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L'Aglianico, storia di un nome

di Riccardo Valli

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In primo luogo desidero scusarmi per la noia che indurrò in molti di voi a causa delle inevitabili citazioni che sarò costretto a fare in questo mio intervento, ma il tema proposto è tale che non è possibile nessun altro procedimento argomentativo: ci vorrà solo un po' di pazienza e forse a molti non dispiacerà, tutto sommato, di tornare con la memoria a qualche vecchia e sempre cara nozione di latino acquisita fra i banchi di scuola.

Il punto di partenza del mio discorso è un dato di fatto: non esiste etichetta di produttore di aglianico né pubblicazione che abbia per oggetto la produzione vinicola della nostra provincia e/o regione che non dichiari l'ascendenza greca di tale vino, e che non stabilisca senz'ombra di dubbio l'equazione "aglianico/ellenico". In altri termini, l'aggettivazione "greco/ellenico" viene assunta tout court come certificato di nascita di uve e di vini, ricollegati al mondo antico in modo sommario ed arbitrario, e disinvoltamente fatti risalire alla colonizzazione greca dell'Italia meridionale avvenuta a partire dall'VIII secolo avanti Cristo.

Ma su quali basi documentarie poggia questa operazione? E quando ha avuto inizio? Cercherò di dare una risposta proprio a questi quesiti, che mi sembrano di fondamentale importanza. L'inizio di questo che chiameremo "equivoco" o fraintendimento storico risale all'anno 1592 quando il geniale studioso napoletano G. B. Della Porta dà alle stampe a Francoforte un'opera intitolata Villae, nel cui dodicesimo libro egli per la prima volta ipotizza un'equazione fra il vitigno dell'uva cosiddetta "elvola", della quale parla Plinio il Vecchio, ed una non meglio identificata uva "ellenica" in cui si dovrebbe riconoscere l'uva "aglianica".

Il passo di Plinio chiamato in causa dal Della Porta suona letteralmente così:"Insignes iam colore inter purpureas nigrasque helvolae saepius variantes et ob id varianae a quibusdam appellatae. Praefertur in iis nigrior; utraque alternis annis fertilis, sed melior vino cum parcior", la cui traduzione è :" Famose ormai per il colore che varia assai spesso fra il rosso ed il nero le elvole, chiamate perciò da alcuni variane. Di esse è preferita la varietà più scura; ambedue abbondanti ad anni alterni, ma migliori per il vino quando il raccolto è più scarso".

Fin qui Plinio il Vecchio, ed è veramente arduo trovare nelle sue parole un'indicazione che possa riportarci ad una "vitis hellenica" da identificare, poi, nella vite aglianica!
Ma tant'è! Sicchè fino a quasi tutto l''800 gli scrittori di cose agrarie hanno ripetuto la storia del vitigno venuto dall'Eubea, portato dai Greci o dai Fenici, e chiamato aglianico per significarne l'origine. L'ipotesi del Della Porta, dunque, tiene il campo fino alla fine dell''800 quando esce a Parigi (1904) la monumentale Ampelographie curata da Viala-Vermorel dove la voce Aglianico è scritta dall'avellinese Michele Carlucci "maestro di viticoltura e di enologia"- come viene definito- , personaggio di primo piano nella storia della vitivinicoltura campana a cavaliere dell'8/900.

Il Carlucci respinge l'idea del Della Porta che l'uva aglianica si debba identificare con l'elvola di Plinio, ma avanza, a sua volta, una proposta altrettanto inaccettabile: basandosi, infatti, su un'analisi scorretta di un altro brano di Plinio il Vecchio condotta nel '600 da Camillo Pellegrino, il Carlucci sostiene che il vitigno aglianico avrebbe avuto origine dai vitigni gaurani (così chiamati dal monte Gauro, oggi Barbaro, situato fra Pozzuoli e Cuma). Rendendosi, tuttavia, conto della difficoltà di spiegare il passaggio dall'una all'altra forma aggettivale, il Carlucci avanzava l'ipotesi che "precedentemente" ( ma non chiariva il quando) il vitigno gaurano si sarebbe chiamato ellenico " in ricordo- sono le sue parole- dei Greci o Elleni che l'importarono forse all'epoca della fondazione di Cuma".

Esaminiamo anche qui i due brani di Plinio nei quali si parla dei Gaurani e dei loro vitigni. Nel primo si legge: "noverunt Calventinam Gaurani", cioè " le popolazioni abitanti sul Gauro conoscono l'uva che chiamano calventina"; nel secondo, accennando alla qualità dei vini, Plinio afferma: "Certant Massica atque a monte Gauro Puteolos Baiasque prospectantia. Nam Falerno contermina Statana ad principatum venere"; e cioè: "rivaleggiano i vini del Massico e quelli prodotti dai vigneti che dal monte Gauro sono prospicienti a Pozzuoli e Baia. Infatti i vini dello Statano, confinanti col Falerno, hanno raggiunto un indiscutibile primo posto".

Francamente non si capisce come in questi brani si possa cogliere qualche elemento capace di condurci all'individuazione del vitigno aglianico nella zona gaurana!
Vorrei, a questo punto, fornire un'importante precisazione: non sostengo affatto che i Greci non abbiano avuto un ruolo fondamentale nell'introduzione della coltura della vite in Italia, anzi..! Desidero invece sottolineare la necessità metodologica di servirsi di grande cautela quando, in presenza di nomi, costumi, usi ed altro che sopravvivono nell'epoca moderna, ma dei quali sfugge compiutamente l'origine e la causa, si procede troppo sommariamente ad attribuirli all'epoca classica; nel caso specifico del nome dei vitigni e dei vini la cautela dev'essere più che raddoppiata!
Una prova ce la fornisce proprio Plinio il Vecchio il quale, ricordando i meriti di coltivatore di Catone il Censore, così scrive:" pauca attigit (scil.Cato) vitium genera, quarumdam ex iis iam etiam nominibus abolitis ", e cioè " citò poche specie di viti, di alcune delle quali si sono ormai perduti anche i nomi".

In poco più di 200 anni, quanti intercorrono fra la morte di Catone, avvenuta nel 149 a.Cr., ed il periodo in cui Plinio scrive il XIV libro della NH, cioè intorno all'anno 75 d. Cr., risultano totalmente cancellate delle specie di vitigni. Si può, allora, pensare che abbiano resistito alla prova di non meno di 10/12 secoli, con tutte le vicissitudini che essi comportano, i nomi dei vitigni importati dai Greci in Italia nell'VIII secolo a.Cr.?
E vorrei fare un breve cenno a due fra le vicissitudini più importanti: la prima riguarda lo spopolamento di vaste regioni dell'Italia tra il V e l'VIII secolo d.Cr. che si accompagnò ad una variazione climatica di tipo freddo-umido in tutte le zone del bacino del Mediterraneo comprese fra il 28° ed il 45° parallelo che, comportando un repentino innalzamento dei livelli della piovosità, provocò sostanziali variazioni nel campo delle risorse naturali (acqua, suolo, flora e fauna), causando abbandoni di luoghi e pratiche colturali. La seconda riguarda le tecniche di impianto e di coltivazione dei vigneti, oltre che i processi di produzione e di conservazione dei vini che almeno fino al 1305, come testimonia il trattato di Pietro de' Crescenzi, sono a livello ancora rudimentale e scarsamente specializzato: i vigneti duravano poco, i vignaioli non erano specializzati, solo pochi vini riuscivano a raggiungere la soglia di una buona conservazione.

Ragioniamo, dunque, in termini meno romantici e più rispettosi della realtà storica. La quale ci testimonia come già alla fine dell'Alto Medioevo non era più in uso in Campania la ricchezza onomastica con cui si indicavano uve e viti nell'età romana (gli studiosi contano almeno 7 specie di vitigni e 13 denominazioni di vini ); ad essa si era sostituito un binomio estremamente semplice, "uve latine" e "uve greche", con i corrispettivi "vini latini" e "vini greci". L'aggettivazione, si badi, serve esclusivamente a fornire una valutazione qualitativa del prodotto: il vino latino è quello di bassa qualità, mentre quello greco è superiore e più pregiato. Basterà citare qualche testimonianza storica.
Il grande filosofo inglese Giovanni di Salisbury riferisce dei suoi convivi con il cancelliere di Ruggero II (re di Sicilia fino al 1154) nel corso dei quali il Siculus cancellarius usava bere vino Falerno, Palermitano o Greco; di Federico II si sa che per la sua mensa ordinava vino greco; il poeta giocoso Cecco Angiolieri (sec.XIII) canta:" E non vorria se non greco e vernaccia,| ché mi fa maggior noia il vin latino| che la mia donna, quand'ella mi caccia".

Qualche secolo più tardi, infine, Sante Lancerio, bottigliere di S.S. Paolo III (1535-1549), autore della celeberrima Lettera della qualità dei vini, opera fondamentale per la storia dei vini italiani, così scrive:".. et è da sapere che in fra li mercanti et marinai tutti li vini si domandano latini, eccetto Greco, Moscatello, Mangiaguerra, Corso, Razzese. Il vino latino è picciolo et grosso ( per consumatori poco esigenti, quindi..).Di tali vini S.S. per conto alcuno non voleva bere, et diceva essere grossi,opilativi,catarrosi e flemmatici". Si tratta, come si vede, di una descrizione di vini di bassa gradazione, densi, instabili e poco idonei alla conservazione. Quali erano in Campania le zone di produzione dei vini di cui discorriamo? Il vino greco era prodotto in tutta la zona costiera, sul Vesuvio e nelle isole, come risulta dalle fonti.

Lo storico Saba Malaspina , descrivendo il litorale napoletano, dice, ad esempio, che Ischia " est potissime vino graeco fecunda"; il Bacci menziona fra i vini greci quelli di Somma e di Posillipo; Leonardo Santoro, cronista casertano del secolo XVI, afferma che "a Somma sottoposta al Vesuvio è qui il fiore e l'eccellenza del vino greco"; anche per il Giustiniani , infine, i migliori prodotti sono " li grechi di Posillipo di Somma et di Resina che hanno odore, sapore e spirito."

Le viti latine, invece, produttrici di vini in maggioranza bianchi, sono prevalentemente documentate su tutta la pianura a Nord di Napoli a partire dal XIII secolo e poi a Maddaloni (1466), Caivano (1461), Acerra ( 1437). Beninteso, questo tipo di vite è testimoniato anche nelle zone della costiera e del Vesuvio interessate alla coltura delle viti greche, come a Lauro di Nola (1275), nella stessa Somma (1350) ed altrove.
Resta il problema di spiegare il motivo dell'aggettivazione, che molto verosimilmente dovrebbe essere quello individuato già nel '600 da Camillo Pellegrino , lo storico capuano già citato, il quale afferma:" ..acquistò a parer mio il vino di questo monte (il Vesuvio) un tal nome (greco) non per cagione di que' primi Greci di quella regione, ma de' medesimi Napoletani Greci dell'età dei Longobardi… dovetter distinguerli in questa maniera i suddetti Longobardi… da' quali il Vesuvio…non fu posseduto giammai…".

Non escluderei, tuttavia, che l'aggettivo "greco" si riferisse anche ad un vino manipolato all'uso greco che si caratterizzava per la forza degli aromi, il gusto intenso e l'alta gradazione alcoolica. Un'aggettivazione, comunque, diffusa e mantenuta in vigore fino a tutto l''800, come ho potuto direttamente riscontrare consultando la raccolta Voce del vino conservata presso la Biblioteca "Pacca" di Benevento che contiene le assise dei vini della città relativamente al periodo 1809/1905: il Greco naturale vi compare costantemente come la voce più cara, mentre il cosiddetto Latino netto occupa l'ultimo posto della graduatoria insieme al Codecavallo.

Vini latini, dunque, quelli di non grande pregio prodotti prevalentemente nella pianura campana e vini greci quelli di qualità prodotti nella fascia costiera e nella zona vesuviana: questa la situazione in Campania dal XII secolo in poi.
Torniamo ora all'aglianico. Da quando è testimoniato questo nome?
Un documento del 1520 dell'Archivio Caetani descrive una maxaria del Conte di Conversano, Giulio Antonio d'Acquaviva d'Aragona, situata a Napoli sulla collina di Poggioreale e comprendente 26 moggi di terra " arbustata e vitata con viti latine aglianiche": è questa allo stato della ricerca la prima citazione dell'aglianico e, fatto di non minore rilievo, con la precisazione che si tratta di un vitigno latino: altro che vite ellenica di cui parlano il Della Porta ed i suoi epigoni!

D'altronde, è glottologicamente impossibile che l'aggettivo "aglianico" si possa far derivare da un vocabolo quale "ellenico": non si può spiegare morfologicamente, infatti, la mutazione in a delle due e presenti nell'ipotizzato aggettivo hellenicus. Dico ipotizzato perché in latino non è mai esistito un aggettivo hellenicus: graecus era l'aggettivo che i latini usavano per designare l'appartenenza alla Grecia di uomini e cose.
Nessun autore latino di agricoltura parla di viti "elleniche": Plinio e Columella, in particolare, menzionano solo viti "greche" e vini "greci". Nella lingua italiana le terminazioni in -ànico derivano da forme latine in -anicus/anus, che avevano la funzione di indicare specialmente i fondi rustici che avevano derivato il nome dai loro proprietari . Nel caso di "aglianico", com'è ovvio, non può trattarsi dell'indicazione di una proprietà personale; sarà, piuttosto, l'indicazione di appartenenza in senso lato dell'uva e del vino ad una determinata zona di produzione. E la zona non può che essere la pianura, quella che in spagnolo si chiama llano, sicché "'a glianica" sarà stata " l'uva della piana" prodotta da una delle viti latine diffuse nelle aree pianeggianti della Campania. E si badi bene che la forma dialettale " 'a glianica" era quella correntemente utilizzata fino ad oltre la metà dell''800, poi sostituita dalla forma italianizzata "aglianica/aglianico".

E', quindi, nel periodo della dominazione aragonese a Napoli, quando oltretutto la città era il porto più importante per l'esportazione di vino sia verso il Nord che verso la Spagna,che va individuata l'epoca in cui si è formata e consolidata la voce "aglianico" che indicava un vino della pianura sicuramente da distinguere dalla massa dei vini latini che vi si producevano, sia perché rosso sia perché dotato di qualità organolettiche tali da imporsi all'attenzione degli intenditori: alla fine del'500 il già citato Andrea Bacci parla dell'aglianico come di un vino notevole e fornisce addirittura qualche nota ampelografica riferendo di un genere d'uva "non molto nera…piena di succo rossiccio ed un po' denso".

Concludo dicendo che non è necessario al blasone dell'aglianico il ricorso all'epoca greco-romana: le potenzialità di questo vino sono davvero grandi, come grande è la sua nobiltà. Se proprio non vogliamo dimenticare gli antichi diciamo piuttosto che la coltivazione dell'aglianico è il prosieguo e lo sviluppo della viticoltura del periodo classico nelle nostre zone che certo esisteva e sulla quale bisogna ancora molto indagare.


[Fonte: prezioso il contributo scientifico a firma del prof. Giuseppe Guadagno apparso nel 1996 nella Rivista Storica del Sannio]

[Integrazione a cura del sig. Giuseppe Leone : Michele Carlucci è nato nel 1856 a Ruoti in provincia di Potenza ed è stato incaricato dal ministero dell’agricoltura nel 1880 (pensate : alla tenera età di 24 anni) quale direttore dell’istituenda scuola di viticoltura ed enologia di Avellino. La sua profonda conoscenza dell’aglianico è riconducibile alla Lucanità (leggi aglianico del vulture) dello studioso che aveva cominciato ad interessarsi di ampelografia presso la scuola per agrimensori di Melfi dove si diploma nel1874. .La frequentazione della scuola superiore di agraria a Portici ne ha fatto il grande studioso che è stato. Giuseppe Leone C/O” terra dei re” Rionero in Vulture.]

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2 Commenti

Inserito da Luigi Iacoletti

il 11 luglio 2011 alle 16:19
#1
Eccellente articolo!!! Preciso, circostanziato, documentato, che mostra una cultura umanistica interdisciplinare... bravo Riccardo... a parte la papera sul Carlucci!
Quando un giornalista scrive dovrebbe sempre ricordare la famosa regola del giornalismo inglese: Le 5 W....
Ciao - Luigi

Inserito da Luigi Iacoletti

il 11 luglio 2011 alle 17:57
#2

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