I vini che piacciono

Piaccia o non piaccia, la maggior parte dei vini italiani prende la via dei mercati esteri.
Soprattutto delle grandi catene di distribuzione alimentare, nelle quali la lotta per lo spazio e la sopravvivenza sugli scaffali è dura, ogni giorno più dura.
Durissima.
Siamo sicuri che i nostri vini abbiano i requisiti giusti per combatterla?
In altre parole, quali sono le caratteristiche dei vini che piacciono di più ai consumatori?
E' la domanda che si sono fatti gli enologi della sezione Veneto Occidentale di Assoenologi, quando alcuni giorni fa hanno organizzato - con la collaborazione di Tebaldi.it Risorse per l'enologia, che ha fortemente voluto questo incontro - una degustazione di alcuni dei vini di maggior successo sui mercati mondiali.
Vini esteri e italiani di griffe anche famose, che si vendono in milioni di pezzi nei supermercati di mezzo mondo.
La degustazione, guidata dal giornalista e consulente Luciano Rappo, è stata preceduta da un veloce punto della situazione sui mercati inglese e statunitense, i più interessanti per la maggior parte dei produttori italiani.
Dal quadro presentato emerge in particolare che:
- negli USA, il formato più richiesto è venduto è quello della bottiglia da 0.75 cl, seguita dal magnum (1,5 litri). Curioso? No, ha spiegato Rappo, "perchè la magnum è più comoda, da essa si ricavano molti più bicchieri che da una bottiglia normale". Bicchieri? Certo; perchè nei ristoranti americani il vino al bicchiere è regola molto più diffusa che da noi. Altri formati di successo sono quelli da 3, 4,5 litri; meno diffuso il tetrabrick.
- la chiusura più apprezzata è quella del tappo a vite. "In molti ristoranti il personale di servizio è orientale, filippino o simili. Non hanno dimestichezza con i cavatappi. E non sempre c'è il tempo, la voglia o la pazienza di insegnare loro ad usarlo. Per questo il tappo a vite è sempre più richiesto".
- Il vitigno più trendy negli USA al momento è il pinot nero (l'effetto Sideways non si è ancora esaurito...) ma anche il pinot grigio e il cabernet sauvignon reggono bene. In crescita la moda del riesling.
- La nazione di maggior successo è l'Argentina, il vitigno più apprezzato il malbec. In crescita la fortuna del Cile e del suo carmenere (+2% nel 2008).
- Cosa guardano i consumatori quando devono comprare una bottiglia? "Il marchio. La denominazione d'origine non interessa, interessa di più agli italiani". Fanno eccezione solo alcune DO storiche, molto note, come Chianti o Prosecco.
Ciò premesso, i vini che sono stati posti in degustazione cieca sono stati gli italiani:
- Vermentino di Sardegna 2008 Sella&Mosca (alcol 11% vol., prezzo 3,90 euro, oltre 1 milione e 200 mila bottiglie);
- Inzolia Colomba Platino 2008 , IGT Sicilia, Duca di Salaparuta (alcol 12,5% vol. 7,49 euro);
- il Santa Cristina 2007 Antinori Toscana IGT (sangiovese 90%, merlot 10%).
"Ci sono marchi che non si fanno problemi ad essere sia nella grande distribuzione che nella ristorazione - ha detto Rappo - Sono i ristoratori che spesso non vogliono avere gli stessi vini che si trovano nei supermercati. Eppure certi marchi vanno benissimo in entrambi i canali".
Tra gli esteri, abbiamo assaggiato:
- il neozelandese Sauvignon Blanc Cloudy Bay, 2008, vino base(Gr. L.V.M.H., a 13,90 euro piu' IVA);
- lo spagnolo La Mano 2007, Mencia Roble D.O., Bierzo Castilla y Leon (alcol 12,5% vol, prezzo in GDO: 5,90 Euro. Realizzato in quasi 6 milioni di bottiglie, nell'ultimo anno ha quintuplicato le vendite in tutto il mondo);
- il Rivercrest Ruby Cabernet 2006 E&J.Gallo (venduto a 4,80 Euro, fa 3 milioni e rotti di bottiglie all'anno);
- lo Shiraz varietal range 2008, Hardys. Un vino di Constellation Brands costruito per il mercato inglese, a 4,79 Euro sia in GDO che in ristorazione;
- il biodinamico Belleruche, Cotes du Rhone 2007, Michel Chapoutier. Ai ristoratori viene dato a 10,50 euro .
- l'argentino Argento, Bodegas Esmeralda (Zapata), 2007. Venduto a 4,40 euro in Gdo, a 7,50 euro ai ristoratori, fa 3,5 milioni di bottiglie).
Cos'hanno in comune questi vini, peraltro molto diversi tra loro all'assaggio?
Sono tutti vini piacevoli.
Riconoscibili, affatto anonimi.
Coerenti nei profumi e nel gusto.
Di grande bevibilità.
Equilibratissimi nelle componenti struttura-alcol-zuccheri-acidi.
Con una gradazione alcolica ragionevole, mai eccessiva.
E con un rapporto qualità/prezzo assolutamente centrato.
Caratteristiche che non sempre, chissà perchè, i vini italiani di volume come questi riescono ad avere.
Commenti
Interessante questo spaccato Lizzy, così come le considerazioni sui vini che vanno bene sia in un canale (gdo) che nell'altro (ristorazione), potere del marchio ?
Sulla piacevolezza, segnalo una manciata di vini da bere "a garganella" che ho pubblicato proprio due o tre giorni fa:
http://www.vinix.it/myDocDetail.php?ID=3027
Ciao, Fil.
Postato da : Filippo Ronco | 06.07.09 11:10
La piacevolezza e un po' di sbarazzino menefreghismo dei vecchi cliché sono alla base del successo di Yellow Tail. Possiamo stare a criticarlo giorni, pensando che il "nostro" vino sia migliore, ma se vuoi fare numeri, fatturati e margini non basta contenere i costi, serve dare al consumatore di quel segmento ciò che cerca. E in genere cerca un vino piacevole da bere senza prima doversi fare un corso di storia enologica ;-)
Postato da : Pierpaolo Penco | 06.07.09 13:40
Esatto, Pierpaolo: uno dei tratti più evidenti di questi vini di successo è l'immediatezza (che non va confusa con la banalità). Perchè non a tutti piacciono i vini "cerebrali".
Postato da : Lizzy | 06.07.09 15:27
Non vorrei apparire ingenuo, ma è che i nostri vini "di massa" non riescono ad avere quella piacevolezza perchè la nostra legislazione è più restrittiva e quindi non consente di manipolare il prodotto come invece succede in altri paesi ?
Postato da : Roberto Panizza | 10.07.09 19:21
No, non credo che sia questo il punto, tanto è vero che tra i vini di maggior successo ci sono anche molti vini biologici (nei quali, si spera, la manipolazione è pressocchè nulla, o quasi).
Io penso piuttosto che sia una questione di atteggiamento "product oriented" (il nostro) e "market oriented" (il loro). Noi facciamo il vino, e poi andiamo a cercare il mercato che può comprarlo, loro prima guardano che cosa vuole il mercato, e poi fanno il vino.
Postato da : Lizzy | 10.07.09 19:27
Beh, se parliamo di produttori da volume, l'approccio basato sul mercato è obbligatorio. Nella mia esperienza scolastica ho visto che il marketing studia, anticipia e talvolta condiziona i trend: Sony docet....
Postato da : Tomaso | 22.07.09 18:08