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20.02.09

Il nuovo paradosso francese

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...è che adesso il consumo di vino fa male, fa malissimo alla salute.

Anzichè prevenire il cancro, lo fa venire.

Nel 1991 la nota trasmissione 60 Minutes faceva conoscere al mondo il miracolo del french paradox.
Le conseguenze furono quelle che sappiamo, per il mondo del vino, e anche per quello degli studi medici, che da allora trovarono nelle magiche virtù dell'uva fermentata, affinata e imbottigliata un campo d'indagine decisamente ricco di sorprese.

Ma gli anni passano, e le cose cambiano.

Le cose e gli uomini.

Prendi un presidente che va ad acqua minerale e succo d'arancia, un momento economico generale non proprio brillante, aggiungi (sicuramente) qualche altro inconfessato obiettivo e voilà, dal cappello di altri autorevoli ricercatori francesi salta fuori che il vino fa male.

Che il consumo di alcol, e in special modo del vino, va scoraggiato.

Che non esiste un quantitativo minimo dello stesso che faccia bene. Poco, quasi nulla, o tantissimo, è lo stesso. Fa male e basta, sempre e comunque.

"Insomma, basta! - protestano i produttori d'oltralpe - Volete finirla con questa persecuzione del vino?" e in difesa della loro posizione citano gli studi dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, che da 15 anni e oltre a oggi non fa altro che assicurarci sull'esatto contrario, e cioè che un consumo moderato e quotidiano del vino aiuta a prevenire il cancro di qualsivoglia specie.

"Agli estremisti non deve essere permesso di tenere in ostaggio i consumatori" tuona Xavier de Volontat, presidente dell'associazione dei produttori di vino del Languedoc.
"Negli ultimi vent'anni il consumo di vino in Francia si è dimezzato, ma i casi di cancro sono aumentati...dovete ammetterlo, è un paradosso".

Già, il nuovo paradosso francese.

Purchè non sia invece l'ultima barzelletta, come verrebbe da pensare a giudicare da certi altri proclami salutistici (sempre francesi), secondo i quali per stare in salute bisognerebbe smettere di mangiare carne, uova, sale e non ricordo più cos'altro...

Seriamente: il vino non è una medicina. Non è una panacea, un elisir di giovinezza o simili.

E' un sacco di altre cose. Alcune delle quali molto importanti, anzi vitali per l'uomo.

Soprattutto, parafrasando un noto detto, è una cosa troppo seria per lasciarlo in mano a politici e scienziati dalle idee confuse.

Quanto allo zelo di certa moderna medicina, rassegnamoci: non c'è prescrizione che tenga.

Da questa vita nessuno uscirà vivo.




19.02.09

Come comunicare con i nuovi consumatori del vino

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Capita spesso, parlando con i titolari di aziende del vino, di sentire formulare questa frase:
"Io non ci capisco niente di quella roba lì, non so nemmeno come si accende il computer, sì, ce n'è uno in casa, lo usa mio figlio/figlia, per i giochi, la posta...".
Mamma mia, che ribrezzo - dice il linguaggio del corpo che sottolinea questa affermazione.

Bene. Tutte le opinioni sono rispettabili.

Sarebbe però opportuno che gli operatori del vino che dicono così sapessero che, in realtà, stanno dicendo una cosa diversa da quella che credono.

In pratica, stanno dicendo: "io non voglio esportare le mie bottiglie. Non mi interessa".

L'uso dei nuovi media nella comunicazione/commercializzazione non è un capriccio da ragazzini flippati da internet.

E' la normalità per milioni di persone.
D'accordo, si possono non amare/ignorare questi mezzi: ma allora, bisogna essere consapevoli di stare rinunciando al più importante mercato del vino del mondo: quello USA.

Che la comunicazione del vino sia cambiata se ne sono accorti da poco gli stessi americani: i più importanti consumatori di vino sono e saranno i giovani che oggi hanno da 15 a 32 anni.

The Millennials, li chiamano, la generazione del millennio.

Questi nuovi consumatori stanno facendo del vino un elemento fondante della loro dieta quotidiana, a differenza dei loro genitori - cui non si è mai riusciti a mettere in testa che il vino va portato sulla tavola, in mezzo ai cibi.
Sono soprattutto loro infatti a frequentare i wine bar, a seguire corsi di degustazione, a iscriversi ai wine club.

Per entrare in contatto con questa vasta fascia di popolazione - la più consistente numericamente dopo quella del baby boom del secondo dopoguerra - i mezzi tradizionali d'informazione non servono.

Giornali, riviste specializzate, guide appartengono al passato e alla generazione precedente: basti vedere cos'ha usato Barak Obama nella sua campagna elettorale: tutto quello che i moderni strumenti di connessione ci mettono a disposizione.
Da Twitter a Facebook, da Youtube ai blog, dagli sms all'e-mail.

Anche il teletrasporto avrebbe usato, se l'avessero già inventato.
(Dopo di lui, qualcosa ci dice che le campagne elettorali americane non saranno più le stesse).


Viviamo in un'era della connettività senza precedenti.

Rinunciare volontariamente a usare la rete e i suoi strumenti solo perché non ci sono familiari, o richiedono un (piccolo) impegno mentale di conoscenza e pratica da parte nostra, significa rinunciare volontariamente ad una parte consistente di affari e di soldi.

Perchè i nuovi consumatori non leggono le riviste ( sono costose e vecchie): cercano informazioni su Internet.

I nuovi consumatori non guardano/ascoltano la pubblicità: ascoltano altri consumatori - leggono i blog.

I nuovi consumatori non spediscono lettere: mandano e-mail e si aspettano di ricevere una risposta entro 24 ore.

I nuovi consumatori insomma parlano una lingua diversa da quella cui eravamo abituati e che abbiamo usato fino ad oggi: se vogliamo entrare in contatto con loro, dobbiamo impararla anche noi.




15.02.09

A Venezia, il Carnevale ha più Gusto

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Vuoi mettere, il Carnevale a Venezia?

Non c'è città più magica in quei giorni.
Pare quasi d'intravvedere il fantasma di Carlo Goldoni aggirarsi tra calle e campielli.

Tradizioni e maschere a parte, quest'anno c'è un motivo in più per recarsi a Venezia dal 19 al 22 febbraio: il Carnevale del Gusto.

Riceviamo, adattiamo e pubblichiamo:

"Al suo esordio Il Carnevale del Gusto si presenta al pubblico con sorprendenti proposte enogastronomiche tutte da gustare con la possibilità di acquistare.
Expo Venice -l'ente fiera di Venezia- ha incaricato il noto giornalista Marcello Coronini, già autore dell'evento Gusto in Scena, di selezionare una serie di produttori di vino e di cibo da affiancare alla grande festa del Carnevale veneziano.

Nel realizzare questa scelta, si è considerato uno studio dell'università Bocconi in cui si evidenzia, in periodi di crisi, la ricerca da parte del consumatore di un contatto diretto con il produttore, soprattutto per conoscere meglio il prodotto che acquista e per avere costi inferiori.
La manifestazione vuole quindi diventare un punto di riferimento per molti consumatori e il Carnevale del Gusto un avvenimento importante durante il quale il visitatore sceglie i vini e i prodotti gastronomici da consumare durante l'anno.

Per tutti coloro che vorranno concedersi un break, seduti al tavolo, non poteva mancare la presenza del mitico Mauro Lorenzon e della sua "enoiteca" La Mascareta, la cui notorietà va ben oltre i confini veneziani.

Dal nord al sud saranno numerose le proposte gastronomiche, selezionate soprattutto dalla giornalista Lucia Comuzzi Coronini.
Expo Venice invece ha voluto dare spazio alla Confesercenti che offrirà il meglio delle proposte di alcune regioni, e per dare visibilità al territorio veneziano ha invitato alcune Pro Loco a presentare alcuni piatti e prodotti che rappresentano la tradizione popolare.

Per i vini, a Marcello Coronini è sembrato giusto proporre etichette provenienti da diverse parti del mondo in linea con l'internazionalità del Carnevale di Venezia.
Dalla Francia saranno presenti grandi vini di Bordeaux, Pinot neri e Chablis della Borgogna senza trascurare gli Champagne di grande classe, dalla Germania i grandi Riesling che stupiranno il consumatore italiano non abituato a vini bianchi in grado di invecchiare decine di anni.

Non mancheranno eccellenti rossi dalla Spagna e alcune "chicche" dall'Australia .

Dall'Italia saranno presenti etichette di quasi tutte le regioni, ci sarà una vasta gamma di bollicine particolari grazie alla presenza dal Piemonte del consorzio del Brachetto e del Durello dal Veneto che presenteranno i vini di diverse cantine, mentre Assvip, presenterà un'ampia selezione di etichette marchigiane e non mancherà un assaggio di Franciacorta e di Prosecco.

A tutto questo abbiamo aggiunto una scelta particolare e personale, dando uno spazio ad alcune cantine, tre come testimonial di un grande bianco, il Lugana, una con il Lacrima di Morro d'Alba, e dalla Toscana un'importante e piccola realtà di caratura internazionale.

Il padiglione al piano soprastante, dedicato alle tradizioni carnevalesche della Serenissima, si svilupperà e animerà attorno ad un simbolo: la frittola veneziana. Per secoli è stato considerato il dolce della Repubblica della Serenissima, gustato ancora oggi non solo a Venezia ma in tutto il territorio veneto e friulano, fin quasi alle porte di Milano. La Frittola non è solo un dolce ma anche simbolo e riassume in sé il vero senso del Carnevale veneziano, in un provocante intreccio di follia, erotismo e gioia di vivere.

La location proposta si rivela ottimale: vicini a piazzale Roma i padiglioni della Marittima, ove solitamente attraccano le grandi navi da crociera provenienti da tutto il mondo, saranno raggiungibili con un bus navetta gratuito e con collegamenti diretti da e per Piazza San Marco. Per i visitatori che volessero raggiungere la città in automobile, i 3.000 parcheggi messi a disposizione dalla struttura fieristica offrono la possibilità di potersi muovere liberamente per le vie di Venezia".

Orari e data ----------19-22 febbraio 2009
giov-ven 14.00 -20.00 sab 10.00 - 22.00 dom 10.00 - 19.00
Ingresso: € 10 - Riduzione soci Touring Club - giovedì 19 ingresso gratuito per ogni adulto accompagnato da un bambino.

Bus navetta gratuito da/per P.le Roma - Motoscafi da/per San Marco
La manifestazione si svolge interamente in aree coperte e riscaldate




12.02.09

Dov'è? Cos'è?

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Una bella immagine di...?

Il primo che indovina... non vince niente, ma si aggiudica il diritto di porre il prossimo quesito fotografico (previo invio di fotografia), che verrà ospitato da questo blog, tra una settimana - giorno più, giorno meno...




07.02.09

Imprese e editoria, nuova cultura

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Ci fa piacere riprendere l'editoriale di Marco Mancini, direttore de "Il Corriere Vinicolo", apparso sulla testata on line dello stesso, l'ormai noto Focuswine.

I temi che tratta con il consueto equilibrio sono infatti della massima attualità: nuova cultura per l'impresa e l'editoria del vino.

Questo il suo pezzo:

"Difficile pensare a un 2009 all'insegna della ripresa, gli attuali segnali, nella loro sconfortante continuità, non invitano all'ottimismo.
Il mercato interno è fiacco e su quello internazionale le sfide sono a dir poco impegnative. Nulla è semplice e scontato.

Ma non sono soltanto gli aspetti macro e microeconomici a sollevare dubbi e incertezze.

C'è dell'altro.

L'impressione è quella di vivere un periodo di transizione che necessariamente approderà a radicali riassestamenti, sollecitati da un vero e proprio cambiamento culturale i cui riferimenti sono ben diversi da quelli attuali, forse già passati.

Il nuovo scenario coinvolgerà tutti i soggetti che gravitano, a titolo diverso, attorno al nostro comparto, dall'impresa al percepito sociale del prodotto vino e persino ai mezzi d'informazione.
Il tessuto imprenditoriale annovererà sempre meno hobbisti; la moda dell'aziendina vinicola sorta dal nulla con una produzione "preziosa" e di nicchia volge al tramonto.
Il mercato sempre più premierà aziende con una propria radicata storia e cultura imprenditoriale, capaci di percepire e interpretare rapidamente le mutevoli richieste dei consumatori.

Al tempo stesso, sarà necessario rispondere in modo adeguato alle urgenze di una società sempre più sensibile al disagio e alle problematiche alcol-correlate.

Il mondo imprenditoriale sarà chiamato, di fatto lo è già da oggi, a far parte di una comunità responsabile, con propri progetti e iniziative.
Ciò al di là dei distinguo e della lotta al fanatismo.

Certamente il programma europeo "Wine in moderation" (al quale dedicheremo interamente la nostra "Enotria" 2009) rappresenterà un faro per tutto il mondo produttivo, un'ottima opportunità per non restare indietro, ma per farlo vivere sarà necessario alimentarlo di contenuti e questo richiederà al nostro settore una svolta culturale non da poco.

Anche l'editoria, e non solo quella vitivinicola ed enogastronomica, sembra prossima a importanti cambiamenti.

Il web avanza e si porta con sé il futuro di un'informazione rapida e di semplice fruibilità, ma questo di per sé non significa decretare la fine della carta. Anzi.

Una cosa è certa però, si dovrà investire maggiormente nei contenuti e meno nei contenitori, rivedendo certe strategie da tempo finalizzate solo ad agganciare nuove aziende inserzioniste.

Se le difficoltà aumentano, e questo vale per qualsiasi comparto, sempre più centrale sarà il valore di "servizio" offerto, su tutti i fronti, tanto all'impresa quanto al consumatore-lettore" (la formattazione è mia).

Una nuova cultura: è questo che i tempi che viviamo ci chiedono.
Personalmente, lo vado ripetendo da tempo: è inutile - e stupido - ostinarsi a cercare di risolvere problemi nuovi con sistemi vecchi.

O affrontare strumenti nuovi - come la rete - con mentalità vecchie (quelle del marketing, delle p.r. e del giornalismo tradizionali).

Un certo atteggiamento, una certa mentalità - sia del mondo produttivo che di quello dell'informazione - potevano andar bene 20 anni fa. Oggi non funzionano più.

Occorre ricominciare tutto da capo. E il punto di partenza è uno solo: le esigenze di chi il vino lo compra e lo beve.

Se tutto questo obbligherà più d'uno ad ammettere che di certe "novità" non sa/capisce nulla - e quindi lo indurrà a "tornare a scuola" e a imparare cose nuove - ben venga.

Lo stesso dicasi se ci saranno produttori che, alla luce delle mutate situazioni di mercato, saranno costretti ad apportare radicali cambiamenti nella conduzione della loro azienda.

Oppure a rinunciarvi del tutto.

E l'informazione? E i protagonisti della stessa (giornali, giornalisti e editori)?
Sarà un'evoluzione interessantissima, e io sono contenta di viverla.

Tuttavia, mi permetto di essere (abbastanza) pessimista, considerata la riluttanza e la lentezza pachidermica con cui finora il mondo istituzionale del giornalismo ha reagito ai cambiamenti (il computer nelle aule in cui si svolge lo scritto dell'esame di Stato è entrato nel settembre 2008; fino ad allora i candidati erano costretti a usare la mitica Olivetti lettera 22, o un modello analogo).

Sono troppi i colleghi - anche del nostro settore - dichiaratamente ostili a Internet e alle sue novità, alle nuove figure del citizen journalism, alla nuova cultura dell'informazione, ai suoi strumenti.

Pazienza; il mondo è già sopravvissuto alla scomparsa dei dinosauri.

Farà a meno anche di loro.

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04.02.09

A proposito di cultura, comunicazione e marketing (del vino)

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Quello che segue è l'ultimo articolo di Francesca Bizzarri.

Lo ha scritto in occasione della sessione invernale della Tavola della Comunicazione Alimentare Italiana che si è tenuta a Montepulciano il 5 dicembre appena trascorso.
Il comitato editoriale de I Quaderni Poliziani, di prossima pubblicazione, ritiene però sia giusto divulgare adesso questo suo contributo alla discussione e all'approfondimento dei temi che più interessano il comparto alimentare.

Pubblicarlo è il modo migliore per ricordare e salutare Francesca.

Francesca Bizzarri era una giornalista acuta e sensibile.

Io ho avuto la fortuna di incrociarla alcune volte, nelle consuete occasioni professionali "di massa" - degustazioni, fiere, anteprime... - .

In particolare, ricordo che qualche anno fa vincemmo ex-aequo un concorso interno lanciato dal Corriere Vinicolo in occasione dei suoi primi 75 anni e rivolto a tutti i suoi giornalisti: il fatto che il pezzetto con cui avevo partecipato fosse stato ritenuto alla stessa altezza di quello di una professionista di lungo corso e stimata nel settore come lei, fu per me motivo di grande soddisfazione.

Il pezzo che Francesca ha scritto era chiaramente destinato alla carta stampata, e come tale mal si presta a essere ripreso su un blog.

Andrebbe tagliato, formattato, adattato alla lettura sul web.

Ma, per una volta, lo leggeremo così com'è.


A proposito di cultura, comunicazione e marketing
di Francesca Bizzarri

"C'era una volta, così potrebbe iniziare questa divagazione. Quando gli unici mezzi di comunicazione di massa erano i libri, i giornali, il cinema e poi la radio e la televisione, la società e i modi di relazione tra gli umani erano diversi. Oggi resta di quell'epoca remota forse ancora, come luogo deputato al pettegolezzo e alla comunicazione di notizie, il bar del paese sulla piazza, (o nel caso dell'ambiente di lavoro quel pezzo di corridoio tra i cessi e la macchinetta del caffè). In quei giorni all'alba dell'età contemporanea, quando il telefono era un apparecchio fisso nel muro dell'ingresso che si usava per informazioni urgenti insieme alle lettere e ai telegrammi, si viveva in beata solitudine senza essere connessi alla rete. Anche allora quando il concetto di comunicazione di massa era al di là da venire, di vino si parlava comunque. Magari non con il proposito dichiarato di venderlo ma come prodotto che faceva parte della vita quotidiana e permetteva la comunicazione con il divino, la fuga attraverso la sobria ebrietas dalla realtà personale.
I nomi dei vini che tutti conoscevano erano pochi, forse 4 o 5 almeno a livello mondiale, tra questi senza dubbio lo Champagne, simbolo di lusso e di sfrenati piaceri, era ai primi posti. In un film della serie di James Bond troviamo in una stessa sequenza il mito planetario dello Champagne e il rustico, italianissimo, provinciale, fiasco del Chianti. Nel 1963 entrambi vengono nominati da James Bond alias Sean Connery in 007 dalla Russia con amore di Terence Young. Siamo sull'Orient Express, Bond è in missione in Turchia in lotta con la Spectre, la malvagia organizzazione criminale che vuole dominare il mondo. Sul treno Bond ordina del vino per la bionda e bella spia russa Tatiana, vittima inconsapevole del KGB e dell'inesperienza di Bond per i vini italiani, ovvero della scarsa conoscenza a livello internazionale delle nostre realtà vinicole. Infatti al cameriere che gli chiede bianco o rosso Bond risponde "del Chianti bianco" mentre già sul tavolino fa bella mostra di sé una bottiglia di champagne Blanc de Blanc Tattinger. Tanto per dire che sullo Champagne non si scherza anzi si è così esperti da scegliere un blanc de blanc (ovvero fatto solo con uve bianche e non anche con uve rosse come solitamente avviene), mentre sul Chianti quello che importa non è il vino ma evidentemente il contenitore, ovvero il fiasco. E pensare che è lo stesso Bond in un altro film della serie ad ordinare con precisione Dom Perignon del '54. A meno che non sia un omaggio alla bella Tatiana, con cui ha appena fatto l'amore, visto che se gli uomini preferiscono le bionde, si sa che alle donne il vino piace soprattutto bianco. ... Altra possibile ma improbabile interpretazione è che Bond sapesse che il rosso Chianti sei secoli fa era bianco, quando Ser Lapo Mazzei e il suo amico Francesco Datini di Prato registrano la prima vendita di un vino chiamato Chianti, ed è curioso pensare come allora il Chianti migliore fosse considerato quello bianco e probabilmente dolce, mentre oggi è rosso, corposo e secco. Ancora prima, nel '300 il Boccaccio nel suo Decamerone giustificava il gran bere del suo tempo per ragioni profilattiche, specialmente contro la peste per cui "è medicina certissima". Il Petrarca, invece, anche lui toscano, è severo nei confronti del vino, si dice addirittura che nei suoi anni giovanili fosse astemio. Poi si convertì alla medicina della vigna "che è antidoto alla lussuria e conforto alla temperanza". Ancora nel '600 il famoso medico poeta Francesco Redi pur avendo in alta considerazione il Chianti, secco, invecchiato e robusto, seguendo la predilezione per il gusto dolce dei contemporanei ci elogia le proprietà di un Vin Santo dal colore ramato. "Questo è Occhio di Pernice che fa l'uomo sano e felice". Divagazioni a parte, resta il fatto che il Chianti arriva sullo schermo con lo Champagne, e se consideriamo i milioni di persone che hanno visto i film di James Bond in tutto il mondo, viene da piangere a pensare all'occasione sprecata. E anche se sembra sia passato un secolo, gli anni Sessanta sono quelli in cui inizia l'era della comunicazione di massa, quando il cinema, la radio e la televisione determinano le scelte dei consumatori. Prima di tutto ciò tracce di comunicazione "involontaria" cioè non funzionale a vendere, si trovano nei poemi e nei romanzi o nella rappresentazione teatrale della vita quotidiana.. Sempre a proposito di Champagne e di bella vita mi viene in mente che, malato di malinconia russa Evgenij Onegin, protagonista di uno dei più famosi romanzi di Pushkin, dopo gli anni di bella vita a Parigi si rifugia nel suo possedimento in campagna e li coltiva la prediletta abitudine di bere vini scelti e preziosi come lo Champagne. In un pranzo con il suo vecchio amico Lensky si gode quello "della Vedova Cliquot o di Moët" che allieta "la tavola davanti a loro"
Un altro vino celebre e dai forti contenuti simbolici era il Porto, reso famoso dagli Inglesi. Un vino che in molti romanzi dalla Austen in poi, pallide zitelle si concedono davanti al caminetto, come medicina per una solitaria e nascosta infelicità. In auge nei salotti buoni della società vittoriana, era concesso anche alle donne di berlo, travestito da medicinale o cordiale. Ma lo bevevano anche gli uomini mentre affumicavano con i loro sigari le scure sale dei club più separatisti o dopo cena accanto al camino, mentre le donne pettegolavano di plum pudding, balie e servitù. E sempre il Porto è il protagonista di un telefilm della serie Tenente Colombo. Una delle battute iniziali è quella del tenente che chiede con la consueta aria sorniona: "Non bevo mai qualcosa che non so pronunciare...ma questo nome voglio impararlo, come si chiama questo vino, Cabernet sauvignon?" chiede Colombo all'esperto, appassionato di vino, in odore di assassinio, elegante e presuntuoso, con la puzza sotto il naso, esattamente come un americano può immaginare il fine intenditore di vino, snob ed antipatico. E che si tradirà proprio al ristorante davanti ad un Porto del 1945 della Cantina Ferrier dichiarando che era stato rovinato perché esposto ad una temperatura troppo elevata. Potrebbe non farlo ma è più forte di lui, l'unica bottiglia di un Porto divino distrutta e imbevibile è un crimine contro l'umanità per chi vive la sua vita in bilico tra deliri mistici e dati oggettivi, in un'altra dimensione, in cui gli unici amori veri sono le bottiglie-oggetto di passioni da feticista. Il dialogo è tratto dall' episodio "L'uomo dell'anno" e fa parte della terza serie del famoso tenente dall'impermeabile stropicciato, alias Peter Falck, trasmessa tra il 1973 e il 1974. Rivisto recentemente in televisione non si può fare a meno di pensare quanto sia diverso oggi l'immaginario che si muove intorno ad una bottiglia di vino. Oggi che siamo sommersi di informazioni, che le guide dei vini eccelsi, premiati, imperdibili di cui bisogna scrivere e parlare sono centinaia ( si farebbe prima ad elencare quelli non premiati) forse dovremo tutti fare autocritica ed arrenderci all'evidenza, la nostra è una società senza Dio (come cantavano i Nomadi negli anni Settanta, Dio è morto) la mole di carta stampata è tale da diventare solo carta scritta, omologabile e ad un passo dalla carta straccia. Ed è quasi impossibile superare la soglia del rumore prodotto dalla tv perché l'ipotetico cittadino consumatore a cui ci indirizziamo possa capire il senso delle parole che scriviamo.




03.02.09

Il bello di Anteprima Amarone 2005

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Anteprima Amarone edizione n.6, il boom.

Oltre 60 aziende presenti, altrettanti Amarone della Valpolicella annata 2005 in degustazione.

Chi voleva, poteva assaggiarseli tutti, alla cieca o no. E c'è chi l'ha fatto, naturalmente.

Io no, perchè di queste maratone enoiche ne ho ormai abbastanza (quando scrivevo per una guida ne assaggiavo anche più di 120 in una sola giornata, ed era divertente come andare in fabbrica a lavorare alla catena di montaggio).

Il bello di una manifestazione come questa è simile a quello del Vinitaly: ognuno ci vede dentro quello che vuole, la vive come gli pare, la demolisce o la esalta o rimane indifferente.
C'è posto per tutti.

Ma per me, il bello di Anteprima Amarone è che è una festa: ci ritrovo un sacco di amici - più produttori ed enologi che giornalisti, perchè questi ultimi "devono lavorare", degustare, capire, giudicare... e non hanno tempo da perdere - e, ma è solo un dettaglio, anche i loro vini.

Lo ammetto, io sono una privilegiata: vivo e lavoro nella zona di produzione, quando voglio assaggiare un Amarone mi basta far vista al produttore...non è da tutti.

Perciò fanno bene quelli che abitano e lavorano altrove ad approfittare dell'occasione per farsi una bella full immersion nella tipologia.

Ciò premesso, in questa sesta edizione dell'evento organizzato dal Consorzio di Tutela Valpolicella personalmente mi sono occupata soprattutto dei nuovi.
Che sono molti (e mi dispiace non averli provati tutti).

Nuovi produttori, intendo, o comunque non così noti e affermati come certi nomi "storici", e anche nuovi Amarone.

La mia parzialissima impressione è comunque molto positiva: rispetto ai primi anni, quando sembrava che tutti i nuovi produttori fossero nati imparati e avessero in tasca una laurea in appassimentologia alla Pico de Paperis , quelli di oggi sono molto più realisti.

Soprattutto umili.

E cauti. Molto cauti.

L'Amarone della Valpolicella è un gran vino, non s'improvvisa: richiede anni di studio, applicazione, lavoro. Lo stile barocco, zuccheroso, concentrato e tecnologico, iperalcolico - che pure persiste in molti vini, soprattutto dei più noti - ...mah.

A questi nuovi produttori non li convince mica tanto.

Meglio un Amarone della Valpolicella meno urlato, più snello magari, ma più bevibile e meno piacione.
Più austero, direbbe qualcuno.

E queste note di sobrietà, cautela e semplicità - stiamo parlando di qualcosa che si beve, vivaddio! - si ritrovano anche nei vini che ho assaggiato.

Amarone della Valpolicella 2005 - Soc. agr. Aldrighetti Luigi, Angelo e Nicola (enologo: Armando Vesco): bella bevibilità, facile da abbinare. 12 E in cantina.

Amarone della Valpolicella "Moropio" 2005 - Az.agr. Pierpaolo e Stefano Antolini: snello, fruttato, territoriale. 21 E in cantina.

Amarone della Valpolicella "Cuslanus" - az.Albino Armani (enologo: G.Gasperi - C.Massaro) : la tradizione, finalmente. Snello, elegante, bevibile e abbinabile. 30 E. in cantina.

Amarone della Valpolicella 2005 - Monte del Fra (enologo: C.Introini - E.Bonomo) : che bello ritrovare anche nell'annata successiva la florealità che ci aveva colpiti nell'Amarone 2004. Ottimo da tutto pasto. 30 E in cantina.

Amarone della Valpolicella 2005 - Terre di Leone (enologo: Roberto Vassanelli): buon esordio con un vino così difficile. Un po' timido, ma ha un bel naso di frutta secca. Bevibile e abbinabile. 34 E. in cantina.

Amarone della Valpolicella 2005 "Corte Majoli" - Az.agr. Tezza (enologo: Vanio Tezza): bella bevibilità per questo Amarone- base che sa di ciliegia macerata, spezie scure e noci. 16 E in cantina.

Non è finita, naturalmente. Le discussioni continuano anche qui.