori Bianco IGT Romangia" 1998 (non filtrato) di Alessandro Dettori;
- l'indimenticabile Soave Classico "La Froscà" 1988 di Gini.




09.05.08

Tutti i colori del bianco

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Torna anche quest'anno l'appuntamento montefortiano con le età dei grandi vini bianchi italiani.

Giovani, meno giovani, anziani e decisamente vecchi.

Per certe tipologie di vino bianco, l'età è un fattore decisivo, di più: migliorativo.

Nel senso che più sono "vecchi", più sono buoni.

E' un discorso ancora difficile da accettare, per molti: quanti "osano" ordinare un vino bianco di 4- 5 o anche più anni fa (ammesso che lo trovino in carta)?

Perchè, "e se poi è ossidato? se è spento, morto, finito, se non è stato conservato bene...che figura ci faccio"?
Così, per andar sul sicuro, si sceglie un bianco d'annata.
Oppure un rosso.

In realtà, è come sempre una questione di gusti, oltre che di competenza e di scelta.
Scelta del vitigno, dell'annata, della zona di produzione, dell'azienda...
e (perfino) del ristorante.

Ad ogni buon conto, per accrescere la nostra cultura sui vini bianchi di varia età, provenienza e storia, da stasera a domenica a Monteforte d'Alpone non mancheranno le occasioni.

Il ricco programma è in linea qui.




06.05.08

Nenè forever!

La castellana di Soave Nenè Lovat.jpg

"Ciao stellina, sono la Nenè! Ti ricordi vero, di venire domenica? Sai che ci tengo che tu venga, sei la mia giornalista!"

"Certo Nenè, lo so...devo mettermi in alta uniforme?" scherzavo io, ben conoscendo la risposta.
"Assolutamente sì! Mantello dorato e chiave. Le voglio tutte bellissime, le mie castellane".

Ogni anno era così.

Arrivava maggio, e io mi aspettavo da un giorno all'altro la telefonata della mia Imperial Castellana Nenè Lovat, che mi richiamava all'ordine.
Non si poteva mancare alla tradizionale Festa medievale del vino bianco Soave e dell'Imperial Castellania di Suavia

Quest'anno quella telefonata non arriverà, perchè Nenè se n'è andata, strappata anzitempo da una malattia che negli ultimi mesi le aveva un po' fiaccato le forze fisiche, non certo il temperamento.

Quello, ne ha sempre avuto da vendere.

Anche per questo non dimostrava i suoi 81 anni, lei che fino a qualche anno fa (così mi disse) macinava una cinquantina di vasche al giorno, per tenersi in forma. E percorreva migliaia di chilometri all'anno, in Italia e all'estero, come ambasciatrice europea delle Confraternite enogastronomiche.

Nenè Ardoino in Lovat era di origine nobile: donna molto colta, in Italia e fuori si era costruita una fama come pittrice, ceramista e decoratrice.
Figlia di un generale del Regno, del padre aveva l'attitudine al comando e le doti organizzative.

Nenè era una persona sportiva, vulcanica: incontenibile, energica e al tempo stesso dolce, buona, accogliente, con un alto senso civico e della solidarietà, impegnata in prima persona in un'infinità di attività benefiche o culturali.

E quelle che già non esistevano se le inventava lei (come fece con le Donne della Valpolicella).

Adorava la famiglia, per i nipoti stravedeva: per gli amici era pronta a fare qualsiasi cosa.

E, all'occorrenza, aveva anche una lingua che taglia-e-cuce (come dicono a Roma).

Nenè, intellettualmente onesta, sapeva essere sincera in modo imbarazzante.

Diceva sempre quello che pensava. In Italia e all'estero conosceva un'infinità di persone e non aveva paura di nessuno.

Presidenti, generali, sindaci, onorevoli, scienziati, attori e attrici, principesse, stelle dello sport: per lei erano tutti "creature", e così li chiamava.

Pronta a coprirli di lodi in pubblico, ma anche a mandarli al diavolo senza tanti complimenti.

Così fece, per esempio, una volta, con l'allora ministro dell'Agricoltura Gianni Alemanno, reo di aver annullato all'ultimo momento un impegno (pubblico) preso con lei: avrebbe dovuto intronizzarlo spadarino di Suavia, un onore riservato a pochissimi eletti, ma all'ultimo momento lui rientrò a Roma (doveva preparare la sua campagna elettorale a sindaco).

Nenè gli mandò a dire di non farsi più vedere.

Si sfiorò l'incidente diplomatico, ma l'Imperial Castellana rimase ferma nel suo proposito.
Il ministro Alemanno non ricevette più l'investitura a spadarino (alla quale teneva molto).

E quella volta perse anche le elezioni.

Cariche politiche, raccomandazioni? Pfui. Nenè faceva spallucce.
"Sai quanti mi pagherebbero perchè io nomini castellane di Suavia le loro mogli?" mi diceva " E che me ne faccio io, di queste signore ricche e viziate? cos'hanno fatto, loro, per meritarsi questo onore?. Una castellana di Suavia dev'essere una donna importante, che si è fatta onore nella vita, nella società, nella professione".

Dell'Imperial Castellania di Suavia - che presiedeva da 35 anni - del bianco Soave, ma anche dei rossi della Valpolicella (era anche commendatore dello SNODAR) , così come della fatica dei produttori, Nenè Lovat, moglie di uno stimato enologo, aveva un concetto molto alto.

Per questo si arrabbiava quando non trovava riscontro ai suoi sforzi presso amministrazioni o istituzioni pubbliche: "Oggi le confraternite enogastronomiche svolgono un compito tanto importante quanto sottovalutato - mi dichiarò un giorno nel corso di una intervista - Divulgano la cultura dei prodotti della loro terra, come il vino, senza chiedere niente in cambio, anzi autofinanziandosi. Sono un esempio per tutti, al punto che all’estero sono quasi più conosciute che in Italia".

Nenè ci mancherà.

Il mondo delle confraternite enogastronomiche non sarà più lo stesso, senza di lei.
Ma guai a venir meno all'impegno - che lei non si stancava mai di chiedere ai produttori - di fare il vino buono, e di promuoverlo ai quattro angoli della terra.

E guai a lasciarsi sfiorare dal pensiero che l'Imperial Castellania di Suavia è arrivata a fine corsa: il lavoro comincia adesso.

Dove Nenè l'ha lasciato.





04.05.08

Se non ha la fascetta, non è (più) Amarone

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Rischiava di diventare l'ennesima leggenda metropolitana (o meglio: campagnola) del vino veronese, invece dopo mesi di attesa finalmente la buona notizia: sono arrivate le fascette di Stato per l'Amarone e il Recioto della Valpolicella.

Buona per molti, ma evidentemente non per tutti: non per i tanti imbottigliatori esteri, che in questi ultimi tempi hanno fatto incetta di Amarone della Valpolicella sfuso, da imbottigliare e vendere in fretta e furia.

Il Consorzio ha dato notizia che nei primi tre mesi del 2008 se n'è venduto tanto quanto in tutto il 2007.

Comunque, a partire dal 1 luglio 2008, tutte le bottiglie di Amarone e Recioto della Valpolicella dovranno avere la loro bella fascetta.

Non è come avere ottenuto la Docg, ma quasi - e poi, insomma, accontentiamoci.

L'annuncio è stato dato ufficialmente nel corso di un incontro a Villa Quaranta, organizzato in occasione del convegno internazionale di cui abbiamo dato notizia. I produttori presenti non erano molti, ma gli assenti non si preoccupino: il Consorzio organizzerà altri momenti di informazione.

Nel frattempo, però, ecco in sintesi le istruzioni per l'uso:
1) la fascetta deve essere applicata sulla capsula, in modo tale che sia impossibile aprire la bottiglia senza romperla e/o manometterla;

2) la gestione delle fascette è a cura del Consorzio tutela vini Valpolicella: per riceverle, occorre presentare apposita domanda almeno due giorni prima dell'imbottigliamento del vino. Nel modulo di richiesta occorre specificare gli hl di vino, la capacità e il numero delle bottiglie.

3) le fascette adesive costano 0,011 euro per i soci e 0,011 euro + iva per i non soci. Quelle non adesive costano 0,010 euro per i soci e 0,010 euro + iva per i non soci.

4) le fascette in proprio possesso non sono cedibili ad altri imbottigliatori. In caso di vendita ad altro imbottigliatore di una partita di vino idonea "Amarone della Valpolicella" (o "Recioto della Valpolicella"), o di parte di essa, il soggetto che ha acquistato il vino dovrà richiedere al Consorzio le fascette che gli servono.

Tutto questo, come detto, partirà obbligatoriamente dal 1 luglio prossimo. Ciò significa che l'Amarone o il Recioto della Valpolicella imbottigliati prima di quel giorno potranno fare a meno della fascetta, pur avendo la possibilità di richiederla.

Per quanto riguarda gli acquirenti esteri, soprattutto i titolari di private label che comprano Amarone della Valpolicella sfuso e lo imbottigliano come vogliono, ovviamente non sono tenuti a "fascettare" le loro bottiglie.

L'obbligo riguarda solo l'Italia.

Tuttavia, è bene che gli estimatori di questo grande rosso si abituino fin d'ora a osservare bene le bottiglie di Amarone che comprano, e a preferire quelle con la fascetta, oppure a esigere che l'imbottigliatore la richieda: è pur sempre un'ulteriore garanzia di controllo e tracciabilità.