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Umile trattato di enogastroergonomia, di Giulio Nepi

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Buridda Clandestina

Umile trattato di enogastroergonomia

di Giulio Nepi

In principio fu il puff del ragionier Fracchia, poi venne Philippe Starck. Ma in mezzo ci siamo sempre noi, anzi, le nostre chiappe. E non in senso figurato: qui parliam proprio di culi. Per dire: avete mai fatto caso a dove posavate il prezioso deretano all’ultimo ristorante?
Tanti, troppi ristoratori considerano il cliente uno strano organismo semplificato, parente stretto del paziente dell’Allegro Chirurgo, in pratica un essere dotato unicamente di bocca, naso, occhi e carta di credito. Il resto del corpo? Non conta.


Fateci caso, prendiamo chessò, gli orecchi.
La vera tortura in questo caso è il rumore. Ora, fra appendere al muro i cartoni delle uova e la camera anecoica dell’Ircam, vi sono tante altre possibilità più facilmente realizzabili, dai controsoffitti alle tende. Eppure il comfort acustico è uno sconosciuto nei ristoranti, nonostante sia ormai questione acclarata che il rumore frantumi i santissimi. Se voglio tornare a casa con gli orecchi che fischiano passo la serata sotto gli amplificatori di un concerto, non vado a cenare fuori.

Vogliamo poi parlare di ascelle pezzate e colli incriccati? Il collo: quella parte del corpo che sopra i trentacinque anni si blocca a tradimento quando malcapitate sotto la bocchetta dell’aria condizionata gelata in pieno agosto.
Che poi invece una volta mi capitò di mangiare in un ristorante dove l’aria condizionata funzionava pur correttamente, ma la tavola era così pesantemente intovagliata - di quelle belle stoffone lunghe fino al pavimento e spesse come un sipario - che mi sembrava mi avessero messo un orso febbricitante sulle gambe.

Ma la parte del corpo a cui proprio non pensa mai nessuno, e qui torniamo a Fracchia, è il culo. Pensateci. La sedia può essere la peggior tortura a cui essere sottoposti in un ristorante, soprattutto quando vi ci fermate per più di un paio d’ore.
Nella mia personale classifica del “tenersi lontani da”, al primo posto ci sono quegli immondi ammenicoli design con lo schienale basso. Tortura delle torture: non potersi spanciare con aria goduta al termine del piatto senza sentirsi uno spigolo piantato tra la prima e la seconda vertebra lombare.

Al secondo posto le temibili sedie per culi ridotti, genere Philippe Starck appunto. Sia che largheggiate di girocoscia per fulgidi meriti sportivi, o di bacino per biechi trascorsi goderecci (e non vi dico qual è il mio caso), la seduta troppo stretta con mezza chiappa che straborda e il segno del bordo inciso sul gluteo è l’equivalente ergonomico della pizza fredda con birra calda.

Piazza d’onore per le sedute dai materiali sudoriferi. Amate l’effetto culobagnato perché vi fa tornare bambini? Allora scegliete il ristorante con la seduta imbottita in velluto o similpelle, possibilmente scamosciata: risultato garantito anche in pieno inverno col riscaldamento rotto. Occhio anche ad alcune plastiche, probabilmente frutto dello stesso polimero con cui fanno pile e tute da sci, in grado di moltiplicare misteriosamente il calore infrangendo ogni legge della termodinamica.

Per cui, cari ristoratori, la prossima volta che l’architetto, o il geometra, o il cugino della mamma che è abbonato a Cose di Casa e quindi ne sa, vi propone di arredare il locale con l’ultimo grido di sedia perché fa cool, ebbene, prendetelo e legatelo su quella sedia per cinque ore sottoponendolo ai capricci di un condizionatore in acido e a Revolution 9 in loop a tutto volume. E accettate il suggerimento solo se a fine esperimento respira ancora.

Le mie chiappe ve ne saranno grate.

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