
Meno 9 al V-day.
La 41ª edizione di Vinitaly sta per aprire i battenti. Per chi, come me, lavora nel settore del vino (sia pure “solo” sul versante dell’informazione), l’allarme giallo è scattato già da alcune settimane, ma l'attività di preparazione si va sempre più intensificando con il passare delle ore.
E mentre in questi giorni si tiene il 15° Concorso enologico internazionale, VinoPigro è andato a scomodare le alte sfere dell'Ente Fiere di Verona, per farsi raccontare qualcosa del Vinitaly prossimo venturo.
Davanti al suo microfono, cordiale e disponibile come sempre, nientemeno che il presidente: Luigi Castelletti.
Chi è:
avvocato penalista ( con un master honoris causa in Logistica Integrata, assegnatogli dall’Università degli Studi di Verona), Luigi Castelletti è originario di Ferrara di Monte Baldo (VR), dove per vent’anni è stato consigliere comunale. Per due anni consigliere provinciale a Verona, dal 1996 al 2003 è stato presidente del Consorzio Zai.
Nel 2003 assume la presidenza di Veronafiere, in un momento non facile per l’ente, che usciva da un periodo di grande confusione progettuale e politica, e da un lungo commissionariamento.
Sotto la sua guida energica ed efficace, in questi anni Veronafiere ha ritrovato nuovo slancio, vinto sfide importanti, lanciato nuove rassegne di successo, stretto accordi strategicamente rilevanti e varato un Piano industriale di sviluppo e delle infrastrutture di tutto rispetto.
A lui, che quattro anni fa inaugurò il suo mandato in Veronafiere proprio con Vinitaly – concedendo a chi scrive l’onore della prima intervista in assoluto “da presidente” -, VinoPigro ha chiesto come si presenta Vinitaly 2007.
“Oltre ai servizi del Vinitaly Tour, credo che siano almeno quattro le nostre attuali linee-guida.
La prima: un’attività di sostegno alle nuove eccellenze emergenti, in modo che queste aumentino. Ovviamente siamo a disposizione di tutti, ma siamo particolarmente attenti a quelle aziende che si stanno sforzando di fare un salto di qualità.
La seconda: Vinitaly è una manifestazione con un suo carattere preciso, però noi tendiamo a inserirla in un discorso di filiera agroalimentare. C'è insomma una coerenza di fondo, che ci porta a offrire alle aziende clienti dei pacchetti di servizi, in modo che la loro partecipazione non sia a spot, ma rientri in una più ampia strategia di presenza nella stessa filiera agroalimentare.
La terza: i servizi. Sempre più tendiamo a fare noi anche gli allestimenti; per questo siamo entrati con una partecipazione (51%) in una società specializzata nel settore. Per offrire una cucitura sartoriale.
La quarta: dopo la positiva esperienza dello scorso anno, altre regioni seguiranno l’esempio del padiglione del Veneto…"
Parliamo della presenza del pubblico generico in Fiera. C’è chi preferirebbe un Vinitaly per soli operatori…
“La nostra non potrà mai essere una fiera per soli professionali. I nostri espositori sono oltre 4000 e abbracciano una fascia di tipologie molto ampia, all’interno della quale trovi il produttore che vorrebbe solo operatori, e quello che invece ha bisogno di sentire anche la vicinanza del pubblico generico. Il quale, non dimentichiamolo mai, fa parte del consumatore finale.
La virtù sta nel mezzo: una fiera troppo professionale accontenterebbe pochi soggetti e scontenterebbe tutti gli altri. E poi anche gli espositori di prima grandezza, se non vedono il pubblico, dicono che c’è qualcosa che non va.
Né troppo professionali, né troppo generalisti, dunque. Del resto, per chi viene solo per assaggiare un po’ di bicchieri, abbiamo iniziative come l’enoteca in Gran Guardia".
Chiuso il capitolo Miwine, potrebbe aprirsi un altro fronte di scontro tra fiere?
“C'è sempre da stare molto attenti. Adesso, per esempio, c'è la fiera di Roma che si sta muovendo.
Credo però che l'esperienza di MiWine abbia insegnato qualcosa: a noi, e a tutti quelli che vogliono capire la lezione, quindi anche a Roma".
Si spieghi meglio...
"Non c'è dubbio che una fiera del vino a Milano avesse un suo fascino: perchè è una città importante almeno quanto Roma, perchè il nuovo quartiere ha un suo appeal, perchè gode di grandi infrastrutture, eccetera.
Tutte cose che ha anche Roma.
Ma non c'è anche dubbio – e questa è la morale - che se una fiera (come Vinitaly) ha una sua tradizione, ed è collegata ad un territorio vocato che riesce a presidiare, è in grado di tener testa a chiunque. Al punto che chi vuole creare qualcosa di nuovo va incontro a straordinarie difficoltà.
Sul vino poi, avrebbe uno start up estremamente difficile. E’ un’avventura da cui si può uscire con le ossa rotte".
E alla Fiera di Verona, cosa ha insegnato l’esperienza di Milano?
“Che una fiera come Vinitaly va seguita, presidiata, inserita nella filiera agroalimentare, offrendo servizi su misura e investendo. Che non possiamo cullarci sugli allori.
Quindi: certo che stiamo attenti. A Roma ma anche a Napoli, o a chicchessia".
Questo è l’anno di Vinexpo. Ritiene possibili strategie di collaborazione tra fiere del vino?
“Noi non siamo chiusi a livello nazionale; a livello internazionale non ci diamo fastidio, abbiamo target diversi. Chi viene a Vinitaly in genere va anche a Bordeaux, e viceversa: sono scelte aziendali. In Italia invece è giusto che le singole iniziative del territorio abbiano il loro spazio: lo scontro non ha senso”.
Torniamo a Verona, e ai suoi eterni problemi di traffico, parcheggi, viabilità nei giorni di Vinitaly …
“Risolveremo anche i problemi esterni al quartiere fieristico. Non posso dire come, ma li risolveremo. E anche questo serve a dare un'idea di quello che oggi è diventato Vinitaly...”
Ovvero?
“Vent'anni fa la manifestazione era della Fiera e viveva all'interno del suo quartiere; adesso vive sempre più anche nella città.
E se belle manifestazioni vivono in una bella città, è inutile che ci sforziamo solo noi della Fiera a trovare le soluzioni ai problemi: tutti devono fare la loro parte. Solo così si avvia un percorso propositivo al quale ciascuno da il suo contributo”.
Punto.
E a capo.
Vinitaly è alle porte. Con un grande passato alle spalle e un interessante e promettente futuro davanti, per i prossimi quaranta o cinquant’anni. Almeno.