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Il falso made in Italy

di La Madia TravelFood

MappaArticolo georeferenziato

Mi capita di avere uno speciale legame affettivo con l’Inghilterra, retaggio di amicizie ormai ventennali. Io frequentavo un corso di inglese ed il mio insegnante, un ragazzo di nome Billy, aveva come me poco più di vent’anni. Dell’inglese aveva tutto ciò che ci si può aspettare, alto, biondo, humor tipico, ma con una marcia in più: la grande voglia di viaggiare in ogni parte del globo.

Non per conquistarlo e, come i suoi avi, colonizzarlo, ma per viverlo e assaporarlo,
cercando di adattarsi e quasi di amalgamarsi agli usi e costumi dei paesi che via
via toccava. Fu proprio questo aspetto che probabilmente mi colpì di Billy, la sua grande apertura mentale che derivava dalla sua esperienza gitana. A vent’anni aveva già fatto il giro del mondo con la famiglia. Il padre militare era soggetto a numerosi trasferimenti.

Billy aveva già vissuto in Cina, Stati Uniti e numerose altre località intermedie.
Uscito dal college con la specializzazione di insegnante di lingua inglese per stranieri, aveva trascorso un anno a Khartum in Sudan ad insegnare ai negretti, così li chiamava affettuosamente. Dopo quell’esperienza era approdato in Italia con un forte “mal d’Africa”, malattia dalla quale tutt’oggi non è guarito. Le sue lezioni d’inglese erano divertenti, inusuali, ma anche molto incisive.

Già dopo la seconda lezione ci demmo appuntamento fuori dalla scuola per bere quella che lui definì una pseudo birra in uno pseudo pub. A parte la tipologia del locale, qualche specchio marcato Guinness ed i sottobicchieri di altre marche di birra, quel bar pretendeva di ricreare maldestramente un’atmosfera inglese e la birra che veniva servita non aveva nulla a che vedere con quella del Regno Unito.
“Troppo fredda e troppo gassata” diceva Billy “… inoltre l’atmosfera è differente, la
birra tradizionale inglese è tutt’altra cosa. Quando verrai a trovarmi in Inghilterra ti
porto io in un vero pub vicino casa mia e ti farò assaggiare una vera lager o se
preferisci una bitter!”
Come aveva ragione!


Il prodotto tradizionale

Un prodotto alimentare tradizionale è quell’alimento che ha un forte legame con il
territorio in cui nasce ed in cui si consolida in seguito a metodi di preparazione
(coltivazione e/o trasformazione) che sono la sintesi di sistemi di lavorazioni
tramandati da generazioni. Una definizione sicuramente lapalissiana, ma doverosa nel rispetto di tutti coloro che si sforzano di mantenere vive le tradizioni locali.

In buona sostanza quelle tradizioni non solo valorizzano ineguagliabili diversità
che ci consentono di avvicinarci a culture differenti, ma sono l’ultimo baluardo
rimasto a combattere la dilagante omologazione.
Ed è proprio in nome delle tradizioni alimentari che l’Italia può rivendicare,
con legittima fierezza, la tanto famosa e apprezzata Dieta Mediterranea.
Grazie ad una sempre maggiore attenzione manifestata dai consumatori
italiani per il proprio corpo, sia per ragioni salutiste che edonistiche, il filone
della cucina mediterranea con i suoi giacimenti eno-gastronomici ha conquistato
le abitudini alimentari del mondo occidentale.

Purtroppo i segnali che si riscontrano all’estero sono abbastanza inquietanti.
Gli alimenti che richiamano la Dieta Mediterranea oppure i prodotti italiani in
realtà non hanno quei caratteri di tipicità che si riscontrano in quelli provenienti
dai luoghi d’origine. Per farla breve ed essere schietti trovare mangiabili i ravioli
al ragù in Inghilterra è un po’ come pretendere di trovare bevibile una pseudo
pinta di birra inglese in uno pseudo pub italiano!

Dopo pochi anni dal nostro primo incontro, Billy ha smesso di girare il mondo,
si è sposato con la bellissima Key ed insieme hanno dato il loro contributo
all’incremento della popolazione britannica con tre splendidi bambini: Samuel,
Hugo e Charlie.
In tutti questi anni non abbiamo mai smesso di frequentarci. Purtroppo la distanza
ci consente di vederci mediamente una volta ogni due o tre anni, ma quei pochi
giorni insieme li viviamo intensamente. Io sono il padrino di Sam, il primogenito,
e va da sè che con lui ho un rapporto speciale soprattutto da quando mi scrive
via internet. Quando la loro tribù sbarca in Italia si vive all’italiana, perciò appena
giunti in Inghilterra le regole sono quelle inglesi e soprattutto le abitudini sono
quelle familiari.

Partecipiamo alla pari a tutte le piccole grandi manovre quotidiane: sveglia,
colazione, vestizione dei più piccoli, parco giochi, ecc. Tra le tante attività si
partecipa anche alla preparazione dei pasti ed al rito della spesa. Key ed io
siamo i cuochi del gruppo, perciò spetta a noi procacciarci il cibo andando
per negozi o nei supermercati. Uno in particolare, ben fornito e vicino casa,
è il Tesco (http://www.tesco.com/)1 , la cui organizzazione ricorda da vicino le
nostre Ipercoop (http://www.cooplombardia.it/ e http://www.ipercooptoscana.it/) o
Esselunga (http://www.esselunga.it/).


Al supermercato

Come in tutti i supermercati, non appena si varca la soglia sembra di entrare nel
paese di bengodi: una musica soffusa e discreta ci avvolge fin dai primi passi e
mentre ci si abitua alla luce effetto giorno veniamo immediatamente catturati da
un mondo fantastico dove regna l’abbondanza, una vera cuccagna. So benissimo
che qui nulla è lasciato al caso e che schiere di psicologi, architetti e pubblicitari
hanno lavorato duramente affinché ciascuno di noi si illuda di scegliere quello che
gli serve. Anch’io, pur credendo di essere smaliziato e consapevole del raggiro
sempre in agguato disposto ad arte sopra ogni scaffale, spesso ci casco!
Senza volerlo mi rendo conto solo quando sono oramai a casa, svuotando le
numerose borse per stipare le derrate negli armadietti e nel frigorifero, che sono
stati alcuni prodotti a scegliere me, piuttosto che il contrario.

Qui al Tesco sotto questo aspetto le cose non sono diverse rispetto all’Italia e,
considerato che sono in vacanza, abbasso scientemente la guardia; preferisco
godermi, curioso come mi ritrovo, l’esposizione degli articoli sugli scaffali.
Tra le migliaia di prodotti tipicamente inglesi e che comunque non si trovano in
Italia (Marmite, estratto di lievito ricco in vitamina E; crisps, gustosissime
patatine con improbabili aromatizzazioni: sale e aceto, cipolline e affumicato,
vino borgogna; pudding dai colori sgargianti; cream salad, salse per condire
vegetali e carni) mi sorprende e mi fa molto piacere leggere così tanti prodotti
italiani: ragù toscano, spaghetti alla carbonara, lasagne, tonno alla napoletana.
Sono tutte parole italiane, non tradotte ma scritte in italiano, impiegate per
etichettare alimenti della tradizione gastronomica italiana.

Una specie di rivincita con lemmi italiano-gastronomici sul vocabolario inglese,
considerando che il nostro è oramai infarcito di termini inglesi. In scatola o in
vasetto, freschi in atmosfera modificata o disidratati in busta, ma anche
surgelati oppure in tetrapak, qui tra gli scaffali di un tipico supermercato inglese
spesso si parla italiano! L’orgoglio sale a 1000 e faccio notare a Key tutti quei
prodotti italiani. Lei sorride, commenta brevemente, poi scappa a cercare le
radici di zenzero per fare i biscotti che tanto piacciono ai suoi bambini (ed
anche a me). In realtà è lei che fa la spesa, io invece faccio il turista…
ho perfino la macchina fotografica al collo. Osservo con attenzione tutto
ciò che per forma e colore riesce ad attirare la mia attenzione.
Tocco, soppeso e leggo gli ingredienti sulle etichette di alimenti di tutti i tipi.

Improvvisamente, reggendo una scatola contenente spaghetti con ragù alla
bolognese, marca Quorn, tra le altre amenità dell’etichetta mi casca l’occhio
sulla frase stampata sul retro: made in UK, fabbricato nel Regno Unito!
Lo sconcerto mi lascia prima senza fiato.

Avrei dovuto aspettarmelo, siamo nel Regno Unito! È normale che sia fabbricato
qui. Ma in quel momento non ero proprio preparato: la scritta è in italiano, la
ricetta è tipica italiana, la foto degli spaghetti ben conditi sulla confezione mi è
molto familiare e, a parte il basilico che con il ragù alla bolognese non c’entra,
tutto mi lasciava supporre che si trattasse di un prodotto Italiano, pertanto
d’importazione. Penso subito ad un caso isolato, ma quando ritrovo la stessa
frasetta made in UK oppure made in England su altri prodotti, allora lo sgomento
mi assale! Su quelli a marchio Tesco compare addirittura la bandiera italiana,
sento proprio puzza di truffa. Non si tratta di sciovinismo del bucatino,
patriottismo del pomodoro o campanilismo della pizza. L’orgoglio nazionalista generato dall’illusione che quei prodotti avrebbero dovuto essere importati dall’Italia si trasforma in rabbia.

Finalmente realizzo qual è il vero scopo di tanta italianità: è un’esca per gli
avventori inglesi. L’articolo camuffato da mediterraneo o spacciato per italiano
risulta più appetibile, il consumatore abbocca ed io, in quanto italiano, provo un
certo disagio … forse perché mi sento un po’ dalla parte del verme? Dunque
con parole italiane, scritte in italiano, come passata di pomodoro, ragù, soffritto,
carbonara, ricotta, mediterraneo, origano, parmigiano, mozzarella, olio d’oliva,
pesto genovese, cannelloni, ravioli, ecc. oramai integrate nel linguaggio inglese,
si attira l’ignaro cliente inglese il quale, convinto di mettere nel carrello della
spesa prodotti tipici della cucina tradizionale italiana, in realtà porterà a casa
derrate che di italiano hanno solamente il buon nome perché made in United
Kingdom, fabbricati nel Regno Unito!

Incontro Key che nel frattempo sta continuando a riempire il nostro carrello
con ogni sorta di vegetali. Le faccio presente con fare canzonatorio quanto
sto scoprendo.Lei, ammiccando, mi sbologna con un classico “Appearances are deceptive!” (l’apparenza inganna) e ridacchiando sparisce a caccia di altri ingredienti per la cena.

Mi domando se ce n’è abbastanza per una denuncia alla locale Associazione
Consumatori. Riflettendo, chi si metterebbe mai contro questi colossi alimentari
che, immagino, occupino milioni di persone per un giro d’affari di migliaia di miliardi. Da entrambe le parti, consumatori e produttori, sarebbe come darsi la zappa sui piedi.

E allora che fare? Se qualcuno è colpevole di questa violazione, forse, siamo proprio noi italiani che non siamo capaci di attuare nessuna forma di protezionismo. Non so per quanto tempo gli inglesi ci lascerebbero nell’impunità se sui nostri scaffali spacciassimo bottiglie di autentico whisky distillato nel tradizionale modo inglese, ma in Valle d’Aosta e dove gran parte dell’etichettata venisse occupata dall’Union Jack, la bandiera britannica con tanto di stemma reale!


I buoni nomi italiani

In Italia, nell’immaginario del turista, viene associato al patrimonio artistico anche
quello eno-gastronomico. Il nostro patrimonio culturale risiede perciò anche nel
nome dei prodotti gastronomici tradizionali e l’abitudine con la quale tali nomi ci
vengono impropriamente scippati, al di fuori dei nostri confini, è quanto mai scorretta.

Non dovremmo farci lusingare dal fatto che all’estero apprezzano i nostri prodotti al punto da farli propri. Dobbiamo invece difenderli integralmente al punto da proibire a chi vuole commercializzare la pizza napoletana di chiamarla in tal modo, quando al posto della mozzarella mette l’analog cheese, quest’ultimo definibile più correttamente: prodotto alimentare a base di latte, spesso in polvere.
Può accadere in Italia, figuriamoci all’estero!

L’elenco dei buoni nomi italiani è lunghissimo: 2171 marchi registrati sulla
Gazzetta Ufficiale. Con un Decreto Ministeriale del 18/07/2000 emanato dal Ministro per le Politiche Agricole sono stati elencati i prodotti agroalimentari tradizionali italiani suddivisi per regione. E’ solo un primo passo, in quanto l'elenco pubblicato non è esaustivo dei prodotti definibili tradizionali.
Con esso si è solo fatto un primo censimento. Nel frattempo sulla Gazzetta Ufficiale continua la pubblicazione dei prodotti che hanno richiesto la protezione transitoria a livello nazionale alla modifica del disciplinare di produzione della Denominazione di Origine Protetta.

Questa è stata accordata a numerosi prodotti tra i quali: riso nano vialone
veronese, prosciutto toscano, salame di Varzi, limone di Sorrento, pecorino sardo,
mortadella Bologna e molti altri. A detta del Ministro Pecoraro Scanio un fatto certo è che comunque si sono raggiunti due importanti obiettivi. Il primo è che nessuno potrà utilizzare come marchio un nome che figura nella lista dei prodotti tradizionali italiani ed il secondo è che il ministero della Sanità potrà procedere alla richiesta di nuove deroghe alle direttive comunitarie che hanno imposto metodi di valutazione sulla sicurezza gastronomica incompatibili con le metodologie tipiche che in Italia vengono usate da secoli senza problemi.

Passato lo sbigottimento il mio giro turistico tra gli scaffali del supermercato continua. Ormai si è trasformato in una sorta di safari fotografico. Con lo stesso impulso di chi cerca di catturare almeno con le immagini specie animali in via di estinzione, io sono a caccia di alimenti piuttosto esotici per questa latitudine: prodotti tradizionali italiani.

Nomi di alimenti che trovano riscontro nell'elenco dei prodotti tradizionali italiani e che compaiono sulle ricette di alcuni alimenti prodotti nel Regno Unito (made in UK).


Regioni che rivendicano il temine come alimento tradizionale

Ravioli : Basilicata, Lazio, Toscana
Maccheroni (macaroni) : Emilia Romagna, Lazio
Pesto : Liguria
Lasagne : Puglia, Toscana, Veneto
Prosciutto crudo : Basilicata, Campania, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria
Prosciutto cotto : Lombardia
Mozzarella : Basilicata, Campania, Calabria, Liguria, Molise, Puglia
Pomodoro (conserva, salsa, polpa a pezzetti, doppio concentrato, secco, ecc.) :
Abruzzo, Campania (pomodoro di Sorrento), Lazio (scatolone di Bolsena), Puglia, Sicilia
(pachino, costoluto), Toscana (ciliegino, costoluto fiorentino, ovaiolo, pallino, pendentino,
pianello, quarantino, pesciantino o del marianese), Veneto (cavallino).
Mascarpone : Lombardia, Piemonte (maschera)
Fusilli : Molise
Orecchiette : Puglia


La pasta

Nel censire il patrimonio gastronomico italiano troviamo una miniera alimentare pressoché inesauribile: la pasta. Con le sue innumerevoli forme, composte da elementi semplici, ma essenziali: farina di grano duro, acqua o uova e sale, ha oramai conquistato il mondo intero.

Essiccata, fresca, ripiena o all’uovo per fortuna il numero dei marchi che trovo sugli scaffali sono, per la maggiore, italiani. In posizione preferenziale, cioè all’altezza degli occhi, trovo la Barilla con le Emiliane all’uovo e la pasta di grano duro, compresa la Selezione Oro. Di tutti i formati esposti è la prima delle italiane;
subito dopo seguono De Cecco, Buitoni (Nestlé) e Cipriani con la sola pasta
all’uovo. La pasta Tesco è pure presente.
A occhio e croce si accaparra circa il 40% dell’intera esposizione anche se sui
ripiani più bassi degli scaffali.

I fusilli per Tesco diventano gemelli, le penne piccole macaroni e le orecchiette
fatte con l’uovo si chiamano egg gigli. Tesco utilizza anche altri nomi italiani
rigorosamente scritti in italiano per identificare altre specialità di pasta all’uovo
come: paglia e fieno, vermicelli, farfalle, lumache.
C’è poi la pasta in scatola … sì, caro lettore, non ti scandalizzare! sto proprio
parlando di spaghetti, ravioli e rigatoni in scatola! Nell’apposita sezione dei
prodotti in scatola, dopo i fagioli, il mais ed i carciofini c’è la possibilità di scegliere
tra le più famose ricette tipiche italiane.

Qui la Heinz, che ha grandi tradizioni nelle salse (italiane comprese), mette in bella mostra gustose ricette: rigatoni alla carbonara, pasta all’arrabbiata, ravioli formaggio e pomodoro. E’ ovvio che quando dico “gustose ricette” mi riferisco esclusivamente al pubblico inglese. Personalmente ne ho assaggiate alcune e devo dire, senza ombra di essere smentito, che se si voleva toccare il fondo ci sono riusciti!

In queste scatole non c’è nulla di tipico o tradizionale.
I gusti dichiarati sono spesso aggiustati secondo quelli locali.
Generalmente si riscontra un sovradosaggio di spezie, retaggio dell’abbondanza
di cui l’Inghilterra gode da secoli grazie alle sue colonie orientali.
Queste spezie sono aggiunte di fantasia ed il più delle volte non esistono nella
ricetta tradizionale (come ad esempio il cumino nell’arrabbiata della Tesco).
Solitamente l’agrodolce è un gusto che compare un po’ in tutte le ricette con il
pomodoro. La struttura della pasta è inesistente. La sensazione è quella di
scotto e colloso, in etichetta non è specificata l’origine della farina, ma non è
sicuramente di grano duro.

Mentre studio le etichette e fotografo alcuni, articoli assisto alla classica scena di
una bimba che chiede insistentemente che la mamma le comperi qualche cosa di
suo gradimento. E dall’insistenza della bimba nel convincere la mamma a mettere
nel carrello un’altra confezione di quel prodotto con una sgargiante etichetta color
fucsia, deduco che deve proprio piacerle. Non appena si allontanano raggiungo lo
scaffale ed individuo facilmente l’articolo: pasta in salsa di pomodoro rinforzata
da vitamine e ferro, sponsorizzata nientedimeno che dalla famosa doll star Barbie.
Ma la pasta in scatola non è solo per le bambine; c’è anche quella per altri giovani
fans di Scooby Doo, di Tom & Jerry e di un cavallino meno famoso da noi,
My Little Pony. Ovviamente questi personaggi tempestano con cartoni animati
le TV locali.


Salse e condimenti

Per tradizioni coloniali, in l’Inghilterra moltissime ricette sono caratterizzate da
spezie esotiche spesso poco note in Italia. L’immigrazione dalle ex colonie è
massiccia. Gli inglesi sono pertanto abituati alle diversità etniche più di quanto lo
siamo noi; di fatto l’integrazione razziale si coglie oramai anche in città molto
distanti da quella che è da tutti conosciuta, per antonomasia, tra le più
cosmopolite: Londra. Questa predisposizione o interesse nei confronti di altri
popoli ha favorito l’insediamento di numerose comunità, raramente ancora
ghettizzate, che hanno conservato le proprie abitudini alimentari.
E’ facile così imbattersi in molti ristoranti (tailandesi, indiani, cinesi, africani,
ma anche giapponesi, messicani, greci, turchi, irlandesi e soprattutto italiani
con le pizzerie al primo posto) o negozi etnici anche in paesi con meno di 10.000 abitanti.

Spezie come cumino, fienogreco, cajeut, zenzero, cardamomo non sono difficili
da trovare sugli scaffali di un normale supermercato inglese, mentre in Italia
abbondano gli odori del mediterraneo: origano, timo, maggiorana, rosmarino e basilico. Se escludiamo poche eccezioni a base di carne, soprattutto montone e agnello, la cucina inglese non ha solide tradizioni, pertanto spesso e volentieri prende in prestito ed in seguito sposa quelle di altri paesi.

Ogni piatto inglese ha una salsa, un intingolo dolce, salato o agrodolce che
accompagna qualsiasi pietanza servita in tavola. Le salse italiane non potevano
pertanto non essere imitate. Così di fianco allo scaffale della pasta ne esiste
uno altrettanto fornito e variegato delle salse.
La più conosciuta e riprodotta dalla maggior parte delle marche è senza dubbio
la salsa bolognese, ma alcune aziende come la Ragù propone due ricette
tipiche regionali a me sconosciute. La prima è la salsa per pollo alla milanese
con poco pomodoro, vino bianco, basilico, coriandolo e salvia.
La seconda è la salsa per il pollo alla toscana con vino rosso, peperoni,
aglio e basilico. L’autenticità della ricetta in una è garantita dalla raffigurazione
in etichetta della facciata della Scala di Milano e nell’altra dalla foto di un
paesaggio tipico toscano con tanto di casolare e vigneto annesso.
Anche il Pesto alla Genovese della Tesco (onnipresente) è fatto con basilico
tradizionale genovese, peccato che è made in UK.
Tutti i produttori di salse, nessuno escluso, spacciano i propri prodotti come
tipici, autentici e unici e prima di passare ad un altro scaffale ne trovo finalmente
uno, l’unico!, importato sicuramente dall’Italia, il patè di olive nere della Saclà.
La prestigiosa azienda, tutta italiana, esporta infatti in tutto il mondo ed ha
una sede anche in Inghilterra: Saclà UK Ltd. (www.sacla.it).


Il riso

Il riso italiano, una delle nostre perle gastronomiche, è proposto in scatole
fasciate in verde, bianco e rosso nelle ricette più tradizionali, traditional italian
style, made with Arborio rice, come il risotto alla milanese con zafferano ed il
risotto ai funghi porcini, 1 o 2 porzioni.
Caldamente consigliato da Tesco si chiama Sorriso (altra parolina italiana).
Sullo stesso scaffale vedo che su una scatola è raffigurata la torre di Pisa
con tanto di indicazione della posizione geografica sulla mappa dell’Italia.
Attratto mi avvicino e la scatola che prendo in mano è di un’azienda di
nome Vesta. Propone il Beef Risotto (risotto al manzo, disidratato).
Di fianco alla famosa torre pendente c’è un box con la sua storia che
termina così: “…ci sono voluti 200 anni per costruire la Torre Pendente di
Pisa, ma ora potrai godere dell’esperienza di sentire gli aromi italiani in pochi
minuti seguendo semplicemente le istruzioni sul retro.
Buon appetito con i pasti Vesta!”.

La ricetta secondo gli ingredienti si basa essenzialmente sul riso, poi la carne di manzo tritata (11%) ed i vegetali (29%):

cipolle, peperoni rossi, carote, pomodoro e piselli.
Gli altri ingredienti sono: amido modificato, estratto di lievito e salsa di soia,
glutammato di sodio, estratto di rosmarino e aglio, caramello e aromi.
Sul retro della scatola ci sono sia le istruzioni per la cottura in forno
convenzionale oppure microonde con la sola aggiunta di margarina e acqua,
che le immancabili informazioni nutrizionali. 173 grammi (a generous portion:
una generosa porzione) di bontà italiana, anzi pisana!, rigorosamente tutta
made in UK.


La pizza

Poteva mancare l’alimento che più di tutti ci rappresenta all’estero? La pizza al
vertice di tutti quei luoghi comuni, mafia, o sole mio e mandolino, con i quali
siamo conosciuti all’estero, anche qui occupa una buona fetta di mercato.
Il consumo giornaliero di pizze in pizzeria ed acquistate, fresche o surgelate,
in Europa è di decine di milioni al giorno con un giro d’affari esorbitante ed in
continua crescita. Pertanto anche gli scaffali inglesi traboccano di numerose
marche. I produttori si sbizzarriscono con proposte di gusti classici: prosciutto,
ricotta e spinaci, napoletana, margherita, capricciosa, ecc.

Riportano sulle confezioni le stesse parole in italiano che il turista inglese legge
stentatamente dal menù al cameriere di una pizzeria italiana.
Ma a volte la fantasia del produttore inglese deraglia ed invece di copiare i
gusti tradizionali italiani assimila quelli americani, come ad esempio la pizza
prosciutto e ananas Tesco o la pepperoni fresca della Heinz o surgelata della
Goodfellas.

Voglio ricordare che con “pepperoni” scritto con la doppia p gli americani, e
di conseguenza gli inglesi, non identificano la pizza ai peperoni, bensì quella
con pomodoro, mozzarella (mah!) e salame piccante tagliato a fette.
Un’altra invenzione che di italiano ha solo il nome è la pizza pie Stromboli.
Si tratta di una normalissima pizza ripiegata che assomiglia ad uno strudel.


Olio extravergine d’oliva

Sarebbe stato veramente scandaloso verificare la presenza di produttori di olio
extravergine d’oliva inglesi. La maggior parte dell’olio d’oliva esposto sugli scaffali
è Italiano (circa il 90%), noto solo un paio di bottiglie provenienti dalla Spagna.
La stragrande maggioranza è Olio Extravergine d’Oliva Toscano oppure Umbro.
Nell’elenco dei prodotti tradizionali di cui si parlava precedentemente, l’Olio
Extravergine d’Oliva è nominato come tale, per il momento, solo da tre regioni:
Campania, Puglia e Abruzzo. Ma quasi tutte le altre regioni, pur non facendo
riferimento alla dizione “extravergine” rivendicano implicitamente il prezioso
condimento con altri appellativi: olio frantoio di campeggio per il Friuli Venezia
Giulia oppure olio di olivo quercetano per la Toscana.


Il formaggio

La mozzarella è sicuramente il formaggio italiano più conosciuto principalmente
perché è uno dei componenti di base della pizza, ma il formaggio parmigiano è
senza dubbio una delle pepite più preziose che si possano estrarre dalle nostre
miniere gastronomiche. Non a torto il formaggio parmigiano si è conquistato una
buona notorietà anche all’estero.

Al banco dei formaggi freschi, la caratteristica forma fa certo la sua bella figura
tra lo stilton inglese e le tome de chevre francesi; purtroppo il prezzo di vendita
è uno dei più salati: intorno alle 75.000 lire/kg. Key mi fa l’occhiolino.
Noi infatti non lo acquistiamo perché io ho provveduto a sdoganarne
dall’Italia quasi tre chili in una confezione regalo comprendente il classico
coltellino per sgranarlo.

Quando Sam era più piccolo aveva avuto l’opportunità di assaggiarlo in Italia
e da allora tutti gli anni, se non ci vediamo per Natale, se ne vede recapitare
un bel pezzo per posta. Non voglio rischiare che dimentichi il gusto sapido
ed il profumo unico del vero parmigiano.
Per chi volesse spendere meno della metà del prezzo di quello fresco servito
al banco dei formaggi può acquistare il parmigiano già grattugiato della Buitoni
o della Rotelle: purtroppo entrambi, prevedibilmente, sanno più di crosta che
di formaggio fresco.


Il minestrone

“Vi avverto però che questa non è minestra per gli stomachi deboli.”:
con questo commento finisce la ricetta del minestrone descritta da Pellegrino
Artusi. Probabilmente perché all’epoca, si parla della metà del XIX° secolo, la
ricetta prevedeva aggiunte generose di verdure forti come il cavolo e prosciutto
grasso.

Oggi quelle ricette sono state tutte rivisitate, a quel grasso si preferisce l’olio
extravergine d’oliva e l’equilibrio gustativo-nutrizionale tra verdure e legumi si
è adattato ai tempi. Il minestrone è comunque una tra le pietanze tradizionali che mi ricorda i sapori di casa. Come si può sbagliare a produrre industrialmente un prodotto del genere?

Anche volendo non sarebbe possibile. Carote, sedano, cipolle, farro, patate,
lenticchie, poco pomodoro un po’ di brodo, si fa bollire tutto assieme ed il gioco
è fatto. In questo caso il processo di pastorizzazione usato dall’industria
prima del confezionamento non può certo interferire con la cottura tradizionale.
Inoltre fuori fa un freddo canaglia, perciò un po’ per desiderio ed un po’ per
curiosità propongo a Key di mettere nel carrello una confezione della New
Covent Garden. Scelgo tra le tante questa che viene proposta nello stesso
tetrapak nel quale siamo abituati a vedere il latte, gli altri tipi di confezioni
mi ricordano troppo le ricariche dei detersivi. Una volta giunti a casa, lo riscalderemo con il microonde a 650 W per due minuti come da istruzioni. Una grattatina di pepe, un giro d’olio d’oliva ed il miracolo è fatto. E’ sorprendentemente buono!


Dolcezze all’italiana

Per finire in dolcezza non poteva certo mancare una ghiottoneria italiana ormai famosa in tutto il mondo: il tiramisù. Anche qui sull’etichetta compaiono altre due paroline italiane: mascarpone e zabaione. Due deliziose porzioni a poco più di 3.000 lire del traditional dessert rigorosamente italian style con un unico difetto: made in England by Tesco!

Key mi fa cenno di mettere la confezione di tiramisù nel carrello oramai stracolmo.
Io le rispondo di no. “Se vuoi te lo faccio io quello vero, ma con tutto quello che
stai cucinando in questi giorni qualche caloria di meno non farà male.”
La spesa è finita e torniamo a casa, dobbiamo infornare un’enorme coscia di
maiale. Mi pare di capire sia una ricetta californiana e ci vorranno diverse ore per
prepararlo e cuocerlo. Fortuna vuole che a casa di Billy la musica sia completamente diversa. Nonostante il tempo da dedicare alla buona cucina sia veramente esiguo, a causa dei tre diavoletti a cui badare, Key è un’appassionata cuoca.

Attenta nella scelta delle materie prime, precisa nelle preparazioni e rigorosa nei metodi di cottura, ogni volta ci propone con successo deliziose ricette che sembrano avere radici soprattutto francesi o italiane, ma che oramai fanno parte della tradizione inglese, come ad esempio il tacchino di Natale farcito con castagne e salsa di mirtilli, la torta di glassa bianca ripiena di uvetta candita e frutta secca, il roast beef alla maniera dello Yorkshire (tipica del nord del paese), lo sformato di rognoncini e manzo, il pasticcio della Cornovaglia (molto popolare nel sud-est) ed il salmone fresco in salsa olandese, una salsa preparata con abbondanza di burro, rosso d’uovo ed una spruzzata di brandy.

Il suo punto di riferimento attuale è un giovane cuoco che ha già scritto due bestseller e che buca il video con una serie di trasmissioni sulla BBC. Il suo nome è Jamie Oliver (www.jamieoliver.net) detto the naked chef.
Letteralmente si tradurrebbe “il cuoco nudo”, ma naked significa anche semplice,
schietto e sono proprio quest’ultime le qualità che lo hanno portato al successo,
fino a cucinare, un paio d’anni fa a Londra, per Tony Blair e l’allora Primo Ministro
Massimo D’alema al celebre n°10 di Downing Street.
Tendenzialmente d’impostazione francese, non appare mai in divisa da cuoco e
nelle sue ricette presenta cibi semplici e fantasiosi facendo largo uso di sapori
mediterranei come cozze, carciofi, rucola e parmigiano, nonché di profumi freschi
quali salvia, rosmarino, basilico, origano e scorze di limone.
Irrorando tutto con olio extravergine d’oliva e comunque sempre con grande
equilibrio all’insegna del salutistico e dell’organic (biologico).
Riuscirà questo giovane cuoco a dare un’identità alla cucina inglese?


Conclusioni

Gli alimenti prima citati sono solo una parte dei prodotti pseudo-italiani presenti in questo ed altri supermercati inglesi e, a parte pochissime eccezioni, rimane la certezza che siano stati realizzati con materie prime di dubbia origine geografica per poi essere spacciate per italiane ed inoltre resta una forte incertezza sulle loro reali proprietà nutrizionali. La dieta mediterranea è caratterizzata da pochi, ma pregiati grassi, principe tra tutti l’olio extravergine d’oliva.

Sulle molte etichette di salse ed alimenti precotti in scatola che mi è capitato di
leggere compaiono invece oli vegetali idrogenati e, nella migliore delle ipotesi,
generici oli di semi. I processi di sterilizzazione portano alla naturale degradazione
delle vitamine considerate importanti antiossidanti naturali per l’organismo.
Ecco allora ricette vitaminizzate, ovvero con vitamine aggiunte, soprattutto
negli alimenti sponsorizzati da noti personaggi dei cartoni animati e destinati ai più piccoli. Noi tutti ci siamo abituati, a malincuore, a leggere tra gli ingredienti polifosfati e lecitine come emulsionanti, amido modificato, gomma xantano e gomma guar come addensanti, acido citrico come correttore di acidità.
Eppure la Heinz è riuscita a stupirmi quando ho letto la presenza di Potassio
Acesulfame (un potente dolcificante di sintesi) aggiunto nella salsa bolognese
contenuta in una lattina di pasta in scatola.

Chissà, forse il tecnologo responsabile della ricetta deve aver letto che in
quella tradizionale, per smorzare la punta di aspro dei pomodori, si usa aggiungere a volte un cucchiaino di zucchero. Ma siccome con questo ingrediente avrebbe sforato con il numero di calorie espresse sulla tabella nutrizionale, ha pensato bene di sostituirlo.

ITALIANA Bolognese Shells: Conchiglie in autentica salsa bolognese,
Weight Watchers from Heinz (285 Kcal in 395 g). Scaldate a 650W nel
microoonde per due minuti. Una volta aperta, la confezione va conservata
nel frigorifero e consumata entro due giorni. Non ve la consiglio!
Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro del gusto deviato!
Chi si abitua a questi sapori così sfalsati, perciò per nulla rappresentativi
del gusto italiano, rischia davvero di non saper più riconoscere e apprezzare quelli reali.

Inoltre, è con le proprietà alimentari contenute in queste scatolette che si può seguire la vera autentica dieta mediterranea? Già nel luogo d’origine il prodotto fresco si allontana enormemente da quello conservato, non riesco pertanto a quantificare la distanza abissale che si presenta quando quegli alimenti vengono realizzati con processi o ricette che non hanno nulla a che vedere con le vere ricette tradizionali. Con tutto ciò non si vuole condannare solo i produttori inglesi, in altre nazioni le cose non vanno meglio, Italia compresa. Ma se dal punto di vista puramente nutrizionale tutto il mondo è paese rimane sempre la questione del traditional così inopportunamente sbandierato.

Il tecnologo alimentare inglese, come chiunque in qualsiasi altro paese del mondo, nel formulare nuove ricerche e sviluppare nuovi prodotti combatterà gli sprechi, garantirà la sicurezza, la conformità alle leggi inerenti i processi produttivi, ma in termini di autenticità, perciò di tradizioni, dove ha seppellito la propria deontologia?

Ricordo un ispirato articolo di Francesco Alberoni apparso sul Corriere della Sera di qualche anno fa. L’eminente sociologo metteva in relazione i popoli e le loro tradizioni. Nel suo breve ma incisivo articolo prendendo in causa Alessandro Magno e lo sterminato territorio che aveva conquistato, evidenziava la crisi del grande condottiero generata dal contatto con molti popoli e altrettante differenti religioni.

Alessandro, cittadino greco abituato alla vita democratica della sua città, si trova
senza più punti di riferimento e certezze. E’ in pratica ciò che sta succedendo con l’attuale globalizzazione a livello economico e culturale.
E' vero che tutto ciò è inebriante, ma un popolo che dimentica o lascia stemperare le proprie tradizioni nel villaggio globale è destinato nel tempo a perdere identità, perciò a svanire. La storia ce lo insegna, ma per i più distratti repetita iuvant.


Su gentile concessione de La Madia TravelFood

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