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27.08.08

Qualità innata e qualità conferita

Thumbnail image for vigneti a picco sul Douro (P)

Recentemente, si è tenuto a Pitigliano un'interessante convegno dedicato al mondo della cooperazione vitivinicola, organizzato dallo scrittore Andrea Zanfi e dalla Cantina Cooperativa di Pitigliano, in occasione dei festeggiamenti per il suo 50° Anniversario.

Titolo dell'incontro: "Il ruolo, le opportunità e le prospettive che, ancora oggi, sono in grado di offrire le cooperative vitivinicole".

Chi scrive non ha potuto essere presente, ma tra i molti autorevoli interventi, tutti ricchi di spunti di riflessione a giudicare dalla documentazione stampa (se ne può avere un'idea qui), quello del prof.Attilio Scienza dev'essere stato uno dei più interessanti.

Eccone un estratto (ndr: il grassetto è mio):
"Nel designare la qualità di un vino, in Italia contrariamente alla Francia, non si è mai fatta la distinzione tra la qualità innata e quella conferita.

La qualità innata è quella che nasce dal vigneto, dall'interazione del vitigno con le condizioni pedoclimatiche e colturali, mentre quella conferita è il risultato della tecnologia enologica.

Perché è importante tenere distinte queste due componenti della qualità?
Perché è necessario adottare strategie di ricerca, di valorizzazione, di difesa e di comunicazione diverse.

Nel recente passato abbiamo creduto che fosse sufficiente avere una cantina attrezzata e moderna per supplire alle carenze compositive dell'uva: la nostra era un'enologia di correzione non di valorizzazione.

Ci siamo però accorti che malgrado tutte le applicazioni dell'innovazione enologica, la qualità dei nostri vini non migliorava, anzi diventavano sempre più simili tra loro, banali, senza carattere.

Si è allora compreso che bisognava tornare al vigneto se si voleva ridare tipicità al vino, riconoscibilità.
Tornare al vigneto vuol dire prima di tutto capire quali sono le sue potenzialità qualitative che sono insite nel suolo: la qualità del vino è davvero sotto i nostri piedi!

Naturalmente alla fase conoscitiva che ci dà la misura del ruolo delle risorse naturali, deve seguire una fase di ottimizzazione del rapporto tra ambiente e vitigno, dove cerchiamo di limitare gli errori fatti nel passato nella coltivazione dei vigneti, in virtù di una viticoltura che puntava sulla quantità e non sulla qualità, cercando di modificare i sesti di impianto, le scelte genetiche (portinnesti e cloni), la gestione del suolo e della chioma.

Per poter fare questo oggi si dispone di una tecnica ormai collaudata in decine di esperienze condotte nell'ultimo trentennio in molte zone viticole italiane, chiamata zonazione viticola. (...)

Naturalmente i committenti di una zonazione possono essere soggetti diversi come una Regione, una Provincia, i Consorzi o addirittura le singole aziende, ma i migliori risultati si ottengono, e la Cantina di Lavis ne è la testimonianza più concreta, se la zonazione viene realizzata in un territorio controllato dai soci di una Cantina sociale.

E' stato dimostrato infatti che le maggiori ricadute sulla qualità del vino, si realizzano se alla fase di studio dell'interazione e successiva ottimizzazione, segue un progetto di coinvolgimento dei Soci nell'accoglimento dell'innovazione scaturita dalla ricerca e di comunicazione dei risultati al consumatore.

Questo impone che nella zonazione vengano coinvolte numerose professionalità, dal pedologo all'agronomo, dall'enologo all'uomo di marketing.

Siamo alle soglie di grandi cambiamenti, sia nella normativa che regola le Denominazioni per effetto dell'OCM, sia nei gusti del consumatore e nel mercato del vino.
La produzione deve adeguarsi a queste nuove esigenze, da un lato difendendo la tradizionalità dei vini, ma dall'altro proponendo nuove tipologie di vino per un mercato che dà poco valore al nome dei luoghi di origine e che ricorda invece molto bene una decina di varietà.

La differenza la farà quella zona di produzione che riuscirà a legare il suo vino alla storia, alla cultura, alla gastronomia, perché solo questi aspetti del tempo libero e dell'evasione, faranno la differenza nei confronti delle viticolture aggressive e industrializzate del Nuovo Mondo ".

Il mondo attuale sta ponendo ai produttori del vino interrogativi e problemi nuovi.

Pretendere di rispondere ai primi o di risolvere i secondi con strumenti nuovi ma approcci mentali superati porta al fallimento dei propri sforzi.

D'altro canto, sarebbe saggio anche prendere atto, ogni tanto, che non si può avere (sempre) la luna nel pozzo: i vini migliori dai vigneti più vocati e dai vitigni più adatti sono una "merce" con una disponibilità limitata.

Il che ci porta a sospettare che la cosiddetta "terza via" tra una fedeltà assoluta al territorio e al vitigno, e una "maggiore elasticità" di interpretazione dei medesimi, così come richiesta da alcune logiche di mercato, in realtà non esiste.

Qualità innata e qualità conferita in un vino possono (devono) coesistere. Sempre.

Ma se la prima per sua natura non c'è, non esiste straccio di legge che possa dargliela.




25.08.08

La quarta Docg

Doc Gambellara.jpg

...e quattro.

A distanza di 10 anni dalla prima - il Recioto di Soave - è giunta per il Veneto dei vini anche la "g" numero quattro, la prima in terra vicentina.

Quella del Recioto di Gambellara.

Di seguito il comunicato stampa ufficiale:

"La vendemmia in corso nel Veneto vede la nascita della quarta Denominazione d'Origine Controllata e Garantita della Regione: la DOCG "Recioto di Gambellara", nelle due tipologie Classico e Spumante.

Il relativo Decreto ministeriale, datato 1 agosto 2008, è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 196 del 22 agosto scorso.

"Per l'enologia Veneta - ha affermato il vicepresidente Franco Manzato - è un nuovo importante traguardo di qualità nel contesto di una piramide produttiva capace di soddisfare qualsiasi esigenza, con punte di assoluta eccellenza mondiale, al migliore rapporto prezzo - qualità.
E che non sia una frase fatta ma un vanto concreto, lo dimostra il fatto che il Veneto esporta all'estero oltre il 60 per cento della sua produzione enologica, per una quantità che nel 2007 ha superato 4.791.039 ettolitri, per un valore di 930.517.339 euro.
Di questo valore, 543.879.884 euro sono rappresentati dal vino venduto nell'Unione Europea, e 250.828.584 euro da quello venduto in America Settentrionale.

Il Veneto esporta dunque oltre il 28 per cento della produzione nazionale, in quantità e valore. E questa quarta DOCG, che si aggiunge al Recioto di Soave DOCG, al Bardolino Superiore DOCG e al Soave Superiore DOCG, è foriera di ulteriori traguardi economici, di soddisfazione per i produttori e di valorizzazione del territorio.
"A questo proposito - ha aggiunto Manzato - confermo la volontà di utilizzare i nostri vini e le altre produzioni agroalimentari di qualità del Veneto come veicolo di promozione, secondo una strategia che prevede di accompagnare i nostri prodotti certificati con il logo unificato del Leone di San Marco, affiancato dalla stella a sette punte e dalla frase "Veneto: tra la terra e il cielo". Stiamo inoltre studiando la possibilità che, "strappando" questo marchio, il consumatore trovi una immagine significativa del nostro Veneto. Il vino diventerà così un vero e proprio ambasciatore della nostra regione.

"A chi qualche giorno fa ci ha denigrato su un quotidiano definendo il Veneto regione produttrice di ciofeche - ha concluso il vicepresidente - oggi più di ieri posso dire che lui si tenga pure i suoi costosi spumanti francesi.
Noi e il resto del mondo ci "accontentiamo" di: Amarone, Prosecco, Soave, Recioto, Custoza, Bardolino, Raboso, Fior d'Arancio, Tai ecc. ecc.: spendiamo di meno, beviamo meglio e accompagniamo col vino più adatto tutte le occasioni conviviali".
Nella Gazzetta Ufficiale sono stati anche pubblicati la modifica al disciplinare DOC Gambellara e l'aggiornamento di quello della DOC Breganze".

Fin qui l'ufficialità.

In questi ultimi anni, ho avuto modo di seguire da vicino l'evoluzione che sta vivendo la Doc Gambellara, stretta tra un'ingombrante vicina - la Doc Soave, tra le più attive in Italia quanto a comunicazione - e il legittimo desiderio di trovare una più precisa identità per un vino - il Gambellara nelle sue diverse tipologie - che con il Soave condivide l'uva (la garganega: la quale, curiosamente, qui cambia genere, e diventa il garganego) e alcune caratteristiche ambientali (la vulcanicità di certi suoli collinari).

Il Consorzio di Tutela sta facendo sforzi ammirevoli in questa direzione, insistendo con i produttori affinchè si impegnino sempre di più sul fronte della qualità, e obiettivamente i risultati gli stanno dando ragione: i vini che si assaggiano sono sempre migliori, piacevoli, centrati.

Ma, al di la' di questi progressi, l'elemento più interessante e caratterizzante di questa piccola Doc vicentina (estesa su poco più di un migliaio di ettari di vigneti: più o meno quanti ne possiede, da solo, il suo più illustre concittadino-produttore) è un vino raro, difficile da realizzare, quasi scomparso, e sul quale lo stesso Consorzio sta giocando un'importante partita di recupero e studio: il Vin Santo di Gambellara, unico Vin Santo veneto a fregiarsi della denominazione d'origine controllata.

A mio parere sarebbe stato giusto chiedere per questo vino il riconoscimento della "garantita", così da per renderlo ancor più (strategicamente) importante e prezioso.

Così non è stato: ma c'era davvero tutta questa fretta di appuntarsi sul petto la medaglia di una nuova Docg?
Il mercato aveva davvero bisogno dell'ennesima Docg?

Certo: il Vin Santo è ancora sotto la lente d'ingrandimento di ricercatori e produttori-sperimentatori.
E il disciplinare di produzione stilato da un'apposita commissione di lavoro è molto rigido, esigente.

Forse scoraggiante, per molti. Difficile da applicare, impegnativo.
Sicuramente selettivo.

Ma i diamanti non affiorano per terra come i sassi: per trovarli bisogna scavare.

Lo stesso dicasi per i vini più particolari, originali, caratterizzati: per ottenerli occorre lavorare, più che per qualsiasi altro tipo di vino.

L'auspicio è che questa nuova Docg non sia nata per le solite quanto inconfessate ambizioni commerciali: la "g", amici produttori, sta per "garantita" (per il consumatore), non (solo) per "guadagno" (vostro).

Ma forse ci stiamo preoccupando per nulla.

Tempo un annetto, e il problema delle denominazioni sarà stato superato dagli eventi...
quelli della nuova OCM vino.
La quale, al posto delle innumerevoli sigle dei nostri vini, ne ammetterà solo due: Dop e Igp.

Viva la semplicità.





24.08.08

La lezione di WS

wine_spectator_award[1].jpg

La notizia ha fatto il giro del mondo: come vincere un premio con un ristorante che non esiste.
Se a dare il premio fosse stato il quotidiano locale, o qualche altra rivista, beh, poco male.

Ma siccome a scivolare sulla buccia di banana è stata quella specie di oracolo di WS, apriti cielo. E' successo il finimondo.

Avezzi come siamo a confrontarci con certe (presunte) leggende metropolitane di vini "sartoriali" - ovvero "fatti su misura del degustatore e/o della guida" (peraltro in qualità molto limitata, sicchè in giro non li trovi mai) - , a noi italiani sarà scappato tutt'al più un sorrisetto di compassione/soddisfazione, e un pensiero:

"Gli americani non cambieranno mai.

S'incavolano come bisce se si accorgono che qualcuno li prende in giro.

Sono capaci di tollerare tutto, eccetto i bugiardi".

Non voglio inoltrarmi qui nei meccanismi che portano a premiare o meno un ristorante o un vino (avremo tempo e modo di divertirci quando usciranno le nuove guide), quanto piuttosto tentare una piccola riflessione.

Qual'è la lezione che ci viene da questa disavventura di WS?

Semplice: il tempo dei soloni dai giudizi inappellabili è tramontato.

Se una volta era pressocchè impossibile controllare in tempo reale la veridicità di un giudizio o di un fatto, ora - volendo - si può.
E la gente non è più disposta a bersi qualunque cosa le venga detta o data, o a dar credito incondizionato.
A nessuno.
Nemmeno a coloro che fino a ieri considerava vangelo.

Certo, l'errore è sempre dietro l'angolo: se possibile, le probabilità di commetterlo sono addirittura aumentate. Ma è aumentata anche la velocità con cui è possibile correggerlo.

Nell'un caso e nell'altro, trovo che si tratta di un bel passo in avanti nella democratizzazione dell'informazione.




22.08.08

European Wine Blogger Conference: appuntamento in Spagna

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E' un avvenimento a cui ci stiamo preparando - nel mondo "virtuale" dell'Open Wine Consortium - da mesi.

Il primo incontro internazionale tra wine blogger: un vero evento.
Idea e merito dell'organizzazione sono da ascrivere ai wine blogger Robert McIntosh, Ryan e Gabriella Opaz.

Per saperne di più, vi rimando al sito ufficiale e a questo comunicato EWBC,it.doc, preparato per i media italiani.

Non so quanto questa notizia riuscirà a "bucare" l'attenzione dei miei colleghi dei media tradizionali - tra un oro olimpico e una crisi internazionale, ci sono sempre millanta notizie più urgenti/importanti/interessanti da far passare -.

Come la maggior parte dei wine bloggers tuttavia, io credo che il modo di comunicare il vino stia vivendo una fase di profonda trasformazione: il mondo del vino può prendervi parte attiva, iniziando a dialogare con questi nuovi protagonisti (e media), che con il vino stesso hanno un approccio più diretto e smaliziato, meno ingessato. Più soggettivo, anche, sicuramente.
Ma, proprio per questo, più appassionato e coinvolgente.

Oppure può continuare beatamente a ignorarli, forte anche del fatto che il digital divide condiziona ancora pesantemente lo sviluppo e la diffusione della rete in molte parti del mondo (e persino della nostra penisola).

Vorrà dire che, quando l'evoluzione del mercato costringerà i produttori a prendere in seria considerazione le potenzialità della rete...sarà già tardi (come al solito).

All'appuntamento di Logroño sono attese più di una quarantina di persone, provenienti da molti paesi europei e perfino da oltreoceano (USA e Australia): per l'Italia, oltre a chi scrive saranno presenti alcuni dei wine blogger più noti (e apprezzati), come Giampiero Nadali alias Aristide, Gianpaolo Paglia, Filippo Ronco.

Saranno tre giorni intensi di dibattiti - quando si è alla prima esperienza congressuale, i temi in discussione sono sempre molti, e tutti interessanti -, ma anche di momenti conviviali, di scambi personali, di degustazioni e visite ad aziende...

Un'esperienza che si presenta exciting già sulla carta, insomma.

In attesa di potervi ragguagliare su come andrà questa prima EWBC, mi sembra doveroso/opportuno tentare di coinvolgere anche chi resta a casa.

Come detto, i temi di cui parleremo saranno più d'uno - wine blogging (in generale), "to rate or not to rate", advertising, eccetera...

Abbiamo dimenticato qualcosa? ditecelo.

Forse non riusciremo a sviscerare tutti gli argomenti, ma la macchina organizzativa, ormai lanciatissima, sta già puntando alla prossima meta: l'EWBC n.2...




19.08.08

Come si scelgono i vini?

winebooks.jpg

Un'interessante ricerca condotta a livello internazionale ha messo in luce quali sono i criteri di scelta dei vini dei consumatori di mezzo mondo a seconda dei diversi contesti: dal ristorante all'enoteca al supermarket.

L'indagine, che per l'Italia ha coinvolto l'Università di Siena e per il resto del mondo altri 9 atenei, ha riguardato poco meno di 3000 intervistati.

Poichè io l'ho già letta, vi anticipo le conclusioni, - chè tanto non è un film o un libro giallo, sicchè non penso di rovinare la sorpresa a nessuno.

Alla fine della fiera, si è scoperto che, quando si tratta di comprare una bottiglia in enoteca, o di scegliere un vino al ristorante, la gente si comporta più o meno allo stesso modo, si tratti di americani, australiani, italiani o brasiliani, e persino di cinesi.

In genere (e a dispetto di quanto sostenuto/letto/scritto finora), se ne infischiano allegramente degli score, delle etichette e delle retro, delle schede esplicative e delle recensioni sui giornali.

Non gli interessa niente di Doc o Aoc (gli unici che le prendono in considerazione sono quei fissati degli italiani e dei francesi), di gradi alcolici o del brand, e nemmeno delle eventuali medaglie, bicchieri o oggetti (g)astronomici assegnati.

Quando deve scegliere una bottiglia, il criterio principe che guida il consumatore è l'esperienza.

La propria, se la scelta avviene in enoteca: quella altrui, se si trova al ristorante.

Le persone cioè tendono a comprare vini che già conoscono, che hanno assaggiato.
Oppure si lasciano consigliare dal vicino di tavolo. A volte - incredibile - ascoltano perfino il sommelier.

Certo, non mancano le differenze nazionali/culturali, più o meno marcate: la scelta di un vino in base al vitigno, per esempio, è più importante per un neozelandese che per un francese, mentre cinesi e brasiliani guardano più alla marca che al vitigno .
Così come la retroetichetta è letta soprattutto da inglesi, tedeschi e italiani, e beatamente ignorata dal resto del mondo; dell'etichetta invece non importa nulla a nessuno, e lo stesso dicasi delle eventuali informazioni allo scaffale.

Si potrebbe continuare, ma lascio ai più curiosi il confronto approfondito dei diversi criteri di scelta e acquisto.

Morale della storia? Non si scappa: se l'esperienza personale è il criterio-principe, i produttori - ahimè per loro - dovranno continuare a fare tasting, fiere, manifestazioni, pranzi e cene di presentazione vini, calici-di-stelle e cantine-aperte.

Più i consumatori assaggeranno i vini, maggiori saranno le probabilità che poi li scelgano.

Tutto il resto - l'etichetta trendy, il premio vinto, il vitigno alla moda, il terroir e la sua storia - , come si dice, è grasso che cola.




18.08.08

Bottiglie al ristorante

ristorante Wunderlich.JPG

Lo ammetto, l'argomento è un po' (tanto) abusato.

Però è sempre attuale, come si evince dalla lettura di questo articolo.

D'altra parte, una delle (molte) lagnanze ricorrenti degli amici produttori riguarda proprio il tema in oggetto: ovvero, il prezzo delle (loro) bottiglie al ristorante.

Meglio: l'impossibilità di controllarlo.

"Io vendo il mio vino a 12,90 Euro, e in un ristorante l'ho trovato in carta a 100" mi ha detto una volta un noto produttore veronese.

D'accordo: tasse, balzelli, percentuali varie&assortite (distributore, grossista, agente, trasportatore...in ordine sparso) hanno il loro peso.

Al ristoratore resta poco, in fondo.
Ma al produttore anche meno.

E non si può negare che qualche ristoratore - forse in passato, più che adesso - abbia avuto, nel ricarico, la mano un po' (troppo) pesante.

Oggi i tempi del bengodi paiono finiti, vuoi per lo spauracchio dell'etilometro - si parla di un crollo del consumo di vino al ristorante che va dal 30 al 50 per cento - vuoi per i chiari di luna finanziari di cui stiamo soffrendo un po' tutti.

Il problema però rimane: come è possibile calmierare il prezzo della bottiglia al ristorante?

E se...in retro etichetta si ponesse il prezzo consigliato (dal produttore)?

Per quel che mi riguarda, una soluzione l'avrei già trovata.

Se avessi un iPhone, o un BlackBerry, o un aggeggio simile (che solo incidentalmente riceve/trasmette telefonate, perchè in realtà fa un milione di altre cose), mi comporterei come gli americani: un veloce collegamento a un sito come questo, e mi renderei subito conto se il fornitore di vino del ristorante si trova su Alpha Centauri, piuttosto che su Vega, dato il costo spaziale della bottiglia che ho scelto...




15.08.08

Buon Ferragosto

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...a tutti con (una) poesia.

Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell'albe senza rumore -
ci si risveglia come in un acquario -
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d'oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell'ordine che procede
qualche cadenza dell'indugio eterno
.

(Vincenzo Cardarelli, 1887-1959)




12.08.08

A proposito del vino "in cartone"

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Questo post è dedicato a coloro, illustrissimi e non, che si stracciano le vesti su un argomento molto discusso e/o discutibile, sul quale tutti si sentono in diritto di sputar sentenze, senza - ci scommetto - sapere di cosa stanno parlando (fuor di metafora: aver letto il decreto dalla prima all'ultima riga).

Quello che segue è un estratto da una doverosa precisazione di Fedagri-Confcooperative (grazie all'amico Giuseppe per la segnalazione).

Il testo completo è questo: Circolare Settore Vitivinicolo 7 agosto 2008.pdf

Dice dunque Fedagri-Confcoopertive:

"Come a suo tempo abbiamo anticipato in una nostra circolare - su richiesta della Filiera Vino avvallata dalla Conferenza Stato-Regioni - il Ministero ha approntato un Decreto che modifica il D.M. 7 Luglio 1993 in merito ai recipienti in cui sono confezionati i vini a D.O.

Il Decreto in parola, che consente il confezionamento dei vini a D.O. (con esclusione dei vini a DOCG) anche in contenitori diversi dal vetro (Tetra Pack e non Brick....) è stato firmato in data 4 Agosto dal Ministro Zaia ed è stato inviato alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Come si evince dal Decreto stesso la possibilità di utilizzare contenitori diversi dal vetro anche per i vini a D.O. è del tutto volontaria e discende dalla volontà dei produttori di una singola Denominazione di Origine di voler usare anche questa confezione alternativa rispetto al vetro.

E' evidente che importanti Vini a D.O. , prodotti in importanti territori, non avranno interesse ad utilizzare questa possibilità di imbottigliare i loro prodotti in confezioni diverse dal vetro.

Si tratta di un problema di mercato e come tale va considerato, senza creare inutili allarmismi" .

Chiaro, adesso?

E poi, smettetela di lamentarvi sempre di tutto, cercate di trovare il lato positivo (ce n'è sempre uno, da qualche parte).

Scegliete una bella confezione di vino in tetrapack e riciclatela così.

Con poca spesa avrete ottenuto due scopi: avrete dato il vostro contributo per risollevare l'economia delle cantine (le quali, se nessuno glielo compra, nè in vetro nè in tetra, del loro vino non sanno cosa fare), e avrete un nuovo oggetto utile.

Che potrete persino regalare a qualcuno.

ps: il vino nel tetra, non è necessario berlo...






10.08.08

Vendemmia 2008: notizie dalla campagna

corvinone verde.jpg

"Ferie? Già fatte, solo qualche giorno...no, no, a Ferragosto sono qui. Devo seguire la campagna".
"No, partirò più tardi, non so quando...non posso lasciare i vigneti proprio adesso".
"Come sta andando? potrebbe essere un'annata a cinque stelle. Oppure un disastro totale. Tutto dipende dalle prossime settimane".

Dipende. Speriamo bene. In teoria è ok, però...
Insomma, una (altra) vendemmia da interpretare.

Parlo con amici agronomi, enologi, consulenti e produttori e mi sembra di interpellare l'oracolo di Delfi; nessuno riesce a darmi una risposta chiara.

Giustamente.

Come sarà questa vendemmia? e chi lo sa. A rigor di logica e di buon senso, dovremmo rispondere: "Te lo dirò a...fermentazioni avviate. Meglio: a vino finito".

Invece, forse perchè a corto di argomenti di conversazione/proccupazione, ogni anno in quest'epoca ci si scatena con le previsioni.

Come sarà la vendemmia 2008? Sicuramente problematica. Nota distintiva di quest'anno è infatti la situazione sanitaria, con attacchi diffusi di peronospora e in alcuni casi persino di botrytis.

Chi non è riuscito a seguire con la massima attenzione i vigneti - o ha sbagliato la gestione dei trattamenti - avrà non pochi problemi con l'uva. La quale, in questo caso, non potrà essere di qualità eccellente.

Per il resto, la situazione è come dovrebbe essere.
Niente vendemmie da zone tropicali, le uve di terza epoca (come la corvina) si raccoglieranno appunto in terza epoca, e non in prima (generalmente parlando: in viticoltura non c'è mai niente di assoluto).

Le quantità saranno nella norma; ovviamente, le zone che nel 2007 hanno avuto un calo vistoso per motivi contingenti (nel 2007 la Sicilia ha avuto un calo del 50% dovuto proprio alla peronospora), quest'anno raccoglieranno più uva.

"Un dosso e un fosso fa un gualivo", si dice dalle mie parti.
Una cosa è certa: quest'anno, più degli altri, il ruolo dell'agronomo e/o tecnico di campagna e/o consulente viticolo appare centrale.

Finora l'attenzione dei media e dei produttori si è concentrata soprattutto sulla figura dell'enologo, meglio, del consulente di grido, trattato (e in alcuni casi pagato) come una stella del cinema (meglio: del calcio italiano).

Senza cadere in questi eccessi, sarebbe ora che i consumatori finali iniziassero a familiarizzare un po' di più anche con questo professionista perchè, parafrasando un noto spot, "no grape, no wine"!

ps: finora la previsione vendemmiale più sensata/credibile l'ha fatto un certo-ben-noto enotecaro-bloggarolo...




08.08.08

CAIR

cair.JPG

"Chevalier de Rhodes".

Si chiama così un vino rosso di mandilaria in purezza.
Buonissimo: fruttato, fresco, persistente e insolito.

Il mio viaggio nello straordinario mondo del vino di Rodi iniziò da questa bottiglia.
Era il 1996...

E' l'estate del 2008, e sono ancora qui a Rodi, in vacanza.
In questi anni abbiamo girato l'isola in lungo e in largo: coste, città, paesi, castelli, cappelle, boschi, spiagge, siti archeologici, mostre, teatri, acropoli, musei...

E vigneti.

La viticoltura rodinita infatti è la più importante del Dodecaneso, e d'antichissima origine: Rodi è stata una delle prime isole dell'Egeo a praticarla e a produrre vino, diventando il più importante mercato di vini e prodotti agricoli a partire dalla meta' del VII secolo, grazie anche alla sua potenza navale.
Era così orgogliosa dei suoi vini che le anfore destinate al loro trasporto verso i mercati "esteri" (del tempo...) erano marcate con un paio di bolli contenenti la rosa o la testa del dio sole, Elios, due dei simboli dell'isola, a mo' di garanzia circa la provenienza dall'isola.
Una sorta di Doc ante litteram, insomma.

I primi italiani a colonizzare l'isola furono i genovesi, nel 1248: poi, nel 1522, arrivarono i turchi, che vi rimasero per 4 secoli.
Nel 1912 diventò una colonia italiana, e nel 1948 entrò a far parte della Grecia.

Furono proprio gli italiani a fondare CAIR: Compagnia Agricola Italiana Rodi.

Era il 1928. A distanza di 80 anni, oggi CAIR è una cooperativa che vinifica la maggior parte dell'uva dell'isola: ca. 4400 tonnellate di uve l'anno (soprattutto bianche), per una produzione di 2 milioni di bottiglie. Di queste, solo l'8 per cento prende la via dell'estero, perchè il mercato di riferimento sono le isole circostanti e la madrepatria greca.

"Le nostre uve più importanti sono due: gli autoctoni athiri e mandilaria. Il primo è bianco, il secondo rosso" ci spiega il gentilissimo e cordiale direttore commerciale Dimitrios Alevizos.
"Solo negli ultimi 5 anni abbiamo impiantato anche quale vitigno internazionale, come syrah, merlot, cabernet sauvignon, chardonnay".

Dove si trovani i vigneti?
"La maggior parte è posta nella parte orientale dell'isola, sul monte Attaviros.
L'athiri di miglior qualità viene infatti da qui, mentre il mandilaria viene coltivato più in basso
".

Qual'è il vostro vino più importante?
"Uno spumante metodo classico da uve athiri (65%) e chardonnay (35%). I nostri vini si distinguono per i profumi e il frutto, non facciamo molto invecchiamento in legno. Abbiamo fatto qualche esperimento in tal senso, ma le nostre uve non si prestano ai lunghi invecchiamenti e i nostri consumatori non amano il gusto barricato. Preferiscono vini più freschi, che riflettano il nostro territorio.

Rodi e la Grecia in genere hanno dei vitigni locali eccellenti, tutti da scoprire - sospira Dimitrios - Peccato che i nostri enologi non li prendono in considerazione, e preferiscano applicarsi ai soliti vitigni internazionali. Ma se la gente ha voglia di Cabernet o Merlot li può trovare ovunque nel mondo, mentre noi possiamo offrire qualcosa di veramente diverso".

Dopo la chiacchierata introduttiva, la visita prosegue con l'enologa Eve Hatzistamati, di scuola francese, che ci mostra la zona di pressatura ("ogni pressa riceve solo una determinata qualità di uva" spiega), l'area di vinificazione con i famigliari fermentini in acciaio, quindi gli spazi per l'imbottigliamento.

La degustazione avviene nell'ampio wine shop; ecco alcune osservazioni.

Rodos 2400, 2007. Un vino bianco da athiri in purezza creato nel 1992 per celebrare i 2400 anni di nascita dell'isola. Il colore è un paglierino molto chiaro, brillante, i profumi agrumati ricordano il pompelmo giallo con un accenno di ananas.
Gusto coerente, agrumato, con una leggera nota di erbe aromatiche e un finale pulito.
Voto (da 1 a 5): @@@
(Alcol: 12% Vol. Prezzo al pubblico: 6,30 E)

Heliouchora 2007. Un curioso rosè che nasce dall'uvaggio di athiri e mandilaria, pressate insieme e poi vinificate. Colore rosa pallido, con sfumature rosse, profumi dolci di fragola, lampone, banana, ciliegia. A dispetto dei sentori olfattivi, in bocca è secco, deciso, con un finale leggermente amarognolo.
Voto: @@@
(alcol: 12% Vol.)

Moulin 2007 Semidry. Altro rosato "bianco-rosso", questa volta da mandilaria e Moscato di Trani. Il colore rosa è più intenso del precedente, i profumi fruttati e dolci. In bocca è più rotondo, complesso, e con ottimo retrolfatto.
Voto: @@@@
(Alcol: 12% vol. Prezzo: 4,70 E)

Archontiko 2000. Un rosso "importante" da uve mandilaria (70%) e grenache (30%) (ebbene, sì! il nostro Tai rosso). Colore rubino non denso, sfumato di rosso, profumi di confettura di frutti rossi, marmellata, spezie (pepe e vaniglia: è uno dei pochissimi vini della CAIR che subisce un affinamento in barrique). In bocca è pieno, di bella persistenza, con ricordi di spezie e incenso.
Voto: @@@@
(Alcol: 12% Vol. Prezzo: 7,20 E)

Muscat de Rhodes 2006. Poteva mancare un vino dolce? Assolutamente no.
Da uve moscato di Trani, è un vino alcolizzato (cioè con aggiunta di alcol in fermentazione) di un colore paglierino chiaro, con sfumature gialle, sentori abbastanza dolci, floreali (rosa), fruttati (mela Golden), con un po' di miele e cera. In bocca ricorda la frutta secca e, nel finale, le mandorle dolci. Ideale con i dolcetti tipici di Rodi a base di miele...ma perfetto anche da solo, data la grande bevibilità (una caratteristica condivisa da tutti i vini qui assaggiati...)
Voto: @@@@
(Alcol: 15% Vol. Prezzo. 4,90 E)

nb.: a proposito degli score del vino. Le chiocciole stanno a indicare il mio livello di gradimento dei vini assaggiati.




06.08.08

Gli score del vino

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Il dibattito sta infiammando (nonostante il caldo) la rete dei wine blogger:
il sistema degli score del vino è ancora valido/efficace/utile o è giunto il momento di pensare a qualcos'altro?

L'interrogativo - tutt'altro che nuovo ma sempre attuale e discusso/discutibile, come la Finanziaria di turno - gira in questi giorni su wine blog come Aristide, 1WineDude e Steve Heimoff, per citarne solo tre.

In pratica, cosa si rimprovera al vecchio sistema dei punteggi?

Tre cose, innanzitutto:
- non esiste un sistema univoco. C'è chi valuta in centesimi, chi in decimi, chi in ventesimi, chi in stelle, cappellini, bicchieri, grappoli...

E se un 90/100 dato da R.Parker decreta il successo definitivo di un vino, basta prendere un 89 per vederlo condannare agli inferi del commercio.

Un po' come quando, il giorno della laurea, prendevi 109/110 anzichè il meritatissimo 110/110. Uno scorno che ti portavi dietro tutta la vita ("cosa ca..o gli costava darmi quel fot...mo punto in più??!").

- "gli score ingenerano un falso senso di sicurezza". Se quel vino ha preso 90/100 da Parker significa che è buono. Punto.
(In realtà è buono per Parker, o per il wine critic di turno. Ma a questo raramente si pensa).

- "alla fine, è un giudizio di eccellenza". Appunto. In realtà non dovrebbe essere così, perchè il giudice ultimo di un vino è colui che lo compra e lo beve.

Io credo che un sistema di valutazione i vini debbano comunque averlo.

Per chi si avvicina per la prima volta al mondo del vino, i punteggi dovrebbero avere la stessa funzione delle bandierine sulla cartina geografica di un territorio sconosciuto: sono - dovrebbero essere - dei semplici punti di riferimento.

Certo, i neofiti potranno anche scambiarli per giudizi di valore (come è successo ai seguaci di Parker). E potranno anche decidere che quello che piace ad un certo wine critic piacerà anche a loro, perchè hanno gli stessi gusti.

Ma altri prenderanno vie diverse.
A forza di assaggiare questo e quello, capiranno quali stili/tipologie/produttori di vino sono nelle loro corde, e quali no. Impareranno così a conoscere il territorio.

E ad un certo punto butteranno via la cartina e le sue bandierine, perchè non ne avranno più bisogno.




05.08.08

Le Corone veronesi della Guida Vini Buoni d'Italia 2009

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E' estate, e con il caldo, le zanzare e le angurie arrivano puntuali anche i primi "Best of" 2009.

Come ormai tradizione, la prima guida dei vini ad inaugurare la serie dei "migliori" nazionali è quella del Touring Club, "Vini Buoni d'Italia", che ogni anno incorona un certo numero di etichette. L'elenco nazionale si trova qui, noi riportiamo solo i vini veneti, suddivisi per Doc d'appartenenza:

Doc Valpolicella:

Valpolicella Doc Classico Superiore La Fabriseria 2006 - Tedeschi
Valpolicella Doc Classico Superiore 2000 - Quintarelli Giuseppe
Amarone della Valpolicella Doc Classico Campo Inferi 2003 - Brunelli Luigi
Amarone della Valpolicella Doc Classico Crosara de le Strie 2004 - Corte Rugolin
Amarone della Valpolicella Doc Classico I Quadretti 2001 - La Giaretta
Amarone della Valpolicella Doc Classico Riserva Octavius 2003 - Marchesi Fumanelli
Amarone della Valpolicella Doc Le Guaite di Giulietta 2003 - Dal Bosco Giulietta-Le Guaite
Amarone della Valpolicella Doc Vigneto di Monte Lodoletta 2003 - Dal Forno Romano
Amarone della Valpolicella Doc 2004 - Roccolo Grassi

Doc Soave:

Recioto di Soave Docg 2006 - Vicentini Agostino
Soave Doc Classico Calvarino 2006 - Pieropan Leonildo
Soave Doc Classico Castello 2007 - Cantina delCastello
Soave Doc Classico Colle Sant'Antonio 2006 - Graziano Pra'
Soave Doc Classico Salvarenza 2006 - Gini

Doc Lugana:

Lugana Doc Vigneto Mandolara 2007 - Le Morette-Valerio Zenato

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Menzioni ad honorem:

Amarone della Valpolicella Doc Campo Marna 500 2003 - I Campi di Flavio Prà
Amarone della Valpolicella Doc Classico 2003 - Ragose
Amarone della Valpolicella Doc Classico Ambrosan 2003 - Nicolis
Amarone della Valpolicella Doc Classico Corte Brà 2003 - Casa Vinicola Sartori
Amarone della Valpolicella Doc Corte Sant'Alda 2004 - Corte Sant'Alda
Amarone della Valpolicella Doc 2002 - San Cassiano
Bardolino Superiore Docg Santa Lucia 2006 - Cavalchina
Lugana Doc Le Creete 2007 - Ottella
Recioto della Valpolicella Doc Classico 2005 - Begali Lorenzo
Recioto della Valpolicella Doc Classico 2006 - Antolini
Recioto di Soave Docg Classico Le sponde 2006 - Coffele
Recioto Gambellara Doc Classico 2005 - Sordato Lino
Soave Doc Classico Il Roccolo 2007 - Le Mandolare
Soave Doc Classico Monte de Toni 2006 - I Stefanini
Soave Doc Classico Monte Fiorentine 2007 - Ca' Rugate
Soave Doc Classico Vigna Turbian 2007 - Nardello Daniele
Valpolicella Doc Superiore Ripasso 2005 - Musella

Congratulazioni ai nuovi "re"!
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02.08.08

Il mio wine critic ideale

...è Charles Duchemin.

(E naturalmente l'azzecca).

Dal film "L'aile ou la cuisse" (L'ala o la coscia) con Louis De Funès, 1976.




01.08.08

Bipolarismo enoico

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I più attenti se ne saranno accorti già da tempo: il mondo del vino italiano va sempre più bipolarizzandosi.

Da un lato si osservano accorpamenti e fusioni tra cantine (in genere cooperative in vario grado, ma anche tra queste e aziende private) che portano alla creazione di entità produttive sempre più grandi, dall'altro si nota il perdurare di strutture medio piccole e piccolissime, che spesso guardano a questo fenomeno di macroaggregazioni con preoccupazione crescente.

Sbagliando, a nostro avviso.

Perchè le dinamiche e le logiche - economiche, produttive, commerciali - sono profondamente diverse.

E, cosa ancor più importante, sono molto diversi i mercati cui queste entità si rivolgono e i concorrenti con cui devono vedersela.

Questo bipolarismo di strutture si riflette giocoforza nella produzione; da un lato grandi quantità di vino di varia qualità ( da bassa a molto alta, con tutte le sfumature intermedie), dall'altro produzioni più contenute, di una qualità che aspira - o dovrebbe aspirare - ad essere sempre la più alta possibile.

Semplificando, si potrebbe parlare (come già si sente fare in certi ambienti) di vini di volume e vini di territorio.
Una semplificazione - assolutamente opinabile, per carità - che non implica alcun giudizio di merito ("buoni-cattivi").

Non tutti i vini di volume infatti sono da esecrare, così come non tutti i vini di territorio sono da esaltare.
Ma se i grandi gruppi possono permettersi di stare (o provare a stare) sui mercati anche in virtù delle loro dimensioni e della loro "potenza di fuoco" produttiva, ai produttori piccoli e piccolissimi è richiesto uno sforzo in più: non possono accontentarsi di fare del buon vino, chè ormai tutti sono (più o meno) capaci di farlo.

Devono fare il miglior vino possibile per la loro tipologia e della loro zona.
Caratteristico, inconfondibile.
Consapevoli di rivolgersi non ad un consumatore generico, ma ad uno molto più evoluto ed esigente, disposto a spendere qualcosa in più a patto che ciò sia giustificato dalla qualità della bottiglia.

Ripeto: sto semplificando. In realtà, le cose sono più complesse e sfumate.
Ma quella che sto cercando do suggerire, è una sorta di conversione, di cambio di punto di vista mentale (e quindi d'azione): smettere di cercare di sgambettare l'avversario che corre al nostro fianco e incanalare tutt le energie per correre più forte di lui.

Se si cominciasse a ragionare anche in questi termini, anzichè limitarsi a imprecare contro i grandi gruppi industriali e/o le cantine sociali "che drogano il mercato" - come spesso sento dire dai produttori - ci si guarderebbe più in giro e ci si porrebbero altre domande.

Del tipo: chi è il mio consumatore? Come posso raggiungerlo direttamente?
Che cosa posso offrirgli di diverso da chiunque altro, e come?

Nel cosiddetto mondo globalizzato - e nei suoi mercati - c'è posto per tutti.

Ma non tutti possono aspirare allo stesso posto.