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Che vino vuoi?

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"Che vino preferisce? techno o nature?"

Speriamo di non sentirci mai rivolgere una domanda del genere, al ristorante.
Perchè sarebbe il chiaro segnale che si è davvero passato il limite.

Del buon senso.

Prendo spunto da una interessante riflessione del bravo Mario Crosta su Enotime, , perchè l'interrogativo è ormai sempre più ricorrente: qual'è il confine tra ammissibilità e inammissibilità dell'ingerenza dell'uomo durante la vinificazione?

Ogni due anni si tiene a Milano il Simei, ovvero la più grande mostra-mercato italiana di strumenti e prodotti per l'enologia e la viticoltura (quest'anno è prevista dal 24 al 28 novembre).
Una parata al limite della fantascienza di quanto tecnologia, ricerca e sviluppo riescono a fare nella vitivinicoltura.

Ho detto "nella".
Non "per" la vitivinicoltura (o, comunque, non sempre).

Chi, tra i semplici consumatori - ai quali, peraltro, l'ingresso alla fiera è vietato, trattandosi di un evento solo per operatori del settore, del tipo b2b per dirla in markettese - avesse la ventura di aggirarsi tra i padiglioni, si renderebbe conto di quanto, in realtà, il vino è assimilato-assimilabile ad un prodotto industriale.

Al quale puoi fare - e far fare - tutto quello che vuoi.

Oppure, al contrario, di quanto tecnica e ricerca sono capaci di fare per lasciarlo più prodotto agricolo possibile.
Uno dei grandi equivoci dei nostri tempi risiede infatti nella convinzione che vini biologici e biodinamici siano frutto di un immenso, ammirevole e invidibialissimo atto di fede, e che scienza e conoscenza non c'entrino per nulla. Che, anzi, il produttore "bio" si distingue dal collega "convenzionale" per la sua beata e profonda ignoranza in materia di viticoltura ed enologia.

Viceversa, l'esperienza mi ha insegnato che i produttori "bio" più seri e veri, sono proprio quelli che hanno del loro territorio, della vigna e della loro cantina una conoscenza e una padronanza del più alto livello scientifico.

Il punto centrale però non è questo, ma piuttosto l'eterno dilemma che affligge tutta la Scienza: è sempre lecito (opportuno, consigliabile) fare tutto ciò che è possibile? Il fatto di avere i mezzi (tecnici, scientifici, finanziari) per fare una cosa ci autorizza/giustifica a farla?

A mio avviso, è una questione di scelte: c'è chi preferisce andare sul sicuro, e dare sempre e comunque il tipo di vino che gli viene richiesto, a costo di ridurlo - a forza di trattamenti - ad una mera bevanda alcolica che solo legalmente risponde al nome di vino, e chi invece preferisce non tradire.
Non tradire una tradizione millenaria, un territorio, se stesso, il vitigno, quello che volete.
E quindi rischia.

Si assume una parte di rischio e lascia che il vino segua il suo destino.
Per esempio, che rispecchi l'annata.
O rispecchi di più il vitigno/vitigni d'origine... e di tanto in tanto si presenti più scorbutico di quanto si vorrebbe.

Ripeto: sono scelte personali/aziendali.

Ma c'è ancora un'ultima domanda che dobbiamo farci.

I consumatori sono pronti ad accettare questi vini?

Vini non sempre "simpatici", ruffiani, accattivanti.
Vini a volte scontrosi. O insulsi. O semplicemente deludenti. Bevibili, certo: però deludenti.
Perchè (una volta ogni tanto) vengono anche così, a dispetto di tutti gli sforzi e la buona volontà.

E perchè il produttore li ha rispettati, non ha stravolto la loro natura come avrebbe potuto fare.

Se la comunicazione del vino vuol fare davvero un servizio al consumatore - prima ancora che al produttore - dovrà riuscire a educare la gente ad avvicinarsi anche a questi vini.
A non pretendere il vino-Coca Cola: sempre perfetto, sempre uguale a se stesso, una vendemmia via l'altra.

Personalmente, quando incontro vini siffatti, comincio a indietreggiare, a sospettare, a diffidare, a prenderne le distanze.

Non mi convincono.

Quanto alla contraddizione di fondo del vino - un prodotto agricolo, trattato come uno industriale, ma al quale si chiede sempre e comunque di comportarsi da prodotto agricolo, e cioè di trasmetterci emozioni naturali - beh, temo che dovremo rassegnarci.

Non sarà mai risolta.

Commenti

Resta da fare una distinzione: stiamo parlando di un vino "alimento" (che deve essere salubre e bevibile) o vino "edonistico" (che deve dare piacere)?

Il vino "basic" deve essere corretto, senza difetti, quindi richiede un processo più o meno industriale per essere prodotto su larga scala. Il punto critico, per incrociare il tuo ragionamento, è che anche qua la materia prima è fondamentale. Non è un problema di vendemmiatrice meccanica, pressa impersoffice o imbottigliamento in brik, ma di qualità dell'uva. Ossia riuscire a conciliare una materia prima in grande quantità senza "lavorarla" troppo con la chimica.

Nel caso di vino per puro piacere, non si può prescindere dal lato edonistico e sensoriale. Sono stufo di produttori che ti dicono che il loro vino non fa male perchè non ha solforosa o ormoni antibotritici QUINDI è buono. L'equazione non torna.
E non si tratta di standardizzazione del gusto, si tratta di prodotti che, pur con qualche scontrosità o con una mancanza di ruffianeria, riescano a mantenere una piacevolezza di beva in grado da dare una soddisfazione gustativa e, perché no, culturale (la conoscenza del produttore e/o del terroir) al consumatore.

Affrontare nuovi e differenti mercati richiede economie di scala, una produzione che sia qualitativamente costante ("consistent") nel rispetto delle differenze del millesimo, con le sue peculiarità. Anzi, facendo percepire al consumatore la necessità e l'importanza di queste sfumature e qua il ruolo della comunicazione, sia diretta che mediata, è fondamentale (vedi la bravura dei produttori francesi in genere che hanno creato un'aspettativa per le nuove annate di alcuni prodotti, non solo di nicchia altissima).
Trovo che noi italiani, in questo, siamo un po' carenti. Anche quando diciamo che il vino "quest'anno mi è venuto così" non diamo un valore alla cosa ma, anzi, facciamo la figura dei pressapochisti.
Dobbiamo invece imparare a creare valore e opportunità in qualsiasi situazione (anche nei momenti di crisi...).

Assolutamente d'accordo su tutta la linea.
Noi diciamo sempre che i tempi del vino-come-alimento sono finiti (me lo dicono gli amici enologi per primi) e ne siamo convinti, ma dimentichiamo che esiste ancora una fascia di mercato da milioni e milioni di bottiglie per la quale non è affatto così. Diciamo allora, piuttosto, che è iniziata "anche" l'era del vino-come-piacere. Ma la prima è tutt'altro che conclusa. Quanto alla capacità di comunicazione dei nostri prodotti, troppo spesso inefficace , è un altro argomento infinito. E irrisolto.

Cara Lizzy, quando si dice la telepatia... pensa che io prendo lo spunto invece da queste parole:

"Perché il vino è un prodotto della natura. E la natura ha i suoi tempi. Non i nostri, sempre così affannati, nevrotici, insufficienti. Per fare un grande vino ci vuole tempo, per fare un bambino ci vuole tempo, per fare del pane (buono!) ci vuole tempo, tempo...e tranquillità".

Non conosci per caso la brava autrice'

Ma guarda un po'. Ecco perchè questi concetti mi erano così familiari...
;-)

un post 3.0, compresi i commenti di Pierpaolo e Mario.
Finalmente una presa di coscenza che noto pochissimi si pongono, questo per rispondere alla domanda se i consumatori sono pronti ad accettare questi vini, secondo me no, e la comunicazione su di essi riguarda una elite di persone che hanno come passione il vino. Ragionavo di questi aspetti l'altra sera con un amico con il quale stiamo portando avanti un progetto produttivo, e mi ha stupito con un ragionamento che riassunto dice circa così: "la potenzialità del terroir è oltre l'uomo, perchè la natura è molto più ricca di quello crediamo. Non avendo pazienza la nostra logica è sottrattiva, non lasciamo alla natura i 'suoi' tempi". Ma i tempi della natura sono particolari, perchè una fermentazione dura "poco", l'evoluzione del vino "molto", e quindi gli "atteggiamenti tecnologici" non possono avere una logica univoca. Se poi si aggiunge la giusta contraddizione di fondo che sottolinei, i nodi comunicativi da dipanare sono davvero tanti... Grazie però per aver posto in modo cristallino l'argomento.

Mirco

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