
Un racconto per l'estate.
Questo che segue è tratto dalla raccolta "Il racconto mai scritto" , a cura dell'Associazione Nazionale "Le Donne del Vino".
"Tetro e ogivale è l'antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d'inverno. E l'adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c'è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune pressoché inesplorate" (da: "Racconto di Natale", di D.Buzzati, in "La boutique del mistero").
Quando gli avevano parlato di una pieve antica, Jan Federisi se l'era immaginata più o meno tale, come la cattedrale che sorgeva vicino a casa sua, così simile all'incipit di un racconto di Buzzati - non è che se ne intendesse molto, di architettura e chiese - ma nel momento in cui la vide capì di aver preso un formidabile abbaglio.
Perché l'edificio che aveva davanti era una splendida costruzione in pietra che di tetro non aveva proprio niente; era anzi luminosa e chiara, con un'alta e massiccia torre campanaria, a pianta quadrata. A fianco della pieve si apriva un elegante chiostro, tutto colonnine e archetti, con al centro un pozzo. La porta della chiesa era aperta: anche l'interno solenne e quieto era tutto in pietra, solo la copertura si presentava a travature lignee.
"Longobarda".
La voce inattesa lo fece sussultare: l'ometto si era come materializzato alle sue spalle. "Sissignore" proseguì quello "Così dicono gli studiosi. Questa pieve ha muri e ciborio di età longobarda - lo vede quel manufatto con quelle quattro colonne la' in fondo, sull' altare? ecco, quello è il ciborio - Ma il chiostro e il campanile sono romanici. Anzi, tutta la parte orientale della chiesa è romanica...Lei è un turista? Le interessa ascoltare la storia della pieve?"
Jan scosse la testa: "Mi chiamo Jan Federisi, sono un musicista. Ero venuto in sopralluogo, stasera con il mio gruppo dovrei tenere un concerto qui in chiesa, e volevo..."
"Ma certo! Il famoso violinista! Che stupido, avrei dovuto capirlo da solo..." l' interruppe l'uomo accennando alla custodia dello strumento che Jan teneva sottobraccio.
Gli tese la mano: "Mi chiamo Guido, sono il custode del piccolo museo archeologico qui accanto. Ha un po' di tempo? Glielo mostro, è interessante...no? Beh, lasciamo stare allora, voglio mostrarle un'altra cosa, venga con me, è qui vicino".
Un po' divertito, un po' seccato per l'allegra petulanza del personaggio - quanti anni avrà avuto? Sessanta, settantacinque? Aveva l'energia di un ragazzino e l'incedere di un anziano - il giovane musicista seguì l'uomo fuori dalla chiesa, lungo uno stretto vicolo in discesa e dopo qualche minuto entrò con lui in una casa.
"Ecco, questa è una tipica abitazione della Valpolicella, fino a cinquant'anni fa erano tutte così, nelle nostre contrade".
Con un largo gesto orgoglioso, Guido introdusse l'ospite in una stanza arredata con la semplicità dura di chi è abituato a lavorare sodo e dalla vita non si aspetta sconti. Un tavolo, qualche sedia, il focolare, un paio di padelle in rame appese al muro, una cuccuma annerita sul fornello.
Jan si avvicinò al tavolo e prese in mano una ciotola di legno:
"E' bagnata..che strano, non mi sembra un ambiente umido, questo" osservò incuriosito.
Guido fece un sorriso strano: "E' sempre bagnata. Quella è la ciotola che piange".
Il giovane fece un salto indietro: "E'...che cosa?!".
"Fantasie. Superstizioni. Comunque, quella è la ciotola che piange, e basta".
E non ci fu verso di cavargli niente di più. Dopo aver visto anche la seconda stanza, un'umile camera da letto, come a volte se ne trovano ancora in giro per le campagne venete più povere e isolate, i due tornarono nella piccola piazza del paese.
Il sole era tramontato, e il campanile scandiva l'ora della cena. Il musicista avrebbe voluto andare in albergo, unirsi ai suoi compagni ma non riuscì a liberarsi dell'uomo, che insistette per averlo ospite a cena a casa sua: "Lei viene da lontano, da dove, ha detto? Palermo, Agrigento, Catania? Qui a S.Giorgio vengono da tutto il mondo, sa?
È così bello il nostro paese, 300 anime su un cocuzzolo di pietre a 300 metri sul livello del mare, una terrazza sulla Valpolicella e sul Lago di Garda, e quando è limpido si vedono anche gli Appennini, e la gente arriva perfino dalla Svezia e dall'America, per sposarsi nella pieve o tenere concerti, come lei stasera, sentirà che acustica.
Sissignore, da tutto il mondo vengono...per scoprire il segreto di S.Giorgio".
Guido cicalava instancabile, l'orologio scappava avanti e Jan cominciò a friggere d'impazienza: al concerto mancava meno di mezz'ora.
"Aspetti un momento, le faccio assaggiare..." insisteva l'uomo.
"La ringrazio Guido, ma non posso più trattenermi. I miei colleghi saranno già in chiesa, dobbiamo accordare gli strumenti".
"Aspetti, le dico. Non se ne pentirà". D'un tratto il tono era cambiato. Da amichevole e cordiale si era fatto deciso e calmo: un ordine. Jan, che aveva già iniziato ad alzarsi, si risedette.
"Maida! Porta quello buono". Sulla soglia della saletta da pranzo, dove avevano cenato da soli, si affacciò una ragazza in jeans e maglione. Aveva dei capelli magnifici, lunghissimi, neri e lucenti come i suoi occhi.
Sorridendo all'ospite, posò sul tavolo una bottiglia e due bicchieri, prima di sedersi anche lei davanti a Jan, fissandolo con una certa sfrontata allegria, senza parlare.
Con una punta d' inquietudine per i minuti che sentiva scorrere inesorabili, il musicista si trovò a osservare affascinato l'uomo che versava nei bicchieri un vino color rubino scurissimo e lucido, con sfumature violacee.
"Questo è un Recioto della Valpolicella del '97" spiegò Guido "Viene dal mio campetto della Grola, terra benedetta di vigneti e ciliegi, non ce n'è un'altra come quella per il Recioto".
L'ometto parlava, parlava: uve, vendemmia, selezione, appassimento, legni e bottiglie, tempo, pazienza, freddo, ma Jan non lo ascoltava più.
Si era perso nello sguardo della silenziosa Maida e in un bicchiere di quel vino stregato.
"Ha profumi scuri e dolci di viole, more e mirtilli come la voce di un flauto - mormorò sorpreso quando portò il bicchiere al naso - Mi ricorda l'apertura del Prélude à l'après-midi d'un faune di Claude Debussy, con queste note di cioccolato e cuoio caldo che sembrano la voce dei corni e degli oboi e i glissando delle arpe, in un crescendo quieto, rilassato, confidenziale..."
Ne prese un lungo sorso: "Che meraviglia! E' dolce... sa di ciliegie sotto spirito e ancora cioccolato, con una punta di vaniglia e mandorle amare nel finale... come il tema del flauto, quando si ripresenta rinnovato nel ritmo e nella melodia...Perché la ciotola piange?" chiese all'improvviso, rivolgendosi alla ragazza.
"E' legno di vite dei campi della Grola. La terra non è dei contadini, è di... certi padroni. Vogliono venderla" rispose lei.
"Ma se la vendono, allora... che ne sarà dei vigneti... e l'uva?... E di questo...Recioto...?" farfugliò confuso.
Maida sorrise e non rispose.
"Dio, che tardi! Scappo. Grazie ancora, di tutto". Jan si alzò a malincuore, un'occhiata di rimpianto alla bottiglia e alla ragazza.
Guido e Maida lo accompagnarono alla porta e lo videro mettersi a correre verso la pieve. In testa il Recioto non smetteva di cantargli il suo andante più suggestivo.
Sebbene avesse una voglia matta di farlo, Jan Federisi non osò più voltarsi indietro. Perciò non vide la fada Maida dissolversi in un'ultima risata silenziosa e non sentì il vecchio orco Guido borbottare soddisfatto:
"Ha il segreto di S.Giorgio. Tornerà".
nb: Fade e orchi sono personaggi tipici del folklore delle montagne veronesi.