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Il Marroneto, ovvero il Brunello di Montalcino

dal Marroneto.jpg

C'è Brunello e Brunello.

E c'è "Il Marroneto", Brunello di Montalcino.

"Sono 35 anni che gioco con il vino.
Stasera vorrei spiegarvi come in Italia sta morendo la Docg
".

Alessandro Mori, produttore in quel di Montalcino, è un personaggio affascinante per simpatia, schiettezza e cordialità, ma dietro l'apparenza amichevole nasconde la grinta del combattente ostinato che non teme di dire quello che pensa senza eufemismi, e pazienza se qualcuno non è d'accordo.

In questi giorni è stato protagonista di una mini-tournée in Veneto, nelle province di Treviso, Vicenza e Verona (grazie Mauro e Angelo!): tre serate nelle quali ha offerto una verticale dei suoi straordinari Brunello di Montalcino "Il Marroneto" (annate 2004, 2001, 1998, 1995, 1989) e del cru "Madonna delle Grazie" (2004, 2003, 2000) insieme al racconto semplice e coinvolgente della sua esperienza, della sua filosofia (produttiva e di vita), del mondo del vino di ieri, oggi e domani.

Dei suoi vini ha detto poco o nulla, lasciando che parlassero nei bicchieri.

Alla serata vicentina, ospitata presso l'Officina Gusto Locale dell'ottimo Roberto Gasparin, eravamo in parecchi.

L'ultima volta che avevamo incontrato Alessandro era stato a fine ottobre, nella sua azienda, e come al solito avevamo discusso della vita, l'universo e tutto quanto il resto, tra il gorgoglìo partecipe e soddisfatto delle sue grandi botti (le custodi dei suoi vini), bottiglie di "Il Marroneto" e bruschette toscane.

Ricordi di profumi e suoni ma soprattutto di un calore e di un bene-stare che ho ritrovato nella serata vicentina, bevendo i suoi vini, mentre Alessandro si raccontava.
Quelli che seguono sono alcuni passaggi, il pensiero del titolare di un'azienda storica di Montalcino, e scusate se è poco.

Perchè non mi sono mai dedicato all'Italia? Perchè è un mercato nato viziato. Molti dei giornalisti che oggi vanno per la maggiore hanno iniziato anch'essi negli anni '90, quando cominciò su larga scala il fenomeno-vino, quando iniziò il business e si cominciarono a perdere la fedeltà alla tradizione, al territorio, al vitigno. Per questo non so se stasera i miei vini vi piaceranno: perchè quello che vi metto in tavola è il vero Brunello di Montalcino.

Io non ho mai fatto il vino per il consumatore finale: l'ho sempre fatto per me. Ho cercato di raccontare nel vino quello che sono io.

Il Brunello non è un vino morbido, perchè la sua caratteristica è una grande acidità strutturale, funzionale ad un lungo invecchiamento .
Cosa ha distrutto questo vino? Il business, che fatto piantare sangiovese ovunque, e ha creato cantine per produzioni su larga scala. E quando il vino smette di essere una passione e una ragione di vita, e diventa solo business, è la fine di tutto, anche della Docg.
Per questo a Montalcino non si potrà tornare indietro e riprendere a lavorare il sangiovese come una volta: gli interessi in gioco sono troppi, gli investimenti fatti troppo grandi.

Il mio vino nasce in vigna. In cantina non ho niente. Non lavoro la terra, non concimo, mai. Non uso diserbanti. Lascio che le mie piante trovino un loro sistema di difesa.
Mi piace pensare che ogni anno le uve hanno caratteristiche diverse dovute anche alle piogge, a perturbazioni che vengono da lontano, da altri paesi, altre terre...
Magari non è vero. Ma a me piace pensarlo.

La cultura del vino è il racconto che il vino fa di se stesso; non aprite la bottiglia troppe ore prima, non usate decanter. Lasciate che il vino si apra da solo, un po' alla volta, nel bicchiere.

A cosa serve il legno? A ossigenare. Se viene usato per conferire profumi terziari, è il fallimento del produttore.
I vini che emozionano, di cui si vuota la bottiglia, sono quelli che nel bicchiere cambiano continuamente. Se sono troppo aggressivi diventano statici: dopo un po' il nostro corpo si abitua a questi profumi e non li richiede più. Per questo il vino non finisce: perchè annoia"
.

Beh, io mi annoio moltissimo a scrivere note di degustazione (è uno dei motivi che mi hanno indotto ad abbandonare il mondo delle guide).
Nel caso dei vini di Mori, non riuscirei nemmeno ad essere obiettiva: mi piacciono da sempre, come faccio a criticarli?

Ecco perciò pochi flash di sensazioni che i bicchieri mi hanno regalato:

"Il Marroneto" 2004: giovane e scattante, fiori rossi e viole;
"Il Marroneto" 2001: un mazzo di rosmarino;
"Il Marroneto" 1998: il più timido a rivelarsi, frutta rossa;
"Il Marroneto" 1995: giovane-adulto, tabacco biondo e cuoio chiaro;
"Il Marroneto" 1989: miele di castagno, caldo, scuro e avvolgente.

"Madonna delle Grazie" 2004: esuberante e rotondo; da risentire tra qualche anno.
"Madonna delle Grazie" 2003: pieno e fruttato.
"Madonna delle Grazie" 2000: noci e bosco.

Commenti

Lizzy concordo pienamente con te. E' uno di quei vini con anima e che raccontano la natura senza stravolgerla. E' un bere che ti lascia un ricordo, delle sensazioni ed emozioni
:)

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