Rischio di deriva elitaria del mondo biodinamico ?
Questo post merita forse una premessa.
Amo alcuni vini cosiddetti biodinamici e nel contempo ne riscontro quotidianamente i limiti e le imprecisioni, soprattutto quando ti capita di stappare un vino pagato intorno ai 40 euro rifermentato in bottiglia. Sono d'accordo che il mondo del vino così come quello dell'agricoltura tutta, debba guardare con sempre maggiore attenzione alla ricerca del minor impatto ambientale possibile e all'ottenimento del prodotto più sano e qualitativo possibile anche se non disdegno compromessi quando sono in grado di avvicinare nuovi consumatori a vino di qualità e procurarmi gioia del corpo e della mente anche se non appartenenti a questo o quello schieramento filosofico di produzione.
Da diversi giorni sono al lavoro per verificare quante delle aziende selezionate per il nostro quarto meeting decideranno effettivamente di partecipare alla manifestazione. Chi ci segue sa come funziona. Assaggiamo di continuo e quando c'è qualche vino particolarmente piacevole, dall'ottimo qualità / prezzo, eccellente e comunque particolarmente curioso, l'azienda viene per così dire "schedata" per essere poi contattata al momento dell'organizzazione del meeting.
L'altro giorno chiamo Gabrio Bini, produttore di quel Serragghia Bianco, che mi aveva stupito per carattere e ricerca del limite, un prodotto unico, irripetibile, pur con tutti i suoi difetti. Insomma, un vino perfettamente in linea con lo spirito della manifestazione, volta a presentare novità, a volte spiazzanti a volte più rassicuranti ma sempre vini di sicuro interesse.
La telefonata è stata illuminante.
Immediatamente accantonata l'ipotesi di avere il Signor Bini al meeting, la conversazione si è protratta per qualche minuto sul senso della nostra manifestazione e sulle ragioni che impedivano materialmente al signor Bini di parteciparvi. Ragioni che chiaramente rispetto pienamente ma che mi hanno fatto riflettere sull'atteggiamento di chiusura preconcetta di determinati produttori di questa o quella corrente del rivoluzionar-vin-pensiero.
Gli elementi ostativi alla partecipazione sostanzialmente erano due. Da un lato la non ricevibilità di una quota di adesione a copertura delle spese di organizzazione dell'evento, in quanto, come mi ha immediatamente fatto notare il signor Bini, questi normalmente viene semmai pagato per partecipare alle manifestazioni (come relatore ? Come star del vino ?) dall'altro la più totale indisponbilità a partecipare per il sia pur solamente ipotetico rischio di dover presentare i propri vini avendo di fianco un'azienda che potrebbe utilizzare solforosa in vinificazione. Ripeto: l'anche solo ipotetico rischio, nel senso che la chiusura era a prescindere, senza nemmeno sapere chi, cosa, come, tale era l'atteggiamento di chiusura verso chi, dall'esterno, tenta di conoscerlo e divulgarlo questo mondo biodinamico ma senza schierarsi sotto questa o quella etichetta di pensiero o produzione.
Il Signor Bini potrà certamente replicare ed eventualmente meglio argomentare il mio forzosamente conciso riepilogo ma il tono usato, la - almeno percepita - supponenza, la chiusura a prescindere, mi ha trasmesso una sensazione di chiusura talmente tranciante che ho sentito il bisogno di condividerla con voi per capire se sia io particolarmente suscettibile nei confronti di determinate posizioni - che mi danno sempre più fastidio - o se, effettivamente, ci sia da parte di alcuni un atteggiamento siceramente troppo rigido nei confronti del resto del mondo (e "resto del mondo" va dal peggior industriale al mondo fino al piccolo vignaiolo di mestiere - non per gioco - che utilizza piccole dosi di solforosa giusto per garantire il pane alla propria famiglia e non buttare la fatica di 1 anno di lavoro nel cesso nel caso qualcosa vada storto).
Ora, senz'altro siamo di fronte ad un caso isolato ed un singolo produttore non può certo essere rappresentativo di interi movimenti ma il timore che questo tipo di atteggiamento di chiusura globale e ripeto, tranciante, nei confronti di ciò che è "altro" mi preoccupa seriamente perché non è la prima volta che in certi ambienti mi capita di ascoltare posizioni così distanti dal mondo della condivisione e dello scambio, mondo che paradossalmente mi sembra animare in positivo determinate iniziative provenienti da questi ambienti, come per esempio l'ultimo convegno tenutosi a Verona sulla viticoltura biodinamica.
Al di là della nostra manifestazione quindi, che chi segue sa essere rappresentativa di valutazioni operate con la massima obiettività di giudizio sia nei confronti dei grandi che dei piccoli produttori, sia nei confronti di chi è bio o biodinamico sia di chi non lo è, il punto è che questo tipo di chiusura non fa bene al mondo del vino. Chi assume un atteggiamento elitario e professorale come quello qui rappresentato, difficilmente riuscità a trasmettere il valore e la validità delle proprie posizioni oltre il proprio cortile, anche se certamente va tenuto presente che il valore della condivisione potrebbe anche non essere tra le priorità di alcuni. Finché ci si arroccherà su posizioni preconcette e non si lascerà spazio al dibattito e al confronto comunque, difficilmente si potrà pensare di avvicinare un più vasto pubblico ai propri vini che, sono certo, avrebbero invece moltissimo da raccontare.
E allora mi chiedo, che sia voluto - da parte di alcuni - questo arroccamento ? Che alcuni vini siano effettivamente per alcuni e non per tutti e degli altri chissenefrega ? Lo chiedo perché con TigullioVino.it si cerca di andare nella direzione diametralmente opposta, quella dell'informare tutti, senza preconcetti e senza etichette di partito.
