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Il caso del Valpolicella Ripasso: seconda puntata

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Il riassunto della puntata precedente potete leggerlo qui

La scoperta di un Valpolicella Superiore Doc Ripasso "in cartone" non poteva passare inosservata agli occhi di molti produttori e del Consorzio Tutela Vini Valpolicella.

Al punto 8.5 del disciplinare di produzione del Valpolicella si trova infatti scritto che per questo vino si può utlizzare solo il tappo raso bocca - il che implica l'imbottigliamento in vetro.
Interpellati a proposito del fatto, i titolari della Vinicola Castellana sono, nell'ordine:
a) caduti dalle nuvole
b) incavolati come bisce
c) pronti a dare battaglia legale.

Gli ignari produttori di Marano infatti hanno garantito - nero su bianco - di non aver mai e poi mai autorizzato l'uso di una loro ex-ragione sociale (dismessa da tempo) come, appunto, la vinicola La Castellana nè all' imbottigliatore tedesco - fornitore di supermercati danesi, presso i quali è stato trovato il bag in box incriminato - nè ad altri, e di non aver mai esportato Valpolicella Superiore Doc, nè "liscio" nè "ripassato".
Fin qui i fatti. Ora, le ipotesi; cosa può essere accaduto? La cosa più semplice è che una cisterna di Valpolicella sia stata venduta ad un cliente italiano - cosa perfettamente legittima - e che questi l'abbia a sua volta ceduta, nome del produttore incluso, all'imbottigliatore tedesco.

Cosa succederà adesso? Il Consorzio della Valpolicella trasmetterà la denuncia agli organi competenti, ovvero alla Regione Veneto, all'Ispettorato della Repressione Frodi, al Ministero. Il perchè del coinvolgimento anche di quest'ultimo è presto detto: il prodotto è stato rinvenuto in un paese estero.E i paesi esteri non riconoscono le leggi italiane, ma solo quelle europee. Per difendersi da questi, come da millanta altri abusi/truffe/imbroglietti vari, più o meno consistenti, c'è solo un sistema, almeno per i vini a denominazione d'origine e/o di qualche pregio: imporre per disciplinare l'imbottigliamento in zona. Cosa che metterebbe fine alle numerose "gite fuori porta" di tanti camion cisterna.
Ripetiamo spesso e volentieri che in Italia non si fanno abbastanza controlli, che i pochi che ci sono non sono efficaci eccetera. Beh, seriamente: non è del tutto vero. Sul patrio suolo i controlli ci sono, e (spesso) anche severi.

Ma usciti dai confini nazionali è la giungla.

Uno dei pochi controlli effettuati nei punti vendita esteri di maggior frequentazione (supermercati e simili) è quello messo in atto da ormai una decina d'anni dalla Federdoc, la quale, ogni tanto, acquista come farebbe un qualsiasi cliente tre bottiglie di vino italiano per tipo (Chianti, Lugana, Barolo, Amarone, Frascati, Gavi, Nero d'Avola..quello che capita) e:
1) ne analizza chimicamente una, trasmettendo poi i risultati delle analisi al Consorzio di Tutela di competenza;
2) fa pervenire le altre due bottiglie al Consorzio stesso.

Questo, a sua volta,
a) controlla che le analisi siano in linea con il disciplinare,
b) passa sotto la lente d'ingrandimento etichetta e retroetichetta per valutarne la conformità,
c) sottopone ad assaggio da parte di una commissione di produttori/tecnici del territorio la terza bottiglia (anonimizzata) per ricavarne anche una analisi organolettica.
Se va tutto bene...si tira un sospiro di sollievo. Se no, si apre un nuovo fascicolo d'indagine per sospetta frode/falsificazione e simili.
E la giostra ricomincia.

Commenti

Grande Lizzy :-))
Complimenti per aver sollevato il caso.

Bello, per una volta, sentir dire che in Italia si controlla più che all'estero :-)

Speriamo che il consorzio si mobiliti anche per i controlli sull'Amarone Roccadoro imbottigliato dalla Dalcomm di Treviso in una cantina di Pavia (un caso che hai sollevato proprio tu Lizzy tre anni fa su Winereport, sempre vigile e attenta come sei!!!)

Una cosa alla volta, povero Consorzio; non è mica una stazione di polizia! E' vero che il suo compito è vigilare e tutelare, ma dovrebbe avere il personale per farlo, e soprattutto gli strumenti legislativi per intervenire. Invece tutta la sua azione al momento si limita alla denuncia agli organi competenti: è coms se in mano avesse un fucile...scarico.

L.

Anche scarico va comunque bene, le munizioni si rubano poi al nemico... L'importante è che prendano nota che sono già passati tre anni da quella tua interessante scoperta.

Ciao Lizzy,
la domanda che ti pongo é quali e soprattutto quanti siano gli interessi dell'imbottigliamento fuori zona per i produttori facenti parte di una denominazione. Immagino che soprattutto per chi produce cisterne di sfuso questo possa garantire una maggiore vendita, ma allora non riescono gli altri produttori, o il Consorzio stesso, a far prevalere i propri interessi? O sono maggiori quelli degli "esportatori dalla zona"? O degli imbottigliatori esterni? O non gliene frega niente a nessuno? O é troppo lungo l'iter per modificare il disciplinare?
Te lo chiedo perchè da anni si sente parlare di questa esigenza di far imbottigliare in zona, anche in altri Consorzi, e sembra che siano tutti favorevoli, ma poi non se ne fa nulla.
Complimenti per il servizio.
Ciao. Alberto

Alberto, ti racconto un episodio, accaduto un paio d'anni fa. Una cantina cooperativa veronese "svendette" alcune cisterne di Amarone (penso addirittura solo 2) al classico imbottigliatore fuori zona, di fatto deprezzando il vino. Un'altra cantina cooperativa, più grande della prima, venutolo a sapere, s'incavolò come una iena, perchè quelle cisterne era disposta a comprarle lei e tener fermo il prodotto pur di non far calare il prezzo e mantenere alto il prestigio della zona e dell'Amarone. La giustificazione della cantina "colpevole" fu che, dato il momento difficile anche per l'Amarone, se non l'avesse fatta lei, quella vendita...l'avrebbe fatta qualcun altro! Morale: a parole sono tutti difensori della zona e dell'importanza dei suoi vini, nella pratica badano soprattutto a far business, ciascuno per conto proprio. Non tutti infatti hanno la forza, anche commerciale, di battere il pugno sul tavolo e imporre la propria volontà al compratore di turno. Vendere vino in cisterna significa realizzare subito: venderlo in bottiglia implica, tu lo sai, una vera e propria organizzazione, fatta di rete commerciale, marketing, comunicazione. E non tutti, nè tra i grandi nè tra i piccoli produttori della Valpolicella ne sono dotati. Quando si parla d'interessi, è difficile che a un produttore venga in mente quell'entità astratta che è "la Valpolicella", perchè i primi (interessi) a cui pensa sono i suoi. Dimenticando, o fingendo d'ignorare, che è anche lui, la Valpolicella, e che per un guadagno immediato finirà per rimetterci: se non oggi, sicuramente domani. Quanto all'iter per la modifica di qualsiasi disciplinare, è sì lungo, ma quando c'è la volontà di modificarlo diventa...cortissimo! Guarda la richiesta della Docg per l'Amarone: credi che se i produttori fossero veramente interessati ad averla non l'avrebbero già ottenuta? cavolo, sono dieci anni che "ci provano"! Ma, come disse il maestro Joda a Luke Skywalker, "non esiste il provare: esiste solo il fare"!

Lizzy

Lizzy
che brutta storia quella Docg è la ns vergogna ed hai
ragione sono gli stessi produttori a non volerla...
Domanda : qual'è il vero motivo ? io un'idea ce l'avrei ma mi piacerebbe sentire la tua e sopratutto
quella di qualche produttore...
complimenti al solito per il tuo lavoro...ciao susy

Aggiungo una nota, Lizzy. Ci sono vignaioli che producono vino ben oltre le rese massime ammesse dal disciplinare. L'unica via per loro è vendere quel vino ad imbottigliatori fuori zona. Una parte su una fattura (che sulla carta rispetta le rese) come DOC, il resto su un'altra fattura come vino da tavola. L'imbottigliatore fuori zona se è onesto imbottiglia come DOC solo la prima parte, ma se è un furbacchione imbottiglia tutto come DOC, tanto controlli non ne subisce, al massimo apre le porte solo al NAS che però cerca soltanto frodi di un certo tipo. Ultimamente il ministro Di Castro ha delegato ai NAS anche certi controlli qualitativi (ho ricevuto un comunicato in proposito da Sartori), speriamo quindi in bene.

Tutto vero Mario, le cose stanno come dici. Però, che razza di mondo è diventato questo del vino, che dobbiamo seminare in giro per le aziende poliziotti, detective e ispettori d'ogni genere??!

Susy, la Docg dell'Amarone è il caso più lampante di nolontà (termine tecnico che in filosofia sta per "volontà negativa, non-volontà") dei produttori. Perchè non la vogliono? Al solito: per continuare a produrne quanto gli pare. Potrei fare nomi e cognomi di chi rema contro e infila bastoni tra le ruote in ogni dove, arrivando fino a Roma, dove la causa è in discussione, ma non guadagno abbastanza per portare le mie ragioni anche in tribunale...
l'unica speranza è che alla fine il buon senso prevalga. Mi dicono che da qualche parte ne è rimasto un po', poca roba, qualche chilo...mentre d'inspienza ne gira a tonnellate.

L.

Pero' ricordo che da quando è stato istituito l'albo degli imbottigliatori, si sa che meta' degli imbottigliatori dei vini della valpolicella sta fuori provincia (tanti anche fuori dai confini nazionali!).
Quindi togliendo loro la possibilità di comprare questo vino, calerebbero le richieste, aumenterebbero le giacenze, e quindi calerebbero i prezzi del vino.
Chiaro che dal punto di vista della salvaguardia della qualità, della bontà e del valore dei prestigiosi vini della valpolicella, questa è una importante strada da intraprendere. So che ora il consorzio sta mandando delle lettere a tutti i soci per serrare le file e per concludere la partita. Sembra che ci siano buone possibilità per arrivare al traguardo .

Per i nostri amici non-valpolicellesi: 360. Tanti sono gli imbottigliatori di Valpolicella. E circa la metà si trova fuori Verona.
Un po' difficile tener tutto sotto controllo in queste condizioni, vero?

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