Jamie Goode: UK loves Amarone
"Raccontate la storia del vostro vino.
Come dice Seth Godin, le storie dominano, hanno sempre la meglio sulla scienza.
Perciò, raccontate la storia dell'Amarone, perchè non tutti la conoscono".
Chi parla così non è il solito markettaro fissato con il racconto dell'emozione: è Jamie Goode, uno dei più importanti wine writer britannici, un mostro sacro della rete (qui il suo sito, uno dei più autorevoli del web), wine blogger, autore di un testo chiave come "Wine science: the application of science in winemaking".
Goode è stato la guest star di un recente incontro organizzato in Valpolicella da Lallemand e dal Centro Sperimentale vitivinicolo di S.Floriano, avente per tema i vini ad alta gradazione alcolica e relative problematiche di vinificazione. Insieme a lui, è intervenuto Antonio Palacios Garcia, docente presso l'Università della Rioja, che ha parlato dell'esperienza spagnola in materia.
L'incontro, rivolto agli enologi, ha avuto un taglio eminentemente tecnico; ma poichè nemmeno i wine maker possono permettersi d'ignorare i temi della comunicazione e del marketing, ecco spiegata la presenza di uno dei maggiori esperti del mercato del Regno Unito.
Come se la cavano i vini italiani in quello che è uno dei mercati più esigenti e difficili del mondo?
Penalizzati da prezzi generalmente più alti di quelli dei vini del Nuovo Mondo, risentono molto della concorrenza di questi ultimi.
Inoltre devono sottostare, come tutti, allo strapotere dei buyer della distribuzione moderna, nelle mani della quale è concentrato il 70 per cento del mercato del vino nel Regno Unito.
"Una volta si faceva il vino e poi si cercava il cliente, adesso è opportuno prima fidelizzarsi il cliente, e poi fare il vino" ha detto Goode.
Malgrado ciò, l'Amarone della Valpolicella ha (ancora) grandi possibilità di crescita.
Perchè secondo i buyer interpellati da Goode "è più facile da capire del Barolo" (Michelle Smith di Sainsbury's) "ha uno stile unico, appassionante" (Andy Howard, buyer di Mark and Spencer) e "sembra rappresentare una valida alternativa ai vinoni del Nuovo Mondo" (Majestic Wine).
Non solo: "sembra essere un vino che incuriosisce anche i giovani e i neofiti alle prime armi" (Andrew Shaw, di Waitrose).
Quali sono allora, i fattori-chiave del successo dell'Amarone della Valpolicella in questo e in altri mercati esteri?
- la sua storia. Il suo metodo di produzione. Potranno anche provare a imitarlo in giro per il mondo, ma le uve e i terreni non saranno mai quelli della Valpolicella. E nemmeno il risultato.
- il suo stile. "I giovani, la generazione Y, quelli nati dal 1980 in poi e che adesso si affacciano sul mercato dei consumi, stanno crescendo con lo stile del vino australiano" ha detto Jamie "Perciò bisognerà imparare a modulare la comunicazione e il marketing per questa generazione, cresciuta a pane e Internet"
L'Amarone della Valpolicella va comunicato con un packaging adeguato, e soprattutto attraverso i nuovi media.
E' questa, e non altra, la principale sfida che attende i produttori della Valpolicella nei prossimi anni.
Pane e Internet. Non si scappa.
Il contatto personale con il consumatore, la stampa e le guide, la televisione, gli eventi, la pubblicità tradizionale, le fiere, le degustazioni...tutta l'attrezzistica familiare ai produttori, e della quale si sono serviti fino ad oggi per promuovere i loro vini, non basta più.
Siamo immersi in un mondo nuovo, che parla un linguaggio nuovo, usa nuovi mezzi per acquisire e scambiarsi informazioni.
Certo: chi è prossimo alla pensione può concedersi il lusso d'ignorarlo.
Ma gli altri?
Se si vuole continuare a vendere i milioni di bottiglie di Amarone di oggi (per non parlare di quelle di Ripasso), bisognerà familiarizzare con questo mondo, e il più in fretta possibile.
Perchè i competitors, la' fuori, non si fermano ad aspettarci...