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31.07.08

Buono "quasi come"

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Alcol, vade retro.

Specie d'estate, col caldo che fa.
Salutisti - ed estremisti - come (spesso) gli anglosassoni (americani compresi) sanno essere, ci voleva qualcuno (un altro?? un altro, sì) che tentasse la quadratura del cerchio.

Ovvero, come beneficiare delle magiche virtù contenute in un bicchiere di ottimo vino rosso senza subirne i nefasti effetti collaterali.

E' infatti noto anche ai bimbi della scuola materna che per godere dei benefici di resveratrolo & (premiata) Co. sarebbe necessario scolarsi l'equivalente di una barrique al giorno.

Disgraziatamente però il costo è proibitivo, per tacere di tutto il resto.
Che fare, dunque?

Semplice: si prende la barrique - o la botte - in questione e le si estrae tutto il buono che può darci.
Il quale (ovvio) non è più quello del vino, ma pazienza, tanto al vino stesso ci avevamo già rinunciato.

Quelli di Embodi hanno fatto qualcosa di simile: hanno preso "le parti più salutari del vino rosso e hanno tolto l'alcol", e le hanno messe in una bevanda. Così adesso, come recita il loro sito, "ogni bottiglia contiene l'intero spettro di antiossidanti trovati nel vino rosso".

E solo 90 calorie.

Embodi - commercializzato solo negli USA - è tratto da ingredienti biologici, ed è disponibile in tre gusti: Citrus Resurgence, Tropical Revival, and Berry Renewal.

Ci si potebbe fare quasi una degustazione orizzontale...




30.07.08

Aforismi (4)

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Chiariamo una cosa...

"Siamo stati cacciati da Paradiso per aver mangiato, non per aver bevuto!".

Anonimo




29.07.08

Aforismi (3)

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Spunti letterari...

"Perché, vedete, l'uomo quando beve sta bene.
Si arricchisce, fa migliori affari e vince le cause.
Fa felice se stesso e fa del bene ai suoi amici
"
Aristofane

"Andate vecchi pazzi, andate e imparate a bere. Si è sapienti quando si beve bene; chi non sa bere non sa nulla."

Nicolas Boileau (1636-1711)




Aforismi (2)

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Risposta di un fraticello redarguito dal suo superiore perchè scoperto con la bottiglia in mano...

"Qui bene bibit, bene dormit.

Qui bene dormit non peccat.

Qui non peccat vadit in caelum.

Ergo, qui bene bibit vadit in caelum".

ps.: ehi folks, it's summer! un po' di leggerezza non guasta, anche il (vostro) tempo da dedicare alle letture impegnate/impegnative scarseggia. Ma è solo questione di giorni...




22.07.08

Aforismi

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Ciò che si è scritto e si scrive su vino e dintorni, da autori famosi e non.

"I soldi, si dice, non hanno odore.

I vini che fanno soldi sono lo stesso: non hanno odore, né bouquet.
Sono rotondi, ma piatti come una moneta, facili di accesso e soffici, ma insipidi come una banconota.
Versatelo come elemosina a chi è cieco, ma non nel bicchiere di un amico".

Pierre Poupon




18.07.08

Il segreto di S.Giorgio

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Un racconto per l'estate.

Questo che segue è tratto dalla raccolta "Il racconto mai scritto" , a cura dell'Associazione Nazionale "Le Donne del Vino".

"Tetro e ogivale è l'antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d'inverno. E l'adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c'è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune pressoché inesplorate" (da: "Racconto di Natale", di D.Buzzati, in "La boutique del mistero").

Quando gli avevano parlato di una pieve antica, Jan Federisi se l'era immaginata più o meno tale, come la cattedrale che sorgeva vicino a casa sua, così simile all'incipit di un racconto di Buzzati - non è che se ne intendesse molto, di architettura e chiese - ma nel momento in cui la vide capì di aver preso un formidabile abbaglio.

Perché l'edificio che aveva davanti era una splendida costruzione in pietra che di tetro non aveva proprio niente; era anzi luminosa e chiara, con un'alta e massiccia torre campanaria, a pianta quadrata. A fianco della pieve si apriva un elegante chiostro, tutto colonnine e archetti, con al centro un pozzo. La porta della chiesa era aperta: anche l'interno solenne e quieto era tutto in pietra, solo la copertura si presentava a travature lignee.

"Longobarda".

La voce inattesa lo fece sussultare: l'ometto si era come materializzato alle sue spalle. "Sissignore" proseguì quello "Così dicono gli studiosi. Questa pieve ha muri e ciborio di età longobarda - lo vede quel manufatto con quelle quattro colonne la' in fondo, sull' altare? ecco, quello è il ciborio - Ma il chiostro e il campanile sono romanici. Anzi, tutta la parte orientale della chiesa è romanica...Lei è un turista? Le interessa ascoltare la storia della pieve?"
Jan scosse la testa: "Mi chiamo Jan Federisi, sono un musicista. Ero venuto in sopralluogo, stasera con il mio gruppo dovrei tenere un concerto qui in chiesa, e volevo..."
"Ma certo! Il famoso violinista! Che stupido, avrei dovuto capirlo da solo..." l' interruppe l'uomo accennando alla custodia dello strumento che Jan teneva sottobraccio.
Gli tese la mano: "Mi chiamo Guido, sono il custode del piccolo museo archeologico qui accanto. Ha un po' di tempo? Glielo mostro, è interessante...no? Beh, lasciamo stare allora, voglio mostrarle un'altra cosa, venga con me, è qui vicino".

Un po' divertito, un po' seccato per l'allegra petulanza del personaggio - quanti anni avrà avuto? Sessanta, settantacinque? Aveva l'energia di un ragazzino e l'incedere di un anziano - il giovane musicista seguì l'uomo fuori dalla chiesa, lungo uno stretto vicolo in discesa e dopo qualche minuto entrò con lui in una casa.

"Ecco, questa è una tipica abitazione della Valpolicella, fino a cinquant'anni fa erano tutte così, nelle nostre contrade".
Con un largo gesto orgoglioso, Guido introdusse l'ospite in una stanza arredata con la semplicità dura di chi è abituato a lavorare sodo e dalla vita non si aspetta sconti. Un tavolo, qualche sedia, il focolare, un paio di padelle in rame appese al muro, una cuccuma annerita sul fornello.
Jan si avvicinò al tavolo e prese in mano una ciotola di legno:
"E' bagnata..che strano, non mi sembra un ambiente umido, questo" osservò incuriosito.
Guido fece un sorriso strano: "E' sempre bagnata. Quella è la ciotola che piange".
Il giovane fece un salto indietro: "E'...che cosa?!".

"Fantasie. Superstizioni. Comunque, quella è la ciotola che piange, e basta".
E non ci fu verso di cavargli niente di più. Dopo aver visto anche la seconda stanza, un'umile camera da letto, come a volte se ne trovano ancora in giro per le campagne venete più povere e isolate, i due tornarono nella piccola piazza del paese.

Il sole era tramontato, e il campanile scandiva l'ora della cena. Il musicista avrebbe voluto andare in albergo, unirsi ai suoi compagni ma non riuscì a liberarsi dell'uomo, che insistette per averlo ospite a cena a casa sua: "Lei viene da lontano, da dove, ha detto? Palermo, Agrigento, Catania? Qui a S.Giorgio vengono da tutto il mondo, sa?
È così bello il nostro paese, 300 anime su un cocuzzolo di pietre a 300 metri sul livello del mare, una terrazza sulla Valpolicella e sul Lago di Garda, e quando è limpido si vedono anche gli Appennini, e la gente arriva perfino dalla Svezia e dall'America, per sposarsi nella pieve o tenere concerti, come lei stasera, sentirà che acustica.

Sissignore, da tutto il mondo vengono...per scoprire il segreto di S.Giorgio".

Guido cicalava instancabile, l'orologio scappava avanti e Jan cominciò a friggere d'impazienza: al concerto mancava meno di mezz'ora.
"Aspetti un momento, le faccio assaggiare..." insisteva l'uomo.
"La ringrazio Guido, ma non posso più trattenermi. I miei colleghi saranno già in chiesa, dobbiamo accordare gli strumenti".

"Aspetti, le dico. Non se ne pentirà". D'un tratto il tono era cambiato. Da amichevole e cordiale si era fatto deciso e calmo: un ordine. Jan, che aveva già iniziato ad alzarsi, si risedette.

"Maida! Porta quello buono". Sulla soglia della saletta da pranzo, dove avevano cenato da soli, si affacciò una ragazza in jeans e maglione. Aveva dei capelli magnifici, lunghissimi, neri e lucenti come i suoi occhi.
Sorridendo all'ospite, posò sul tavolo una bottiglia e due bicchieri, prima di sedersi anche lei davanti a Jan, fissandolo con una certa sfrontata allegria, senza parlare.

Con una punta d' inquietudine per i minuti che sentiva scorrere inesorabili, il musicista si trovò a osservare affascinato l'uomo che versava nei bicchieri un vino color rubino scurissimo e lucido, con sfumature violacee.

"Questo è un Recioto della Valpolicella del '97" spiegò Guido "Viene dal mio campetto della Grola, terra benedetta di vigneti e ciliegi, non ce n'è un'altra come quella per il Recioto".

L'ometto parlava, parlava: uve, vendemmia, selezione, appassimento, legni e bottiglie, tempo, pazienza, freddo, ma Jan non lo ascoltava più.
Si era perso nello sguardo della silenziosa Maida e in un bicchiere di quel vino stregato.

"Ha profumi scuri e dolci di viole, more e mirtilli come la voce di un flauto - mormorò sorpreso quando portò il bicchiere al naso - Mi ricorda l'apertura del Prélude à l'après-midi d'un faune di Claude Debussy, con queste note di cioccolato e cuoio caldo che sembrano la voce dei corni e degli oboi e i glissando delle arpe, in un crescendo quieto, rilassato, confidenziale..."

Ne prese un lungo sorso: "Che meraviglia! E' dolce... sa di ciliegie sotto spirito e ancora cioccolato, con una punta di vaniglia e mandorle amare nel finale... come il tema del flauto, quando si ripresenta rinnovato nel ritmo e nella melodia...Perché la ciotola piange?" chiese all'improvviso, rivolgendosi alla ragazza.

"E' legno di vite dei campi della Grola. La terra non è dei contadini, è di... certi padroni. Vogliono venderla" rispose lei.
"Ma se la vendono, allora... che ne sarà dei vigneti... e l'uva?... E di questo...Recioto...?" farfugliò confuso.
Maida sorrise e non rispose.

"Dio, che tardi! Scappo. Grazie ancora, di tutto". Jan si alzò a malincuore, un'occhiata di rimpianto alla bottiglia e alla ragazza.
Guido e Maida lo accompagnarono alla porta e lo videro mettersi a correre verso la pieve. In testa il Recioto non smetteva di cantargli il suo andante più suggestivo.

Sebbene avesse una voglia matta di farlo, Jan Federisi non osò più voltarsi indietro. Perciò non vide la fada Maida dissolversi in un'ultima risata silenziosa e non sentì il vecchio orco Guido borbottare soddisfatto:

"Ha il segreto di S.Giorgio. Tornerà".

nb: Fade e orchi sono personaggi tipici del folklore delle montagne veronesi.




12.07.08

Ciao, Sergio

Le cattive notizie ti raggiungono ovunque.

Anche all'altro capo del mondo (o quasi).

E questa è di quelle listate a lutto, perchè di ciò si tratta.

Il mondo del vino veronese e italiano ha perso un suo grande interprete e protagonista: Sergio Zenato, dell'omonima, famosa azienda di S.Benedetto di Lugana.

Se l'è portato via una leucemia fulminante, contro la quale aveva combattuto fino all'ultimo con ostinazione, ma anche con una invidiabile forza di carattere, e una voglia di vivere ammirevole.
Con Sergio infatti abbiamo diviso gli ultimi viaggi-studio di Assoenologi, trasferte sempre impegnative (e l'ultima, in Ungheria, si era rivelata particolarmente faticosa).
"Io con i giovani sto bene, mi diverto un mondo" mi aveva detto anche durante il nostro ultimo viaggio.

Per gli enologi della sezione Veneto Occidentale era diventato un po' una mascotte, gli erano tutti molto affezionati, al punto che era l'unico produttore "non-enologo" a venir invitato a partecipare ai viaggi: si era arrivati persino a scherzare con lui circa la possibilità di fargli attribuire il titolo di "enologo ad honorem".

Per meriti acquisiti sul campo.

Perchè come produttore, in effetti, Sergio Zenato dava dei punti - tanti - a parecchi colleghi, veronesi e non.

Non solo perchè i suoi vini - dal Lugana al Valpolicella Ripasso, all'Amarone della Valpolicella - sono presenti ovunque nel mondo, ma soprattutto perchè il suo stile - espresso in particolare nell'Amarone della Valpolicella "Riserva Sergio Zenato" - è assolutamente inconfondibile.

Personalmente, conoscevo Sergio Zenato da molti anni: credo anzi che sia stato uno dei primi produttori con cui ho avuto a che fare, sicuramente il primo "luganista", ed è merito suo se ho cominciato a interessarmi anche a questo vino: il Lugana "Santa Cristina" mi aveva conquistata fin dal primo bicchiere.

Vivace come un ragazzino, Sergio Zenato era uno istintivamente simpatico, generoso, socievole, dinamico, aperto e curioso del mondo; negli ultimi anni aveva lasciato sempre più spazio e margini di manovra ai figli Nadia (che si occupa dei mercati esteri, delle relazioni esterne ed è anche responsabile regionale dell'Associazione Le Donne del Vino) e Alberto (responsabile del mercato italiano e della produzione), ma continuava a mantenere saldamente in mano la barra dell'azienda.

Ora tocca a loro: alla signora Carla, e agli amici Alberto e Nadia (cui va tutta la nostra forte solidarietà e la nostra affettuosa amicizia in questi duri momenti) prendere in mano la sua eredità - umana e morale, non solo aziendale - e portarla avanti, farla crescere: sicuramente non sarà facile.

Ma Sergio credeva nei suoi, e dato il suo infallibile fiuto nel produrre vini di successo e nel giudicare le persone, non abbiamo dubbi che riusciranno nell'impresa.

A noi resta il rimpianto di non aver potuto, per forza di cose, frequentarlo abbastanza, ma anche l'orgoglio e la gratitudine per aver conosciuto una gran brava persona.




06.07.08

Scatti ungheresi

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Carrellata di immagini dall'Ungheria




Convegno: Professione Vino

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"Professione vino - viaggio nel tempo tra arte e mestiere, i protagonisti raccontano" era il titolo del convegno che ha aperto l'XXI Mostra del M.Thurgau in Val di Cembra.

Riceviamo e pubblichiamo il resoconto ufficiale degli interventi.

"Negli ultimi vent'anni lo sviluppo della viticoltura e dell'enologia ha reso più complessa un'attività che un tempo si riconduceva ad un unico mestiere e, se si vuole, all'arte di un'unica persona: di fatto, ha trasformato sempre di più la vinificazione in un'impresa collettiva.

Il convegno della XXI edizione della Mostra di Cembra, dal titolo: 'Professione vino. Viaggio nel tempo tra arte e mestiere. I protagonisti raccontano' si è soffermato su questo processo, non tanto per produrne una rievocazione storica, quanto, su invito del moderatore Enzo Vizzari (Responsabile Guide de L'Espresso) per delinearne le possibili prospettive in una congiuntura economica difficile.

Proprio Vizzari, pur confermando la stagione positiva delle produzioni italiane, ha sottolineato la fragilità del sistema vino-Italia, in cui professionisti eccellenti si confondono, a volte, con presenze meno competenti. Di fronte ad una fase in cui la dispersione di risorse sarà meno facile da sostenere, la necessità di consolidare gli anelli della filiera-vino sembra assumere un rilievo considerevole.

Giovanni Ferrari, produttore e nipote del grande Giulio, ha ricordato l'evoluzione dell'attività in campagna, soffermandosi sulla valenza di alcuni progetti condotti negli anni '80 sul territorio locale, e soprattutto sul grande progetto di zonazione condotto dalla Cantina La Vis negli anni 1990-1996, progetto che ha prodotto un mutamento della condotta dell'agricoltore nel vigneto, soprattutto nella stagione prevedemmiale.

Al lavoro nel vigneto si è ricollegato Stefano Chioccioli, wine-maker di fama, che ha ribadito la necessità di interpretare le risorse del territorio, di riconoscerne la vocazione (interrogandosi sul destino di alcuni, vasti territori coltivati a vite che forse potrebbero conoscere una riconversione). Per Chioccioli, gli scenari futuri saranno quelli di una maggior divaricazione tra il segmento dei vini di brand, di marchio e quello dei vini di territorio (di tradizione, di fama, italiani come francesi), vini unici, difficili, che dovrebbero però poter assumere un profilo moderno. I vini di massa dovranno essere prodotti correttamente, ma la tendenza, nel lungo periodo, dovrebbe essere quella di limitarne la produzione.

Mauro Catena (Responsabile vini Gruppo Coltiva) ha portato il contributo dell'esperienza di un'azienda che opera nella grande distribuzione.
Il 60% della produzione, riguarda, infatti, il vino da tavola. In questo contesto ha dato notizia di alcune innovazioni relative ai contenitori, soprattutto al contenitore QB (quanto basta), una confezione da 0,25 che sarà offerta, nelle diverse varietà di vino, alla ristorazione. Un servizio per i ristoratori, ma anche per i clienti, che dovrebbero in tal modo poter evitare di superare il tasso alcolico previsto come soglia dal nuovo codice della strada.

Claudio Caldana (Direttore Acquisti DIAL) ha parlato della difficoltà di qualificare le produzioni sul grande mercato, riportando gli esempi tedeschi (dove anche alcuni discount si rivolgono ai sommelier per ricevere un'attestazione autorevole sugli acquisti di vino), come pure esempi spagnoli, dove la qualificazione viene operata dai territori nel loro complesso, e non da singole iniziative private.

Massimo Bertamini, Docente e coordinatore della Sezione Post-secondaria e Università della Fondazione Mach di S. Michele all'Adige, ha espresso la necessità di investire di più nella formazione - anche in quella universitaria - in cui, a dispetto delle numerose facoltà di enologia italiane, il livello non ha ancora raggiunto l'eccellenza.

Giuseppe Vaccarini ha esposto i primi passi dell'Associazione Sommelerie Professionale Italiana, un'associazione che raccoglie i soli sommelier professionisti, il cui scopo non è solo quello di consigliare il vino, ma anche quello di promuoverlo e di indirizzare la gestione della cantina, operazione spesso trascurata dai ristoratori.

Provocazioni ma anche tante idee che devono far riflettere su questo fantastico mondo che abbisogna non solo di marcata professionalità ma soprattutto di relazione e comunicazione tra i diversi anelli di questa filiera: questo a garanzia della qualità questa volta sì a 360°".




03.07.08

Neocolonialismo culturale

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"Se c'è una cosa che i produttori di vino non possono permettersi di fare, è quella di stare zitti e fermi, di non fare nulla, sperando che questa cosa passi. Perchè non passerà.
Anzi.
E' destinata ad aggravarsi".

Così mi disse il prof. Alberto Bertelli, in una conversazione di un paio d'anni fa.
Aveva ragione.

La "cosa che non passerà" è questa ondata di neo-proibizionismo che sta investendo a più riprese e in maniera sempre più scoperta un po' tutta l'Europa, compresi - direi soprattutto - paesi produttori come Italia, Francia, Spagna, Grecia, Portogallo...e contro la quale il mondo del vino italiano non sembra reagire in maniera significativa (salvo aderire a qualche progetto sovranazionale).

Forse perchè pressato da altri e ben più gravi problemi (come questo), o lacerato da ben altre e più serie discussioni (come questa).

Sta di fatto che, anzichè far fronte comune e cercare di opporsi con forza a chi sta prendendo a picconate uno dei capisaldi della nostra civiltà, ci si sfinisce in discussioni filosofiche, tanto sacrosante quanto - in questo preciso momento storico - fuori luogo e fuori tempo.

Perchè il "nemico" non è la GDO.
O il piccolo produttore.
O chi critica i disciplinari delle Doc.
O chi li difende.
O chi fa il vino "all'industriale".
O chi lo fa "alla contadina".

Il "nemico" non sono nemmeno le leggi dell'Europa Unita, o la nuova OCM vino.
Ma, molto più subdolamente, è il tentativo di neocolonialismo culturale che ci troviamo a dover subire, e che nessuno, o quasi, finora sembra riconoscere come tale.

Eppure, proprio il presidente dell'Unione Italiana Vini Andrea Sartori l'ha detto a chiare lettere, in più di una occasione: "Ad avere l'atteggiamento più negativo nei confronti del vino sono i paesi del Nord Europa, dove i modelli di consumo sono drammaticamente diversi dai nostri. E i paesi produttori che subiscono questo approccio perdono un 4-5 per cento di consumi interni ogni anno".

Modelli di consumo drammaticamente diversi dai nostri.

Ovvero: durante la settimana non si bevono alcolici se non in quantità minime, ma nel week end ci si abbandona all'ubriacatura e al binge drinking..

Come ha correttamente e chiaramente già detto qualcuno, al nord bere è un vizio. Al sud è alimentarsi.

Questo distorto rapporto con l'alcol sta penalizzando il mondo del vino sotto tutti gli aspetti.
Fermo restando che l'abuso di alcol, come tutti gli eccessi, è da condannare e da combattere, non è tuttavia ammissibile accettare supinamente atteggiamenti, comportamenti, modi di pensare che non ci appartengono , lasciandoci trattare come terra di conquista da "civilizzare" ad uso e consumo altrui.

Il vino fa parte della dieta mediterranea, della cultura alimentare, storica, antropologica delle civiltà del Mediterraneo, e come tale va presentato e proposto.

Prima di essere una questione politica, sociale o economica, questa che si va prefigurando è dunque una questione culturale.
E non tanto perchè la nostra cultura mediterranea sia da ritenersi superiore ad altre: ma perchè è la nostra, ha lo stesso diritto al rispetto di qualsiasi altra.

Ci aspetta un lavoro lungo e difficile: educare.

Educare i nostri concittadini a difendere la propria identità e a non diventare succubi di modelli imposti da altri, e tutti gli altri a rispettare la nostra storia e le nostre scelte alimentari (le quali, evidentemente, tanto sbagliate e/o disgustose non devono essere, se è vero che tutto il mondo ce le invidia e tenta di imitarle).

Altro che appelli.

ps: nei prossimi giorni la frequenza dei post subirà un certo rallentamento. Ogni tanto, qualcosa di nuovo uscirà...nel frattempo, fate come me.

Godetevi l'estate.