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27.07.09

Ocm vino: cosa cambia (per ora)

vigneti d'Ungheria.jpg

Ci siamo: il conto alla rovescia è partito definitivamente.

Il mondo del vino europeo è alle porte (dicono) di una nuova era: quella della nuova Ocm vino, che entrerà in vigore il 1 agosto.

Senza se e senza ma.

Se in questi giorni chiediamo ad un produttore che cosa cambierà per lui, molto difficilmente riusciremo ad ottenere una risposta chiara e precisa; questo perchè la maggior parte degli interessati non lo sa, non l'ha capito, e confida che qualche buon'anima di Consorzio di Tutela o chi per esso glielo spieghi, o meglio ancora gli dica che cosa deve fare.

Senza volerci sostituire ai Consorzi - o a chi per essi -, abbiamo provato a tradurre (faticosamente) dal burocratese quali saranno gli effetti più macroscopici di quella che fino ad oggi ci è stata presentata come una vera e propria rivoluzione del mondo del vino così come lo conosciamo (e che solo il tempo dirà se sarà davvero tale).

1) Legge sulle denominazioni d'origine: la mitica 164/92.
Il Ministero per le Politiche Agricole avrà tempo fino al 29 gennaio 2010 per modificarla, adeguando la normativa italiana al Regolamento CE 479/2008 (quello dell'Ocm vino).

Nel frattempo però, il Comitato nazionale vini ha già dato parere positivo, sia pur modificandone la formulazione, al progetto di regolamento applicativo sulle Dop e Igp (art.6, par. 4 del Reg. CE 479/2008).

2) Nuove etichette dei vini e pratiche enologiche ammesse da Bruxelles: boh? Al momento esistono solo i testi in lingua francese e inglese (le traduzioni dei quali non sono considerate documenti ufficiali, a dimostrazione ulteriore che a Bruxelles l'Italia conta come il due di bastoni quando la briscola è spade).

Però:
l'art. 73 delle norme transitorie dice che i vini possono essere commercializzati fino ad esaurimento delle scorte, purchè etichettati entro il 31/12/2010.

Questo vale solo per i vini a Doc; per i vini varietali il discorso è diverso, poichè se è vero che devono essere prodotti dalla vendemmia 2009, è altrettanto vero che i tempi di manovra sono strettissimi.

3) Etichettatura a parte, l'altro argomento che turba i sonni dei produttori è la faccenda delle nuove norme suii controlli, le quali scatteranno il 1 agosto 2009, non ci son santi (nè proroghe di sorta).

Però...anche qui c'è un però;

si è pensato di concedere alle denominazioni già sottoposte ai piani dei controlli approvati dall'Ispettorato Centrale per la Qualità (Icq) alcuni mesi per il trasferimento delle attività di controllo dai Consorzi di Tutela al nuovo (o ai nuovi) organismo incaricato.
Questo provvedimento riguarda il 70% della produzione attuale di Vqprd; le denominazioni non ancora sottoposte al piano dei controlli - cioè il 30% - dovrebbero avere (il condizionale è d'obbligo) a disposizione un periodo di tempo più lungo per mettersi in regola attraverso l'autocertificazione dei produttori stessi.

Tuttavia, comunque vada, finchè una denominazione non soddisferà quanto sancito dall'Ocm non potrà certificare il proprio prodotto.

Tra le altre decisioni prese, c'è anche quella che assicura anche per quest'anno l'attivazione della distillazione di crisi, misura particolarmente attesa da alcune Regioni, e per la quale sono stati stanziati circa 27 milioni di euro, a valere sui fondi 2008.

A partire dalla compagna 2009/2010 tuttavia, in alternativa alla distillazione di crisi verranno attivate anche le misure della "vendemmia verde", che dovrebbero permettere di equilibrare il mercato (speriamo), evitando che si verifichino eccedenze di prodotto.

C'è poi l'ampio capitolo che riguarda la promozione e la comunicazione.

Un gruzzoletto multimilionario (in euro) che l'Europa mette a disposizione dell'Italia, e che ci auguriamo venga utilizzato velocemente e gestito nel modo più efficace possibile.

Ma sul destino del quale, per esperienza personale, ci permettiamo di essere pessimisti.

Aggiornamento del 28.07: ecco finalmente i testi dei Regolamenti sui vini a Dop/Igp, l'etichettatura e le pratiche enologiche, con la traduzione ufficiale in lingua italiana. Il tutto grazie al mio amico enologo Giuseppe.
RegEtichett_13_7_09.pdf; RegPraticheEnol-13_7_09.pdf




25.07.09

Luna dei Feldi

Thumbnail image for lunadeifeldi.jpg

La Valdadige è la valle lunga, sinuosa e stretta scavata dal secondo fiume d'Italia per lunghezza (dopo il Po) nel suo viaggio dal Passo Resia (dove nasce) al Mediterraneo (dove sfocia), e che nel suo tratto veronese - cioè fino a Rovereto - prende il nome di Vallagarina.

Il vino oggetto di questo post nasce qui: in questo crocevia di culture, colture e lingue.

Nasce da uve coltivate nei vigneti chiamati Feldi, nel paese di Roverè della Luna; i vitigni coltivati sono chardonnay, Müller Thurgau e gewürztraminer, che poi vengono raccolti e lavorati separatamente, fino al blend finale che da' origine a questo vino.

La Luna dei Feldi infatti è un trittico delle tre uve - presenti in percentuali che, non essendo dichiarate nella scheda, è lecito supporre varabili a seconda dell'annata.
Il progetto enologico lo vorrebbe un vino territoriale, essendo le tre cultivar le più tipiche espressioni di vitigno bianco di queste parti (manca solo il pinot grigio); il risultato finale, però, è un po' diverso.

In un assaggio alla cieca è facile indovinarne l'origine nordica: è un vino fresco, snello e nervoso, con un'acidità che ricorda certi bianchi friulani.
Persino il più sudista dei tre vitigni, lo chardonnay, si esprime con note di frutta gialla, senza la carnosità da succo di frutta di certi chardonnay del Sud (d'Italia e del mondo).

Detto questo però, più che parlare trentino (come dovrebbe), il Luna dei Feldi parla inglese. E' cioè un vino dalla forte caratterizzazione internazionale, molto saporito, forse troppo.

La convivenza di tre uve di carattere infatti non riesce a sublimarsi in un matrimonio: dall'inizio alla fine dell'assaggio, il Luna dei Feldi è un vino curioso.

Un'addizione che non diventa mai una somma.

Al naso emergono profumi d'un giallo intenso di frutta e fiori, in bocca si avverte qualche sfumatura verde: l'ortica e la salvia del Müller Thurgau si accostano (senza troppo fondersi) al giallo dorato della mela golden e al bianco della pera dello chardonnay, e alla florealità rosa del traminer. Un trittico di profumi e gusto che tira dritto per tutto l'assaggio, affilato come una lama.

Conclusione: un vino da conoscere, per quanto (probabilmente) non facile da abbinare a causa della sua personalità così decisa e schietta. Questa sì, decisamente trentina...




18.07.09

Alternative packaging

wine in box.jpg

E' sempre attuale il dibattito sui vini in scatola.
Soprattutto in questi tempi risparmiosi e ultragreen.

In Italia, non c'è niente da fare, sarà dura convincere i wine lovers più esigenti e schizzinosi che i loro vini preferiti possono trovare degno albergo anche in un parallelelepipedo di cartone, alluminio e plastica (riciclabile).

Ma all'estero non sono così prevenuti.

Obiettivamente, quali sono gli argomenti che nelle preferenze dei consumatori in mercati significativi come gli USA stanno tirando la volata a questi contenitori alternativi, al punto che negli ultimi 12 mesi le vendite dei premium wines in bag in box sono cresciute del 30% (laddove il mercato del vino in bottiglia è pressoché fermo)?

- Le scatole da vino sono più ecologiche delle bottiglie (dicono). Richiedono meno energia per farle, sono più leggere da trasportarle, si smaltiscono meglio. E' infatti stato calcolato che il tributo in CO2 pagato per un vino in bag in box è pari alla metà di quello di un vino messo in bottiglia.

- Sono più pratiche: nel frigo di casa (ma soprattutto in quello del camper, o della roulotte) si stivano meglio, e mantengono il vino fresco e al riparo dalle ossidazioni per molti giorni, diversamente dalla bottiglia tradizionale (per la quale devi usare la pompetta per fare il vuoto, e non tutti sono così attrezzati/sofisticati).
Ovviamente, stiamo parlando di vini freschi e giovani. Dubito che un Barolo trarrebbe qualche giovamento dall'essere imbottigliato (si fa per dire) in un bag in box.

Ciò premesso, se ancora qualcuno storcesse il naso a vedersi mettere in tavola una scatola come quella della mia foto d'apertura, si può sempre ricorrere al vecchio trucco del decanter. Si travasa il contenuto della scatola in una bella boccia di cristallo, et voilà.

Così occhio non vede, e cuore non duole.

Per chi invece volesse approfondire come si confeziona un vino in bag in box, consiglio una visita allo stabilimento Zimmermann Graef (Wachenheim, Germania), dove arrivano (sfusi) molti vini italiani anche a denominazione d'origine per essere insacchettati, inscatolati e spediti nei mercati finali.

Wine is a business, baby.




10.07.09

Lo Zen e l'arte del blogging

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Un piccolo omaggio per tutti coloro che amano il blogging, la lettura e... la filosofia orientale.

lo zen e l'arte del blogging.pdf




06.07.09

I vini che piacciono

vino in gdo.jpg

Piaccia o non piaccia, la maggior parte dei vini italiani prende la via dei mercati esteri.
Soprattutto delle grandi catene di distribuzione alimentare, nelle quali la lotta per lo spazio e la sopravvivenza sugli scaffali è dura, ogni giorno più dura.

Durissima.

Siamo sicuri che i nostri vini abbiano i requisiti giusti per combatterla?
In altre parole, quali sono le caratteristiche dei vini che piacciono di più ai consumatori?

E' la domanda che si sono fatti gli enologi della sezione Veneto Occidentale di Assoenologi, quando alcuni giorni fa hanno organizzato - con la collaborazione di Tebaldi.it Risorse per l'enologia, che ha fortemente voluto questo incontro - una degustazione di alcuni dei vini di maggior successo sui mercati mondiali.

Vini esteri e italiani di griffe anche famose, che si vendono in milioni di pezzi nei supermercati di mezzo mondo.

La degustazione, guidata dal giornalista e consulente Luciano Rappo, è stata preceduta da un veloce punto della situazione sui mercati inglese e statunitense, i più interessanti per la maggior parte dei produttori italiani.

Dal quadro presentato emerge in particolare che:

- negli USA, il formato più richiesto è venduto è quello della bottiglia da 0.75 cl, seguita dal magnum (1,5 litri). Curioso? No, ha spiegato Rappo, "perchè la magnum è più comoda, da essa si ricavano molti più bicchieri che da una bottiglia normale". Bicchieri? Certo; perchè nei ristoranti americani il vino al bicchiere è regola molto più diffusa che da noi. Altri formati di successo sono quelli da 3, 4,5 litri; meno diffuso il tetrabrick.

- la chiusura più apprezzata è quella del tappo a vite. "In molti ristoranti il personale di servizio è orientale, filippino o simili. Non hanno dimestichezza con i cavatappi. E non sempre c'è il tempo, la voglia o la pazienza di insegnare loro ad usarlo. Per questo il tappo a vite è sempre più richiesto".

- Il vitigno più trendy negli USA al momento è il pinot nero (l'effetto Sideways non si è ancora esaurito...) ma anche il pinot grigio e il cabernet sauvignon reggono bene. In crescita la moda del riesling.

- La nazione di maggior successo è l'Argentina, il vitigno più apprezzato il malbec. In crescita la fortuna del Cile e del suo carmenere (+2% nel 2008).

- Cosa guardano i consumatori quando devono comprare una bottiglia? "Il marchio. La denominazione d'origine non interessa, interessa di più agli italiani". Fanno eccezione solo alcune DO storiche, molto note, come Chianti o Prosecco.

Ciò premesso, i vini che sono stati posti in degustazione cieca sono stati gli italiani:

- Vermentino di Sardegna 2008 Sella&Mosca (alcol 11% vol., prezzo 3,90 euro, oltre 1 milione e 200 mila bottiglie);

- Inzolia Colomba Platino 2008 , IGT Sicilia, Duca di Salaparuta (alcol 12,5% vol. 7,49 euro);
- il Santa Cristina 2007 Antinori Toscana IGT (sangiovese 90%, merlot 10%).
"Ci sono marchi che non si fanno problemi ad essere sia nella grande distribuzione che nella ristorazione - ha detto Rappo - Sono i ristoratori che spesso non vogliono avere gli stessi vini che si trovano nei supermercati. Eppure certi marchi vanno benissimo in entrambi i canali".

Tra gli esteri, abbiamo assaggiato:
- il neozelandese Sauvignon Blanc Cloudy Bay, 2008, vino base(Gr. L.V.M.H., a 13,90 euro piu' IVA);

- lo spagnolo La Mano 2007, Mencia Roble D.O., Bierzo Castilla y Leon (alcol 12,5% vol, prezzo in GDO: 5,90 Euro. Realizzato in quasi 6 milioni di bottiglie, nell'ultimo anno ha quintuplicato le vendite in tutto il mondo);

- il Rivercrest Ruby Cabernet 2006 E&J.Gallo (venduto a 4,80 Euro, fa 3 milioni e rotti di bottiglie all'anno);

- lo Shiraz varietal range 2008, Hardys. Un vino di Constellation Brands costruito per il mercato inglese, a 4,79 Euro sia in GDO che in ristorazione;

- il biodinamico Belleruche, Cotes du Rhone 2007, Michel Chapoutier. Ai ristoratori viene dato a 10,50 euro .

- l'argentino Argento, Bodegas Esmeralda (Zapata), 2007. Venduto a 4,40 euro in Gdo, a 7,50 euro ai ristoratori, fa 3,5 milioni di bottiglie).

Cos'hanno in comune questi vini, peraltro molto diversi tra loro all'assaggio?

Sono tutti vini piacevoli.
Riconoscibili, affatto anonimi.
Coerenti nei profumi e nel gusto.
Di grande bevibilità.
Equilibratissimi nelle componenti struttura-alcol-zuccheri-acidi.
Con una gradazione alcolica ragionevole, mai eccessiva.

E con un rapporto qualità/prezzo assolutamente centrato.

Caratteristiche che non sempre, chissà perchè, i vini italiani di volume come questi riescono ad avere.




02.07.09

Amarone della Valpolicella, la svolta del rigore?

uva in cassetta.jpg

E' estate, ma anzichè al mare, alla montagna o alle ferie in genere il pensiero dei produttori della Valpolicella è fisso altrove, sempre lì: alla prossima vendemmia.

La quale quest'anno si presenta - al momento - di una qualità superiore a quella del 2008, con quantità d'uva ridotte, grappoli spargoli e uve sanissime.

Condizioni ideali per mettere in appassimento un bel po' di quintali di prodotto.

Forse anche per questo il Consorzio di tutela della Valpolicella ha deciso di giocare d'anticipo: a scanso di tentazioni, ha chiesto alla Regione Veneto il permesso di portare dal 70% (il massimo concesso dal disciplinare di produzione) al 50% il quantitativo d'uve da mettere a riposo.

Una deroga al ribasso, dunque.

Meno uve a riposo significa non solo meno vini da uve appassite come l'Amarone della Valpolicella (e il suo collaterale minore Valpolicella Ripasso), ma anche maggior selezione delle uve, e un quantitativo delle medesime di maggior qualità lasciato agli altri vini della zona, come il Valpolicella d'annata e il Superiore (non ripassato).

Insomma, da una scelta a monte un po' più rigorosa tutti ne verrebbero a beneficiare.
"E' una decisione non facile ma lungimirante - ha detto il presidente del Consorzio, Luca Sartori - Ma allo stato attuale si presenta sotto ottimi auspici e ci permette di guardare avanti con responsabilità ed ottimismo pur in un momento di forte crisi internazionale". 

Particolare interessante e affatto secondario, la decisione di abbassare i quantitativi di uve da mettere a riposo riguarderà tutti i produttori: aziende private e cantine sociali.

Queste ultime in particolare, sulle quali in genere si concentrano gli strali di chi le accusa di immettere sul mercato quantitativi industriali di Amarone della Valpolicella, in realtà non hanno mai messo in appassimento, mediamente, più del 20% delle loro uve.

Ciononostante, il consiglio di amministrazione del Consorzio proporrà loro un accordo scritto che le impegna ad accontentarsi di mettere a riposo un quantitativo pari a quello dello scorso anno.

Le premesse perchè l'iniziativa consortile vada a buon fine ci sono tutte; in Valpolicella sembra spirare un desiderio di maggior rigore.

Lo dimostra l'ultima iniziativa di una decina di aziende produttrici storiche di Amarone della Valpolicella, capitanate da Masi Agricola, che si sono perfino date un disciplinare di produzione un po' più severo (ma solo un po', eh!) dell'attuale.

Il tutto per difendere quella perla dell'enologia veronese che è l'Amarone della Valpolicella.

Una Ferrari che spesso, troppo spesso ultimamente, in giro si trova al prezzo di una Punto (e anche di seconda mano...).




01.07.09

Tasting Panel: Altemura di Altemura

altemura-di-altemura-3001.jpg

No, non me l'ero dimenticata, questa bottiglia.

L'avevo semplicemente lasciata tranquilla in cantina, confidando che ad un rosso di un certo spessore come un Primitivo di Manduria (chè tale di fatto è questo vino), un po' di affinamento in vetro non può che fare bene.

E, complice un'estate che non ha ancora deciso cosa farà da grande - se un caldo autunno anticipato o una piovosa primavera tardiva - la voglia di degustare un rosso da 14 gradi alcol non è ancora andata in ferie.

Il vino oggetto di questa sessione di tasting è "Altemura di Altemura Primitivo di Manduria Doc 2006" della Masseria omonima, tenuta pugliese della Casa Vinicola Zonin e cavia di uno esperimento di tasting panel allargato.

Nel bicchiere - ne ho usati due: il calice Meraviglia di Donato Lanati, e il calicetto Iso - il colore si presenta di un rubino scurissimo ma non molto fitto tendente al violaceo.

E viola si presentano anche i profumi, peraltro non troppo accentuati: prugna della California, more scure, fiori scuri...su tutti però s'impone un ricordo di liquirizia nera, determinata probabilmente da un'elevazione in legno (la scheda tecnica parla di 14 mesi in tonneaux di rovere francese da 350 l) che il vino non ha ancora ben metabolizzata.

La sfumatura - molto leggera - d'incenso può essere dovuta invece ad una annata che in Puglia è stata piuttosto calda (ma non torrida).

In bocca la liquirizia si ri-affaccia per prima, seguita dalla frutta sotto spirito e da qualche nota speziata (pepe nero) e di tabacco.

Al palato e sulla lingua i tannini trasmettono una sensazione tattile simile a quella della seta grezza, segno che il vino ha ancora un discreto potenziale di polimerizzazione davanti a se'. Anche se è già un 2006, non sarà male tornare ad assaggiarlo tra un po'.

La struttura complessiva invece appare un po' esile rispetto all'alcol, a discapito della persistenza: alla fine è la sensazione alcolica ad avere la meglio.

Le sue carte migliori però questo vino le gioca sul piano della bevibilità: nonostante il grado alcolico e il corpo un po'..sottopeso, si beve bene.

Tutto e con piacere, come si conviene ad un vino da pasto quotidiano.